lunedì 9 marzo 2015

#CriticaNera. Omicidi in provincia: "La sala nera" di Giorgi e Schiavetta


La sala nera
di F. Giorgi - I. Schiavetta
F.lli Frilli Editore, 2014



Durante uno degli incontri di BCNegra 2015, una delle più importanti rassegne internazionali dedicate al poliziesco, il criminologo spagnolo Vicente Garrido affermava che la grande città non è più il luogo prediletto dagli scrittori per ambientare le loro storie gialle. Il crimine letterario si è universalmente provincializzato, giungendo alla piccola città o al piccolo paese. Ciò che realmente conta è che il delitto, l’assassino e l’investigatore siano perfettamente integrati nel luogo in cui la vicenda si sviluppa. È necessaria una certa armonia tra l’ambiente e chi lo popola.

Del resto, fino a non molti anni fa, lo scenario più comune della letteratura poliziesca erano grandi centri urbani come Londra, Parigi, New York e Chicago. I vari commissari e investigatori, da Sherlock Holmes a Philip Marlowe passando per Jules Maigret, riflettevano in parte nel loro carattere alcune caratteristiche intrinseche della città in cui vivevano e lavoravano. Lo stesso schema dovrebbe accompagnare la nuova ambientazione provinciale.

La letteratura italiana ha, forse, il privilegio di avere tra i suoi capolavori alcuni romanzi polizieschi che anticipano la tendenza al decentramento. Mi riferisco al Leonardo Sciascia di Il giorno della civetta o Il contesto. Ciò si deve, con tutta probabilità, al fatto che il nostro non è mai stato un Paese di metropoli, ma piuttosto di tante piccole realtà di provincia.

Lo spostamento dalla grande alla piccola città dell’azione criminale ha anche l’effetto di renderla, per il lettore italiano, più vicina alla sua realtà. Soprattutto in Italia, città come Londra e Chicago sono luoghi che fanno parte del mito e non coincidono con quell’idea di casa che rimanda a un riparo sicuro e confortevole lontano da crimini efferati. Quindi, il fatto che una storia criminale sia ambientata in una città di provincia è, per il lettore, intrigante: riconosce gli ambienti, le atmosfere, è coinvolto nella trama, i personaggi si muovono sulle stesse strade che lui percorre ogni giorno.

Savona è una tra le tante città di provincia italiane. È dotata di un particolare fascino che deriva in gran parte dal suo nucleo più antico, la via Pia e i vicoli che convergono su di essa, e dalla fortezza del Priamar, eredità ben conservata del dominio genovese sulla città e luogo di detenzione durante il Risorgimento (tra i suoi illustri ospiti Giuseppe Mazzini). Sotto certi punti di vista è una tra le realtà urbane ideali, oggi, per ambientarvi un romanzo poliziesco; forse anche per questo La sala nera di Fiorenza Giorgi e Irene Schiavetta risulta così credibile.

La vicenda ruota attorno a una rapina finita in tragedia presso una storica gioielleria del centro cittadino. La vittima, Martina Tagliaferri, è la commessa dell’esercizio di proprietà da diverse generazioni della famiglia Modigliani, rappresentante tra le più attive della comunità ebraica di Savona. L’inchiesta viene affidata al magistrato Ludovica Sperinelli, che si avvale della collaborazione del maresciallo dei carabinieri Francesco Mancini. Le indagini riportano a galla la storia della famiglia Modigliani, segnata come molte altre dall’Olocausto della II guerra mondiale e custode di un segreto tenuto celato per mezzo secolo. Alla fine gli investigatori riusciranno a scoprire l’autore della rapina e dell’omicidio, ma il vero nodo dell’inchiesta riguarda proprio ciò che si nasconde nell’intercapedine della cassaforte della gioielleria Modigliani. Se da un lato arrivare al colpevole è stato per la coppia Sperinelli-Mancini relativamente semplice, carpire il segreto di famiglia è stato al contrario un vero rompicapo. E questo è, a mio avviso, il principale merito de La sala nera: usare il poliziesco come pretesto per un romanzo che in realtà interroga il passato di un uomo comune, a emblema del fatto che dalla nostra storia personale, intrecciata con la Storia dei grandi eventi, non possiamo fuggire.

Contraltare della trama principale sono le vicende quotidiane dei due investigatori. Ludovica Sperinelli è una single, innamorata di tal Alberto, personaggio presente nella sua assenza, continuamente evocato e che mai compare sulla scena. Per vendetta, forse, si lascia trascinare da un bel tenore, Lorenzo Grimaldi, in visita a Savona per interpretare il ruolo del Duca di Mantova nel Rigoletto, di scena nel teatro cittadino Gabriello Chiabrera. Di segno opposto è la vita familiare del maresciallo Francesco Mancini, alle prese con la visita della suocera in grado di trasformare una semplice cataratta in tragedia shakespeariana.

Giorgi e Schiavetta, alla loro terza pubblicazione a quattro mani, si confermano gialliste di buona qualità. In particolare vorrei sottolineare come la coppia Sperinelli-Mancini sia estremamente ben congegnata. Il magistrato, che non eccelle nell’investigazione pura, ha però un certo talento quando si tratta di capire e interpretare la psicologia dell’assassino:

L’indagato annuì, si alzò e porse le mani alle manette. Nel far ciò barcollò lievemente e sarebbe caduto, se i due agenti di custodia non fossero stati lesti a sostenerlo. La confessione lo aveva cambiato e come svuotato. Per la prima volta, Ludovica sentì quasi un moto di pietà per lui e capì che, nel momento in cui aveva assassinato Martina, aveva anche ucciso l’ultima possibilità di cambiamento che la vita gli aveva offerto

Al contrario, il maresciallo Mancini è un abile investigatore, in grado di spremere i pochi elementi a sua disposizione per giungere alla soluzione del caso. Può contare su informatori affidabili e dimostra di avere costantemente la situazione sotto controllo. Attorno a loro una serie di figure minori che si controbilanciano, dal procuratore al carabiniere Aricò fino al tenente Bassani. Infine, il personaggio più interessante è senza ombra di dubbio il gioielliere Primo Modigliani, nei confronti del quale il lettore prova sentimenti alterni di simpatia e antipatia fino a quando prevale, nel finale, la normalità dell’uomo e con essa la comprensione del magistrato Sperinelli e del lettore.

L’unico vero punto debole de La sala nera è rappresentato dalle scene non inerenti all’inchiesta e dalla costruzione del personaggio di Lorenzo Grimaldi, tenore seduttore, che in parte scalfisce la bella immagine del magistrato Sperinelli, donna acuta che non avrebbe alcun motivo di cadere tra le braccia di un artista di talento, ma decisamente narcisista. Il contrasto che si viene a creare, soprattutto nel personaggio del magistrato, non trova un equilibrio e forse si deve alla volontà delle due scrittrici di sottolineare come l’essere umano sia ricco di contraddizioni, indipendentemente dal suo ruolo nella società. Tuttavia, così come è stato costruito, il lungo siparietto amoroso Sperinelli-Grimaldi non rende giustizia al magistrato: assomiglia più alla parodia di una goffa scappatella, che non a una perfida vendetta come invece si lascia intendere nel finale.

Un elemento che, al contrario, ritengo particolarmente interessante è la conoscenza dei meccanismi interni alle indagini su un omicidio. Non è frequente trovare nei polizieschi italiani riferimenti precisi e appropriati al RIS di Parma, al ROS, a mandati di cattura europei e a decreti di perquisizione. Il lettore viene catapultato dalle autrici nelle atmosfere e nei meccanismi di un Palazzo di Giustizia. L’uso del linguaggio tecnico, ma soprattutto la trasposizione nella finzione letteraria dei complessi e spesso oscuri –oppure banalmente semplificati –ingranaggi della giustizia italiana, conferiscono a La sala nera un valore aggiunto che va sommato alla suggestiva ambientazione provinciale e a una coppia di investigatori che ricorda, seppur con le dovute differenze, il più celebre duo Petra Delicado-Fermín Garzón di Alicia Giménez Bartlett.

Infine, per concludere, una nota inedita per la nostra rubrica #CriticaNera che riguarda la foto di copertina del libro. L’editore e le autrici hanno deciso di rendere omaggio a uno dei locali più caratteristici di Savona: Vino e farinata, simbolicamente fotografato con la serranda abbassata. La trattoria che sorge nella strada principale della città medievale, via Pia, è da sempre punto di ritrovo imprescindibile per chiunque voglia immergersi nella tradizione gastronomica locale. Quello delle autrici e dell’editore è un chiaro omaggio a un luogo che custodisce una fetta importante della storia di Savona e il cui futuro oggi è più che mai incerto.

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