lunedì 23 febbraio 2015

Scrivere per fermare il tempo: la guarigione secondo De Majo

Guarigiorne
di Cristiano De Majo
Ponte alle Grazie, 2014

pp. 241
€ 16,50



Per anni sono stato un appassionato lettore di complicate costruzioni cerebrali e, anche se non sento il bisogno di rinnegare i miei vecchi amori letterari, ho la sensazione che, diventando più vecchio e accumulando sempre più esperienze, stia cercando una letteratura che mira a rappresentare la complessità della vita anche sul piano emotivo. Una letteratura che parla di dolore, di perdita, o anche di amore e di felicità in modo esplicito. 
Questo passo, che legge a pagina 125, potrebbe perfettamente riassumere il messaggio dell'intero Guarigione, libro di Cristiano De Majo salutato a fine 2014 come grande prova di emozione e letteratura al tempo stesso. Non c'è freddezza, né compiacimento o lamentela in queste duecentoquaranta pagine dedicate a un viaggio tra i più complessi: quello nella paternità, nel dolore e nella perdita, ma anche nella malattia e nella sua risoluzione. Il tutto, in toni «disarmanti», per riprendere l'azzeccata definizione di Leonetta Bentivoglio sulle pagine della «Repubblica» (6/11/2014): è un'opera che disarma, impone al lettore di scoprire il fianco esattamente come ha fatto lo scrittore, senza mai erigere schermi razionali e resistenze preconcette. Lo si coglie fin dagli interrogativi iniziali: 
Era una paura simile, lo scampato pericolo di non riuscire a essere padre, che mi fece venire voglia di avere un figlio, o qualcosa che aveva a che fare con la naturale evoluzione di un rapporto, o ancora la fatica spesso insopportabile di essere sempre e soltanto figlio? (p. 13)
Cristiano De Majo non cela le sue ansie da padre di due gemelli, dopo un percorso di guarigione dal tumore, né le critiche per una Napoli sempre più alla rovina, le problematiche economiche che assalgono quotidianamente ogni "precario" della cultura, o riflessioni sui cambiamenti che subiscono le coppie dopo la nascita di un figlio. Figuriamoci quando i figli sono due gemelli, e uno di questi è affetto da una malattia come l'epidermolisi bollosa, ancora troppo poco conosciuta, ma sconvolgente per tutta la famiglia.
Bene, ci sono vari modi per parlare del dolore (il nostro dolore, quello dei nostri figli, di chi ci è accanto), e De Majo sa bene che questo è «uno dei motori più potenti e inarrestabili della scrittura, ma anche una forma di responsabilità frustrata» (p. 128). Avrebbe potuto parlarne in terza persona, affibbiare il ruolo di io-narrante a un qualsiasi alter ego, spruzzando la realtà di invenzione o rifugiarsi nell'autofiction. Invece, in Guarigione, De Majo affronta tutte le sfaccettature di questo tema in una "non-fiction", senza credersi «l'eroe di una grande tragedia» ma, tuttalpiù, «l'attore di un dramma» (p. 25) che racconta senza vezzi la propria esperienza, senza fregiarsi di meriti che non ha, come padre, compagno e uomo. 

La stessa forma narrativa si inserisce perfettamente in questo incrocio di umiltà e schiettezza: alla forma del romanzo (benché molte delle recensioni lo definiscano così), Cristiano preferisce un taccuino del dolore e della guarigione, organizzato sostanzialmente in modo logico e per macro-blocchi narrativi, pur mantenendo la libertà del genere di attraversare ponti tematici e riprendere vecchie esperienze da un frammento all'altro. Insomma, De Majo rischia sulla struttura narrativa (i rischi, per intenderci, sono sempre i soliti dei taccuini: ovvero la possibilità di una storia slabbrata che perde vigore per la frammentarietà), e ne esce sostanzialmente vincitore. Innanzitutto, perché le pause degli spazi bianchi permettono di isolare meglio i dubbi e le riflessioni umanissime, difficili da ammettere a sé stessi, ancora di più davanti a un grande pubblico. Eccone qualche esempio: 
Avere una malattia o avere un figlio malato spinge all'occultamento della verità, quando la verità non è essa stessa evidente, come se la malattia, anche quella non contagiosa, fosse una mercanzia troppo imbarazzante per essere esposta. (pp. 68-69)
La paura di un futuro in cui i miei figli mi vedranno come un fallito, un terrore che cerco sempre di smorzare con l'immagine mentale del mio archivio, dove conservo tutte le cose che ho pubblicato; se avranno voglia di leggerle, se questo potrà fargli cambiare idea. (p. 71)
Bene, De Majo non ha paura di svelare, anziché occultare, e oltre alla funzione maieutica (e innegabilmente catartica) della scrittura, scava dentro di sé e nel suo passato anche per fermare i ricordi, che sa essere come una «saponetta scivolosa» (p. 92), sempre pronta a sgusciare oltre il presente. E quali dettagli preferisce fermare? I momenti d'amore per i suoi figli, i dettagli delle loro prime parole, con l'obiettivo non secondario di «dare ai miei figli un passato. L'onere di costruire per loro una stroria che fosse il più possibile priva di omissioni» (p. 179)

E nel frattempo, mentre Cristiano affronta con coraggio il suo rapporto con Laura, il suicidio di un amico, la delusione per una Napoli poco adatta a crescere due bambini, tenerissime domande e schegge di paternità (tra note e dubbi da papà contemporaneo e questioni ataviche): 
Che tipo di persone saranno? Questo pensiero che mi attraversa quasi ogni giorno ha una potenza sconosciuta, ubriacante. (p. 25)

GMGhioni



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