giovedì 19 marzo 2015

Orazio Labbate e la Sicilia diabolica de "Lo Scuru"

Lo Scuru
di Orazio Labbate
Tunué, 2014

pp. 128
€ 9,90




Permettetemi di prenderla un po' alla lontana; se non vi interessano i miei sproloqui su crisi dell'editoria e esordienti, e volete sapere solo cosa penso de Lo Scuru di Orazio Labbate, saltate pure i primi due paragrafi e volate direttamente al terzo.

Certo, le due cose sono collegate. Mentre i consigli di amministrazione dei colossi editoriali, dietro le porte chiuse delle loro torri di vetro, studiano grafici, statistiche, fusioni e cambiamenti dell'asset (si dice così?) per arrestare l'emorragia di lettori che è al tempo stesso causa ed effetto della crisi dell'industria, là fuori ci sono ancora persone che pensano a scrivere libri. Si chiamano "esordienti", e sono i convitati di pietra di ogni discussione sull'editoria: presenti, ingombranti, insistenti, ma quasi del tutto privi di voce in capitolo a tavola. Un po' come "i giovani" nel mercato del lavoro: risorse propulsive e rinnovatrici quotidianamente invocate, ma mai realmente sfruttate. Perché? Ovvio: in un settore che, prima di muovere un passo, si chiede non "Vale?", ma "Vende?", il rischio della scommessa non sembra mai pari alla posta. Perciò meglio l'usato sicuro. Come nel caso di #ioleggoperché, la campagna di promozione della lettura che culminerà il 23 aprile in un grande evento di distribuzione gratuita di libri al popolo: ventiquattro titoli, appositamente selezionati e ristampati in 240.000 copie destinate a finire sul comodino di altrettanti "lettori assopiti", nella speranza di indurli a risvegliarsi. E di autori italiani chi c'è, tra i ventiquattro prescelti? Tutti volti nuovi, nuovissimi: Alessandro Baricco, Silvia Avallone, Sveva Casati Modignani, Margaret Mazzantini, Andrea Vitali, Marcello Simoni e così via. Che scelte audaci. Dovrebbero essere questi gli autori destinati a risvegliare i lettori assopiti? Ma allora meglio girarsi dall'altra parte e tornare a dormire.


Che una scelta di titoli così pacchiana sia stata criticata quasi ovunque non fa meraviglia. Molti hanno notato la mancata inclusione di poesia e saggistica; non moltissimi hanno puntato il dito sull'assoluta assenza di esordienti di talento. Eppure negli ultimi due anni la narrativa italiana non è certo rimasta a digiuno di voci fresche, anzi. Alla consolidata offerta di storielle pastorizzate prodotte a tavolino per assecondare i gusti ossessivamente seriali di un pubblico di non-lettori, si è affiancata una schiera di giovani autori che in barba a ogni logica ruffiana di classifica e marketing ha cercato semplicemente di produrre nuovi tipi di letteratura, o di trovare nuovi modi di raccontare storie che valga la pena raccontare. Qualche nome? Quanti ne volete: Francesco Muzzopappa, Una posizione scomoda e Affari di famiglia; Domenico Dara, Breve trattato delle coincidenze; Federico Baccomo, Peep Show; Iacopo Barison, Stalin + Bianca; Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L'estate del cane bambino; Andrea Caterini, Giordano; fino ai più rodati Fabio Genovesi (ora candidato allo Strega) e Paolo Cognetti. E sto andando a memoria. Tutte persone a cui andava stretta l'attitudine "sanremesca" abbracciata dalla più facile narrativa di successo, e che perciò hanno provato a scrivere, ognuno a modo suo, qualcosa di diverso.

Il più giovane, per anagrafe (classe 1985) e data di pubblicazione, è Orazio Labbate, al suo esordio con Lo Scuru. Un romanzo che aveva tutte le carte in regola per essere un fiasco clamoroso. Testo difficile, che alterna l'andamento lineare del racconto ai precipizi distorti dell'incubo, pretendendo dal lettore un'incrollabile attenzione. Lingua difficile, un impasto di italiano e siciliano che respinge la tentazione di limitarsi a spolverare qua e là un po' di colore camilleriano, per ricostruire invece da zero una lingua tutta nuova, "nìvura", fremente (a volte un po' troppo) della stessa febbre oscura che percorre la storia. Atmosfere riarse, che gettano in capo al lettore tutta la tenebra dello Scuru. Invece, a dimostrazione che il pubblico è spesso un'entità più imprevedibile di come se la figurano le divisioni marketing, Lo Scuru ha ricevuto un'accoglienza di pubblico e critica più che notevole, finendo dritto alla candidatura al Premio Campiello, nella categoria Opera Prima. E io penso che se lo meriti più che ampiamente.

L'inizio è cauto, prende le misure: a se stesso e a noi. Razziddu Buscemi, vecchio avvocato in pensione, nel portico della sua casa di Milton, Virginia, contempla per l'ultima volta la prateria e la notte americana. La moglie Rosa è morta da poco, lui si apppresta a raggiungerla; prima però bisogna regolare i conti con le ombre del passato. Quell'ultima notte i fantasmi si levano dai campi e risalgono verso le stelle, portando con sé i ricordi della strana adolescenza siciliana di Razziddu. E soprattutto l'immagine della Statua. Con lei Razziddu deve chiudere i conti prima di andarsene, e con lo Scuru: perciò ripercorre, "sotto forma di litania", la sua giovinezza a Butera.

Quando il vecchio Razziddu passa la parola al giovane, lo stacco di voce è anche un cambio di lingua: l'italiano del vecchio cede il posto alla fusione creativa italo-siciliana del ragazzo, che possiede "la pulizia delle immagini e l'ingenuità di chi mangia ansante". È una lingua buia, che nella frequenza tutta siciliana dei suoni vocalici chiusi fornisce al giovane Razziddu lo strumento ideale per esprimere le sue genetiche ansie di morte. Genetiche perché la morte sta, per Razziddu, innestata nel cuore stesso della sua storia familiare. La ritrova nel passato, nella semisconosciuta ma indimenticata figura del padre Carmelo, inghiottito dal mare notturno mentre traghettava i suoi "fantasmi africani" in Sicilia; e la ritrova nel futuro, dove incombe sulla testa della nonna, figura dominante carica insieme di luce e oscurità. A lei spetta il compito di esorcizzare con riti e incantesimi la nascita bastarda del piccolo Razziddu, aprendo la via a una serie di figure magiche e sotterranee che avvicinano la Sicilia di Labbate, più che al Texas di Faulkner, alla Louisiana sciamanica di Altre voci, altre stanze di Truman Capote. Contrade immobili che solo nell'unione di stregoneria e religione possono ambire a trovare un equilibro spirituale. Con la differenza che la piana di Gela è quanto di più lontano possibile dall'acquitrinosa quiete delle paludi di New Orleans: si presenta piuttosto come una sorta di campo di battaglia in cui la battaglia è già avvenuta. Una scenografia apocalittica che fonde lo squallore bruciato e nudo della natura desertica con la cattedrale d'acciaio del petrolchimico ENI.

Lungo le dune desertiche di Desusino le ombre dei pini parivanu fossili e bloccavano le stradine artigianali verso i campi. Viti rugginose colluttavano col grano che si sgrovigliava dalla trama macilenta della grammatica dell'estate. Pietre friabili, oroscopi di arbusti bucati da uccelli sordi, l'ingelosimento degli alberi di melograno che abbattevano i propri frutti come una matri coi propri figli storpi, dirupi da dove s'udivano pecore e cani e viddàni insieme in un unico disastro animale.

Al pari della New Orleans di Capote, la piana di Gela dell'infanzia di Razziddu è un luogo al di fuori del tempo (il racconto potrebbe ugualmente collocarsi all'alba della storia o il giorno dopo l'Armageddon), in cui la creazione di una civiltà moderna soccombe alla persistenza secolare delle forze pagane pulsanti sotto la superficie delle cose. Forze che trovano la loro più inquietante incarnazione nella statua del Signore dei Puci, simulacro al tempo stesso divino e diabolico, vibrante della medesima doppia natura che rende ambiguo ogni aspetto della Sicilia arcana di Labbate:

A osservarlo da vicino, il Cristo dei Puci, mi si allungavano le carni, mi si torceva il collo... C'aveva una barba rigida, la statua, come cannamela essiccata, e il mento verdognolo, appuntito, caricato di veleni di biscia affinché a nessuno venisse in mente di succhiarlo... Attorno alla testa s'avviluppava una corona di spine, purtusanti, e sul cranio un canovaccio finto, i capiddazzi secchi, d'una fibraccia scarsa, tinti del colore dell'arancia sanguigna. I polsi, bianchissimi, erano magri e le ossa si sbriciolavano sotto il peso delle catene che sbattevano sul vestito blu elettrico. La stoffa ondeggiava nell'aria carica di litanie della Passione.

Il Signore dei Puci, la statua parrocchiale che il giovane catechista deve portare in processione per le vie della città, è il primo e il più angosciante elemento di una Trinità oscura che percorre esplicitamente tutto il racconto (la Statua, il Diavulu e lo Scuru), fornendo le coordinate in cui inquadrare l'intera esperienza umana di dannazione e purificazione del romanzo. Di lei, Razziddu non riuscirà mai a liberarsi, fino alla morte. Ci prova con il rapporto filiale nei confronti di Nitto, il mago guardiano del faro che gli parlerà del padre scomparso e della sua maledizione; con il fuoco, cercando di incendiare la terra, il mare e se stesso, la chiesa e la statua; e infine, all'apice del delirio, con l'omicidio e la fuga in America, dove concluderà la propria esistenza terrena purificandosi nella morte. La sua, finalmente, che otterrà dopo aver ringraziato Dio e salutato il Diavolo, sotto gli occhi perenni della Statua.

Questi però sono solo fatti, e i fatti sono la componente meno importante del romanzo. La storia di Razziddu, ce l'aveva anticipato lui stesso, è una litania, e una litania cerca la propria purificazione nella ripetizione del mistero delle sue stesse formule. Qualunque sia la maledizione di Razziddu, non vi è per essa alcun sortilegio. Lo Scuru, "il male dentro", non si può sconfiggere. Si può solo tentare di sopravvivergli, sviscerandone – nella migliore delle ipotesi – i significati più reconditi e oscuri. Nella speranza di mantenere, fino alla fine della tenebra, l'amore per il creato che Razziddu, con le sue ultime parole, dichiara a tutto e tutti, prima di raggiungere Rosa "nei vortici di Dio e nei vortici neri dove si pecca per non conoscere mai il peccato".

Un romanzo senza redenzione, che svicola i rassicuranti concetti di ottimismo, pessimismo e lieto fine su cui si sorregge la maggior parte delle storielle imbandite dagli espositori delle novità in libreria, e che in più richiede al lettore fatica tenace, tensione continua, malessere, talvolta. Riuscendo così a mostrarci, grazie al successo di pubblico riscosso, che miliardi di mosche avranno pure tutte gli stessi gusti, ma, se ogni tanto gli metti davanti qualcosa di diverso, qualche milione potrebbe anche decidere di cambiarli.

Luca Pantarotto
@HoldenCompany