lunedì 16 marzo 2015

#CriticaNera. The Orange Hand: la rivincita del thriller tra storia e giornalismo

The Orange Hand
di Luca Tom Bilotta
David and Matthaus Edizioni, 2014

pp. 275
€ 19,90


"Il nostro credo è la conoscenza, 
nel senso più puro e scientifico che ci possa essere. 
Questo è il vero scopo dell'organizzazione" 
(pag.111)


Un thriller con un ritmo molto sostenuto e diverse dinamiche narrative che si intrecciano, rendendo vario e composito il plot, questo è il segreto del successo di The Orange Hand di Luca Tom Bilotta. Un giovane scrittore che è riuscito con la sua opera prima a passare dalle pagine di un quotidiano di provincia alla scrivania di un mostro sacro come Albert Zuckerman, fondatore della Writers House, l’agenzia letteraria dei principali protagonisti della letteratura internazionale, tra cui Ken Follett. 

Per un caso strano del destino ecco che Joe Brigati, il protagonista del romanzo e Tom Bilotta, il suo creatore, intrecciano fortune e successo a cavallo tra due nazioni: America e Italia. Le logiche redazionali di un quotidiano, con il loro calvario mortificante di noia e cliché, stavano stretti ad entrambi e il processo catartico avviene attraverso il medesimo medium: la scrittura. 

The Orange Hand, la mano arancione, è la summa di quello che deve esserci in un thriller: ritmo, fatti, cronaca, vicende storiche poco chiare, ribaltamento dei punti di vista, suspense, intrighi. Il tutto è condito in un’ottica moderna, sostenuto da un linguaggio asciutto e giornalistico, che ammicca alla fiction - come ha notato del resto anche la Paramount, che ha già iniziato le riprese per la serie ispirata al romanzo - e servita con la giusta dose di efferatezza e mistero.

Nonostante il linguaggio semplice, scevro da barocchismi e ricercatezze, la struttura del romanzo è complessa; si pone infatti su diversi piani di lettura, con una struttura fondata su un incastro di narrazioni, con stili diversi, e vi è inserita anche una logica di ribaltamento delle situazioni e dei personaggi, che di volta in volta incarnano vittime e carnefici, in un contesto mutevole e ricco di sfumature. L’officina dell’opera ci svela il tavolo del giornalista e il suo modo di lavorare ad un’inchiesta, include appunti, biglietti, lettere, bozze, facendoli diventare parte della trama, un tessuto con un ordito in vista, che arricchisce lo scenario di veridicità e conquista, nello svelamento del meccanismo narrativo, la fiducia del lettore.

Sullo sfondo l’eterna lotta tra bene comune e interesse personale, il profitto di pochi sulle spalle dei più, una denuncia sociale che tocca il mondo dei colossi farmaceutici, ben noto alle cronache americane, come molta cinematografia a stelle e strisce ci ricorda, poco utilizzato in Italia, dove gli scandali ambientali e la corruzione statale la fanno da padrone. In lontananza l’Agente Arancio, le ripercussioni sul Vietnam, lo strascico di deformazioni e di morti che grava ancora sulla parte debole del conflitto, dimenticata dalla storia. Un  fardello pesante che fa riflettere, suggellato da un motivo costante, quella mano arancione che si posa sulla vicenda, che tinge le scene del delitto, che compare su documenti segreti e macchia i personaggi, apparentemente in maniera incostante e slegata, poi sempre più convincente, quasi fosse il ritornello costante e mai sopito della colonna sonora del romanzo.

Il personaggio, avvolto nel turbinio di vicissitudini ed eventi, resta in ogni caso fedele a se stesso, incompiuto da un punto di vista sentimentale - visto che i suoi approcci con la bella Jennifer restano confinati alla pura immaginazione - , dannato quanto basta, anzi forse più ammalato di noia esistenziale, quasi più bohémienne che yuppie, ma destinato ad essere comunque un eroe positivo, che alla fine avrà la sua rivincita lavorativa e professionale. Un ibrido, figlio di più culture, votato solo alla ricerca della verità: su se stesso, sulla propria missione umana, sugli altri, sulla vita.

L’asse Milano-San Francisco risulta un buon topos letterario, sia per la conoscenza diffusa che molti hanno di Milano, sia per la scelta inusuale della seconda, peraltro descritta in maniera puntuale e non scontata, probabilmente se lo scrittore avesse insistito di più su questo aspetto, ne sarebbero venuti fuori due personaggi ulteriori, sotto forma di città-soggetto, non solo una marcatura spaziale di contorno; ma la trama e le esigenze narrative conducono l’autore ad indugiare altrove. Il contesto urbano diventa quindi un “cronotopo” che regola l’esistenza dei personaggi sulla base delle loro azioni nei contesti urbani creati e descritti per loro, riprendendo le teorie del critico Steven Johnson. 

Per tutte queste ragioni il romanzo merita il consenso che sta riscontrando, soprattutto all’estero, dove la ricerca e il rimando costante e puntuale ad episodi reali, su sfondi storici, con punte di attualità, sono ingredienti ricercati, dove la trama conta in maniera particolare, ma anche l’attenzione alla cura dello stile, riconoscibile e immediato; The Orange Hand ha davvero tutti i numeri per essere apprezzato, maggiormente,  anche dal pubblico italiano.

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