sabato 14 febbraio 2015

I meccanismi dell'amore e quelli della narrazione: "Amore, ecc." di Julian Barnes

Amore, ecc.
di Julian Barnes

Einaudi, 2013

traduzione italiana di Riccardo Mainardi

pp. 272
€ 12


"Mi chiamo Stuart e mi ricordo tutto." L’incipit di Amore, ecc. non lascia dubbi: l’ossessione di Barnes per la memoria, al centro di uno dei suoi libri più famosi, Il senso di una fine, è centrale anche in questo romanzo, strutturato come un copione teatrale in cui a turno intervengono, rivolgendosi direttamente ai lettori, Stuart, sua moglie Gillian e Oliver, amico di Stuart sin dai tempi della scuola (l’edizione Einaudi, purtroppo, contiene un alto di errori e sviste ortografiche).

Sono agli antipodi, Stuart e Oliver: riflessivo il primo, pragmatico il secondo; entrambi di buona cultura, Stuart è goffo nell'approcciarsi alla vita mentre il suo amico è un eccentrico viveur capace di godere di ogni momento, perfettamente a suo agio nel mondo. Stuart è quello che ricorda maggiormente altri protagonisti e narratori di Barnes, in quanto condivide con loro alcuni tic e manie; prima fra tutte, il cercare attraverso l’analisi, la riflessione, in definitiva attraverso le parole, di dare un senso all’esistenza.

Gillian non è d'accordo con questa “tattica” del marito: ricostruire il passato è già un'operazione manipolatoria, darlo in pasto ai lettori è doppiamente mistificante perché non si potrà mai colmare la distanza tra chi parla e chi ascolta, e questo divario rende impossibile una vera comunicazione. “Le cose che ricordo sono cazzi miei”: Gill si ribella al suo autore, non volendo esibire i fatti della sua vita al pubblico; in questo modo mette a rischio il meccanismo narrativo che proprio sull’esposizione di quei fatti si basa; ovviamente, però, essendo un personaggio di finzione l’unica sua possibilità di esistere è la condivisione di quell’esistenza coi lettori, la cui presenza è ciò che le permette di vivere. Proprio per questo, pur mantenendo il suo riserbo e la sua capacità di mettere in discussione le apparenti verità che la narrazione fa emergere, alla fine anche Gillian ci offre la sua porzione di storia.

Da parte sua, l'autore Barnes è la somma di Stuart e Gillian: è troppo intelligente per fingere di non sapere che la memoria è menzognera, ma prova anche l'istinto irrinunciabile di tentare ugualmente di dare un senso a tutto attraverso la scrittura, consapevole della fragilità di quanto va costruendo ma anche del suo valore.

Le storie d'amore sono fatte di quotidianità: gesti d'affetto, piccole incomprensioni, momenti speciali solo per i due innamorati, unici e al tempo stesso uguali a tutte le altre coppie; Barnes riesce a descrivere alla perfezione le sensazioni, gli stati d'animo e le situazioni della condizione amorosa, i suoi alti ed i suoi bassi. E' veramente piacevole ritrovarsi nelle sue parole, riconoscere quel sentimento che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. La prosa dello scrittore inglese è inconfondibile: straripante ma puntuale, pensata ma ricca di humor; ciò è evidente soprattutto nel linguaggio di Oliver, il cui carattere esalta sia la prosopopea che la comicità dell'autore.

Pensare al passato significa anche cercare di capire cosa è andato storto. Perché qualcosa, nella vita, va sempre storto. In questo caso, si tratta di una situazione classica: lui, lei, il migliore amico di lui. Devo proprio dirvi come andrà a finire? Arrivano così le prime bugie, i sotterfugi, le incomprensioni. Come sa chiunque abbia avuto contatti con altri esseri umani, buona parte dei problemi nelle relazioni nascono da qualche verità taciuta, spesso non per cattiveria ma per paura, difficoltà di gestirla, errata convinzione che sia meglio così. Gillian, ad esempio, decide di non rivelare a Stuart che Oliver si è innamorato di lei perché teme le conseguenze: e come biasimarla? Allo stesso modo suo marito, quando comincia a sospettare, non chiede chiarificazioni alla moglie, dandone per scontata la colpevolezza. Puntualmente, quella che in principio era un'inezia si trasforma in tal modo in una catastrofe e a quel punto è impossibile risalire alla buona fede iniziale. I fraintendimenti si accumulano, le coincidenze appaiono intenzionali. La fiducia si è spezzata e non si può più tornare indietro. 

Per quanto la vicenda nei suoi aspetti generali sia credibile e verosimile, forse Barnes si lascia guidare troppo dallo stereotipo che (dopo innumerevoli film e romanzi sul tema) si ha di questa situazione. E' proprio questo, probabilmente, il difetto più grande del libro, che diventa più evidente man mano che la vicenda prosegue: la storia che ci racconta Barnes suona maledettamente scontata. Tutto sembra procedere in automatico, esattamente come ci si aspetta: l'ingenuità di Stuart che quasi spinge la moglie tra le braccia dell'amico, così come l'ambiguità di Gillian che mentre dichiara di amare Stuart cede pian piano a Oliver attratta forse dalla diversità dell'amico rispetto al marito, un cliché ormai insopportabile nella brutalità con cui appiattisce gli immaginabili turbamenti interiori che una situazione del genere può causare, e che la maestria di Barnes non basta a riscattare. L'inevitabilità con cui viene descritta la dinamica amore-tradimento-disamore puzza troppo di fatalismo: è così che va il mondo, non ci si può far niente. Si tratta di una retorica consolatoria (come lo era il finale di Livellidi vita) che, in fondo, de-responsabilizza il singolo individuo. Il problema, forse, è che a situazioni simili non si può dare un senso definitivo ed esaustivo, come invece cercano di fare i tre protagonisti: provarci, attraverso questo uso delle parole, rischia sempre di diventare un modo per giustificarsi, per razionalizzare e ciò, sebbene umanamente comprensibile, semplifica terribilmente una questione, quella delle relazioni umane (sospese tra caso e volontà, tra ragione e sentimento) che deve invece rimanere aperta, dolorosamente irrisolta.

A onor del vero, però, l'intrusione di Val (una ex di Stuart) sembra mettere in discussione questa impostazione, introducendo dubbi sull'interpretazione data finora ai fatti. Val mette in luce che i tre punti di vista principali sono solo apparentemente in contrasto tra loro e che in realtà essi condividono la stessa condiscendenza e accettazione complice di ciò che accade perché, come già detto, "queste cose succedono". E’ come se Barnes si fosse trovato davanti ad un impasse narrativo: dare la parola direttamente ai suoi protagonisti, facendoli esprimere in prima persona, significa abbracciarne il punto di vista escludendo qualsiasi divergenza. Lo scrittore inglese ha provato a superare l'ostacolo con l’introduzione di Val, una vera e propria scappatoia dalla camera chiusa dei giochi privati di Stuart, Oliver e Gillian. Questo, ovviamente, crea tensione tra la narrazione principale e quella secondaria che si oppone ad essa, ed infatti ad un certo punto (quando, si noti, Stuart e Oliver già si odiano) la coppia di amici si ritrova unita nell'allontanare violentemente Val dagli occhi del lettore: non ci può essere spazio, nel racconto di una storia d'amore, per un punto di vista esterno. Barnes, in qualche modo, si arrende ai suoi personaggi.

L'amore è una forza irrazionale e, ancora peggio, non può essere tenuta sotto controllo: in un mondo dove l'uomo pretende invece di assoggettare alla propria volontà ogni cosa, eliminando la possibilità dell’inaspettato, una forza incontrollabile e destabilizzante come l'amore spaventa. Ma, come ci ricorda Montale, un imprevisto è la sola speranza. Al termine del girotondo, nessuno ha imparato niente, e la giostra è pronta nuovamente a ricominciare.

Nicola Campostori

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