venerdì 27 marzo 2015

Le avventure di Tim Parks nel regno dei morti viaggianti

Coincidenze
di Tim Parks
Bompiani, 2014

Traduzione di Giovanna Granato

pp. 352
€ 19,00


Forse non sono la persona più adatta per parlarvi di Coincidenze di Tim Parks. Viaggio in treno da più di quindici anni e ormai da parecchi ho smesso di segnare le tacche di paura e disgusto sul fucile della mia quotidianità di pendolare. "Guasti sulla linea", "mancanza del treno corrispondente", "accertamenti dell'autorità giudiziaria", "ritardo nella preparazione del materiale rotabile", "avverse condizioni meteo", "danneggiamento del pantografo": un gergo tecnico stravagante e minaccioso che ben presto è divenuto parte integrante del mio lessico familiare. E sono solo gli accidenti occasionali, quelli che stanno diciamo così "fuori" dal treno. Il paesaggio interno contempla, di norma, sudiciume, sovraffollamento, passeggeri chiassosi e maleducati, controllori prepotenti e incompetenti, informazioni di viaggio imprecise e contraddittorie. Un'offerta di disagi pressoché inesauribile, maldestramente sorretta da una struttura burocratica sovietica, macchinosissima e iper-articolata che, progettata per garantire la perfezione del servizio, ne assicura inevitabilmente il malfunzionamento. In una parola: Trenitalia. Il regno dei morti viaggianti.

O forse sì. In fondo, solo un pendolare ha il diritto di parlare di treni. A volte leggo descrizioni e racconti di romantici viaggi dai tratti fiabeschi scritti da gente che magari ha preso il treno un'unica volta nel 1985: corse sfreccianti tra valli e pianure, serendipità degli incontri negli scompartimenti, cene di mezzanotte nel vagone ristorante. L'irreale mitologia del treno. In quei momenti mi si forma sempre in volto il sorriso sfregiato di chi sente esaltare la guerra da qualcuno che non ha mai visto una trincea. In guerra, chi non ci è andato deve tacere. E viaggiare in treno è una guerra, e Tim Parks, anche lui veterano del pendolarismo trenitaliano (da Verona, dove vive, a Milano, dove insegna allo IULM), la combatte insieme a noi da oltre vent'anni. Con la differenza che, di fronte alla scelta tra il pianto e il riso, Parks ha deciso di ridere ("perché una risata è meglio di una lacrima e e più sostenibile") e di approfittare dell'esperienza del viaggio in treno come di un osservatorio privilegiato sul "modo italiano di fare le cose".

Che poi è proprio il titolo inglese del volume: Italian Ways. Con un gioco di parole che sfrutta il doppio significato di way: "strada", in questo caso ferrata, ma anche "modo" di fare. Nella traduzione italiana, l'ironia si sposta sulla curiosa ambivalenza del termine "coincidenza": una parola in grado di indicare (credo solo in italiano, tra tutte le lingue del mondo) al tempo stesso la correlazione predeterminata degli orari di due treni, utile al pendolare per combinare due tratte diverse in un unico viaggio, e la simultaneità del tutto arbitraria e imprevedibile di due eventi casuali.

Eccoli qui già pronti, gli ingredienti essenziali del "modo italiano di fare le cose": organizzazione sistematica maniacale abbinata a casualità assoluta. In una parola? Ma è sempre quella: Trenitalia.

Anche se parla di treni, Coincidenze non è un libro di viaggi. Che comunque ovviamente ci sono: da Milano a Palermo, come recita il sottotitolo, rigorosamente in treno e suddivisi in tre ampie sezioni corrispondenti ciascuna a una tragicomica tratta (Milano-Verona e ritorno, Verona-Firenze, Milano-Roma-Palermo e Puglia). E non è nemmeno un libro di storia, pur se Parks, in poche ma precise pagine, tratteggia il contesto storico necessario a comprendere come il servizio ferroviario nazionale sia riuscito a diventare nei secoli la principale infrastruttura di movimento di cose e persone del paese, con la più alta percentuale di personale impiegato e il sindacato più potente. Un percorso storico che, in larga misura, coincide con la storia stessa dell'unificazione politica e culturale dell'Italia. Merito del ruolo decisivo ricoperto dai treni all'epoca delle guerre risorgimentali se i nuovi Governi decisero di aumentare lo scarso numero di linee fino allora disponibili, ispirandosi al modello industriale delle ben più estese ferrovie inglesi. Da qui il colossale incremento di binari e strutture su tutto il territorio nazionale a cavallo dei due secoli, con il parallelo sviluppo di tecnologie ingegneristiche all'avanguardia e l'assunzione di un numero sempre maggiore di personale. L'Italia unita nasceva e in buona parte doveva ringraziarne le ferrovie, che crescevano con lei.

Svantaggi: un sistema ferroviario sempre più centrale e potente doveva diventare ben presto il territorio favorito di caccia di politici corrotti e ministri-imprenditori, con il consueto corredo di clientelismi, appalti truccati, bilanci gonfiati, debiti in crescita incontrollata, tamponamenti statali via via più consistenti e, infine, l'inevitabile nazionalizzazione: unica soluzione ipotizzabile per arrestare un degrado del servizio giunto, già negli anni '30, a livelli tali da portare il Fascismo a fare della puntualità dei treni uno dei cardini della propaganda di regime. Una propaganda tenacissima, peraltro. Ancora oggi, insieme alle paludi Pontine, è proprio quello il principale cavallo di battaglia dei nostalgici: quando c'era Lui, i treni erano in orario. Peccato non sia vero: per i treni italiani Mussolini costruì imponenti cattedrali come la Stazione Centrale di Milano, Santa Maria Novella a Firenze o Roma Termini, ma non gli riuscì mai di convincerli a entrarci puntuali. Né lui né altri dopo di lui.

Il contesto storico però fa solo da cornice. Più della storia ferroviaria, a Parks interessa la perfetta corrispondenza tra il funzionamento del sistema ferroviario in Italia e l'essenza stessa del popolo che l'ha prodotto e lo utilizza. Un'identità pressoché perfetta, con un unico minimo comune denominatore: l'irrazionalità. Come nell'ordine scombinato con cui la Voce (io la chiamo così, quando la sento rimbombare negli atri della Stazione Centrale penso che è così che dev'essere la voce di Dio) elenca le informazioni di viaggio: all'inizio nome e numero del treno, servizi offerti, carrozze di prima classe, carrozze di seconda classe, carrozza ristorante, numero del binario e solo alla fine, dopo cinque minuti di parole, la destinazione. O gli "scioperi generali" che durano 24 ore, ma in realtà non interrompono praticamente mai il servizio regolare di moltissimi treni; o ancora i sistemi di Fast Ticket, buoni solo a rendere più complicato l'acquisto del biglietto. La mia preferita è forse la prenotazione obbligatoria: costringendo i viaggiatori a pagare di più per assicurarsi un posto che non avranno nessuna certezza di poter occupare davvero, rispecchia benissimo l'attitudine tutta italiana a distinguere tra utenti di Serie A e utenti di Serie B, fornendo poi a entrambi un servizio di Serie Z.

E poi ci sono le persone. Quelle che ogni giorno sui treni viaggiano, per caso, per occasionale necessità o per coazione a ripetere; quelle che ci lavorano e che, nel bene e più spesso nel male, tengono in piedi tutto il carrozzone; e quelle che, nei modi più imprevedibili, con le loro azioni influiscono ogni giorno sull'esperienza ferroviaria di milioni di persone: manifestanti, agricoltori in sciopero, mucche, suicidi, sindacalisti, politici e imprenditori. Una ricchissima e variegata processione di figure da commedia dell'arte che, tutte insieme, concorrono a formare il tipo ideale dell'Homo Italicus: un Gattopardo polimorfo che si affanna, s'indigna, s'ingegna eppure non getta mai la spugna perché tanto sa che alla fine, in un modo o nell'altro, la sfangherà comunque. Un tipo umano indecifrabile, composto in pari misura di errori umani e perseveranza diabolica, che ama e odia circondarsi di regole, norme, leggi, cavilli e codicilli per poi non rispettarne nessuno, nell'intima convinzione che tutto dovrà complicarsi purché tutto resti uguale. Tanto poi, in fondo, a nessuno interessa. Avete presente come funziona quando si è in coda in biglietteria?


Un tizio si appoggia a un paletto, mastica una gomma, guarda, aspetta, poi, appena uno sportello si libera, ci si fionda scavalcando la coda. L'impiegato se ne accorge ma non protesta. Quelli in fila mugugnano ma non intervengono. È una cosa che mi ha sempre sorpreso in Italia, la rassegnazione generale davanti al furbo. Qui vale sempre la pena provarci. Se le cose si mettono male, puoi ribattere che non avevi capito le regole.

Già, le regole. Come se agli Italiani interessasse capirle. Per sopravvivere in Italia l'importante non è capire le regole, ma trovare il modo di eluderle. Come con i controllori: sei salito sul treno senza aver timbrato il biglietto (eri di corsa, non ce n'è stato il tempo); trovi un controllore e gli spieghi la situazione, chiedendogli di timbrartelo lui. Non ti sei appena "costituito"? Capirà che non stai cercando di fregarlo. Invece no, il tizio è inflessibile: il biglietto non è obliterato, si incorre nella sanzione. Tu insisti. Lui insiste. I toni si alzano. A questo punto il controllore ti intima di aspettarlo lì, lui deve sbrigare una faccenda e poi tornerà a farti la multa. In realtà, non lo vedrai mai più. Perché? Perché per un pubblico ufficiale italiano gonfiare il petto per riaffermare la propria autorità nel suo regno molto spesso esaurisce la questione. Ha alzato la voce e ti ha fatto capire che ha ragione lui. Fine.

Far rispettare le regole è secondario. L'immagine è l'unica cosa che conta: è nella difesa dell'immagine l'unico elemento in grado di annullare il divario tra ideale e reale che governa, inconsapevole e sotterraneo, ogni comportamento italiano. Così, si può appartenere a movimenti separatisti per la secessione del Nord dal Sud e anche andare in vacanza in Salento a trovare amici e parenti; o introdurre l'acquisto online del biglietto ferroviario per velocizzare le procedure, salvo poi richiedere la stampata cartacea senza cui il biglietto non è valido. O ancora, costruire un edificio monumentale come la Stazione Centrale di Milano solo per lasciarlo deperire nell'incuria:
La puntualità nella manutenzione non è mai stata il punto forte degli italiani. Sono bravissimi a spendere e spandere, a erigere edifici, a costruire strade, a allestire aiuole; amano le serate inaugurali e il taglio dei nastri. Ma è difficile mantenere freschi i lustrini del grande spettacolo; il suo stesso splendore diventa un peso difficilmente sostenibile nel quotidiano, come una storia d'amore troppo meravigliosa per sopravvivere alla routine matrimoniale. Un'alzata di spalle collettiva consente a quello che era uno splendido spettacolo di cadere a pezzi, in un deterioramento che stimola perfino una specie di inspiegabile, cupa soddisfazione. Richiedeva troppo impegno, non era poi così importante. Lasci che l'erba cresca, la polvere si accumuli, le cataratte scendano sugli occhi. Correndo avanti e indietro, su e giù dalla metro al binario del treno, nessuno vuole ricordare l'immagine di quando hanno posato la pietra fondante, nessuno vuole sentir riecheggiare la retorica inebriante dell'inaugurazione.

Insomma: "il modo italiano di fare le cose" si concretizza in un grumo inestricabile di convinzioni e ipocrisie, regolamenti e scappatoie, idealismo e furberia, autorità e diritti, compromessi, contraddizioni e continue rinegoziazioni di stati di fatto dati per immutabili, ma in realtà magmatici e mutevolissimi. Parks ha ragione: "l'Italia non è un paese per principianti". Ma presto o tardi si impara. Basta tenere duro nelle proprie posizioni e adeguarsi al teatrino gerarchico che contrappone il forte e il debole in continue messinscene dai ruoli fissi e dagli esiti scontati, a bordo di un treno come in ogni altro ambito della vita sociale. Parks lo sperimenta sulla propria pelle, nel corso di un ciclopico litigio con un controllore che rifiuta di accettare il suo biglietto digitale in assenza della corrispondente stampata:
... tutta questa cultura di regole ambigue e di accese discussioni che non portano a nessun risultato preciso sembra fatta apposta per indurti a assumere un atteggiamento mentale basato sulla vendetta e il risentimento, che succhia energia a ogni altro settore della vita. Diventi un membro della società nella misura in cui ti senti trattato ingiustamente, aggredito. Gli altri ti contrastano o ti sostengono per divertimento. Quasi tutti hanno un nemico che vorrebbero umiliare e ne diventano ossessionati. E poi parlano in continuazione di questioni burocratiche. [...] E tutti quei giovani intorno a me non volevano altro. [...] Volevano vedere la fine dello spettacolo, la sconfitta del pubblico ufficiale o la conferma che tutte le circostanze giocano a sfavore dell'individuo nella battaglia contro lo stato.

Ma quindi? Cos'è il libro di Parks? L'ennesima tirata snob di un inglese che ha scelto l'Italia come sua patria adottiva solo per rovesciarle addosso secchiate di raffinatissimi sfottò? Be', il volume è uscito inizialmente sul mercato inglese, ed è innegabile che alcune tipizzazioni dell'italiano campanilista, arruffone e mammone siano pensate appositamente per darci in pasto al pubblico britannico. Così, per dire, secondo Parks i biglietti del treno devono mantenersi su una fascia di prezzo bassa perché
Uno studente deve potersi permettere di tornare a casa ogni weekend o ogni due. Perché gli amici delle scuole elementari sono gli amici di una vita, non puoi stare senza di loro. E chi ti fa il bucato, se non la cara mammina?

Eppure Coincidenze, a modo suo, è soprattutto un atto d'amore: non solo per il proprio paese d'adozione, con le sue bellezze paesaggistiche e artistiche (soprattutto al Sud, dove per contrappasso le ferrovie funzionano peggio che altrove), ma anche per i suoi strambi abitanti. Perché se ci pensate, quelli non sono sfottò: noi siamo fatti proprio così. Ci lamentiamo che in Italia non c'è lavoro e vorremmo fuggire all'estero, poi ci adattiamo a un lavoro malpagato perché l'ufficio è a 20 chilometri da casa. Siamo un popolo assurdo e intrinsecamente difettoso, che dei suoi stessi difetti ha fatto il tratto più distintivo del proprio carattere nazionale: riuscendo quasi a trasformarne alcuni in virtù, e portando l'arte di arrangiarsi in ogni situazione a livelli pignoti a qualsiasi altro popolo mai comparso sulla terra.

Coincidenze è un libro divertentissimo e crudele, perfetto per chi ama i treni perché non li conosce e odia gli Italiani perché non li capisce. A seconda della vostra propensione all'autocritica potrà aprirvi gli occhi sul vostro Paese o spingervi a dichiarare guerra all'Inghilterra. Quanto a me, mi ha riconfermato nella mia idea che io, personalmente, non scambierei i peggiori difetti degli italiani con le migliori virtù di nessun'altra nazione. Si tengano pure gli svizzeri la puntualità, i tedeschi l'efficienza, gli inglesi lo snobismo freak, i francesi le baguettes, gli americani l'obesità e i turchi le bestemmie. Noi abbiamo Trenitalia, che ci ha insegnato la regola fondamentale del pendolare: prendi sempre il primo treno che passa, da qualche parte prima o poi arriverà; e intanto goditi lo spettacolo, irritante e irresistibile, dei tuoi compagni di viaggio. Come sto facendo io ora, mentre chiudo questa recensione a bordo di un Intercity in ritardo di 160 minuti (su una tratta di 50) per "accertamenti dell'autorità giudiziaria in seguito a un investimento sulla linea". Arriverò tardi al lavoro, probabimente litigherò con i colleghi, sicuramente dovrò fermarmi più del previsto e rincaserò a notte fatta. Che devo fare?

Mi incazzo. E poi sorrido.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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