domenica 22 febbraio 2015

I diari di Tommasi Landolfi: "Des Mois" (terza parte)

Des Mois
di Tommaso Landolfi

Vallecchi, 1967



Des mois, terzo tassello di questa “autobiografia” programmaticamente schivata e programmaticamente costruita come una sorta di autobiografia delle forme letterarie, dopo un approccio di nuovo sconcertante per il lettore, ché tocca acclimatarsi di bel nuovo e reintrodursi in nuovi meandri formali, si rivela alla fine non solo degno compare dei suoi predecessori, ma fors’anche ad essi superiore. Qui Landolfi riprende a “giocare” con le forme, inventa una nuova maschera, una nuova mistificazione vera più del vero. 

Des mois è un prosimetro dove il rapporto tra prosa e versi non è logico-consequenziale, né si ridice in versi ciò che è stato detto in prosa, né la prosa serve a introdurre e spiegare i versi: qui i versi fanno un discorso discorde rispetto alla prosa, dicono altro, invitano a diffidare della prosa e della maschera che essa costruisce. Dunque, da un lato una prosa frammentaria, che ricava lacerti più o meno preziosi dal già pensato o esperito (la prosa come punta dell’iceberg), dove frequentemente Landolfi tradisce se stesso, tenta vie che non gli appartengono (la satira sociale, ad esempio), scadendo talvolta, e talvolta attingendo risultati sorprendenti anche per quelle vie, quasi sempre riprendendo la sua “naturale” – anche di questo tratta esplicitamente – bella scrittura; dall’altro i versi, che, indossano a loro volta la maschera della facile cantabilità, quasi da novello Chiabrera, della misura metrica prenovecentesca, il cui colorito giocoso, anacronistico e parodico ripropone, per antifrasi, la sua sete più inestinguibile: il senso di inappartenenza, la cupa disperazione, la vertigine razionalistica che “batte il naso” nell’irrazionalizzabile o nel misticismo, nel disincanto cosmico. Spesso i versi cominciano con una formula del tipo “lasciamo questo, parliamo d’altro” e sarebbe da dire con “altra forma”.


Landolfi riparte dall’attenzione, si direbbe, dall’ascolto delle comunicazioni a-verbali e, poi, pre-verbali delle forme di vita primeve e questo diverrà uno dei temi costanti. In essi, come già osservato, lo scrittore va alla ricerca del punto di sutura tra vita e parola. In effetti, nella parti in prosa Landolfi sperimenta su se stesso un riaccostamento alla realtà. Sicché dopo la centralità della letteratura nella Bière, e quella del gioco in Rien va (dell’angoscia personale), in Des mois Landolfi lascia di lato scontrosità e ombre e si confronta con la realtà (tenendosi come rete di protezione lo spazio alieno dei “versicoli”). Ancora una triade dunque (non se se sovrapposta da me ai tre - questo è sicuro - testi. Forse un’indiretta conferma per la predilezione triadica la si può desumere da questo brano: “non si può fumare al buio; né leggere, ancorché silenziosamente, colle orecchie tappate; né pienamente disporre delle proprie facoltà mentali se non si abbia la piena disposizione di tutte le proprie membra”. A ben guardare, ancora vizio, letteratura, realtà 

Ma la netta distinzione tra prosa e versi quasi obbliga il lettore a trattare le due forme distintamente. Né in Rien va né nella Bière Landolfi avrebbe potuto scrivere “serbo eterna riconoscenza”: non solo avrebbe ghignato di fronte a qualsiasi concetto di eternità, per quanto convenzionale, ma anche di fronte alla stessa riconoscenza e alla materia di essa; la fumosità della reale e del suo stesso essere lo avrebbero ghermito prima ancora di pensarlo. Sempre in prosa fa capolino un inedito e quasi improponibile Landolfi satirico che s’interessa, seppur per denigrarla, della realtà sociale. Ma la satira è anche confronto e amore (come per altro dimostra l’indecoroso spettacolo di buona della nostra satira politica, così soggiogata dall’oggetto stesso dei suoi “amorevoli” strali). E men che mai avrebbe potuto scrivere “la vita dell’uomo, vien fatto di pensare, è in un alternarsi di fiducia e sconforto (se mai con il declamatorio e troppo facile corollario che quando l’alternanza cessa (…) anche la vita si estingue” (pag. 54), invero proposizione e corollario un po’ fiacchi, così poco landolfiani. E ancora: “secondo ragione la vita non può avere senso alcuno; se non che allora si leva a volo da ignota terra lo stormo degli affetti, e il dibattito ricomincia, e si ha un bel tacciare tali affetti di inconsistenti vapori o tale stormo di fugace ombra sul greto” (pag. 90). 

Per quanto apprezzabile, nella formulazione e nel pensiero, questo non sembra un brano landolfiano: manca l’ombra, l’inconsistenza; se non mi ritrovassi a scimmiottare il verso di una canzone, mi verrebbe da dire, c’è troppa luce. Si direbbe insomma che la conversione alla vita somigli ad una conversione religiosa (quale sia la religione) non per fede, ma per rassegnazione, per mancanza di meglio, per scacco a se stesso, per esperimento. Un fosco romantico (nero, dice Siciliano) non può tramutarsi in un Voltaire. Per fortuna anche in prosa non mancano scarti, svolte, fremiti, come tutto il brano che incornicia queste righe: “o il vento. Giungeva come una belva, si guardava intorno anelante, attendeva un attimo, certo che chi serbasse delle ali prime si sarebbe unito a lui” (pag. 97). Eppure questo stesso brano, di puro, fumosissimo Landolfi va poi a spegnersi in un controcanto satirico, arguto, sì, ma tutto sommato pacificante: “non sarà che in quel titolo (…) sia già detto tutto? In tal caso, nessuna meraviglia che risultasse indispiegabile: sarebbe testa e corpo in una. Così, come ad alcuni critici spetta la parte dei titologi, ad alcuni poeti spetterebbe il modesto compito del titolografo” (pag. 98). Riconoscibile cifra landolfiana è invece la procurata impressione che lo scrittore “si arrampichi con le parole” a qualcosa di risolutivo, decisivo, per poi, invece, lasciarsi cadere in prossimità della vetta (e si veda l’analogo meccanismo delle “dimenticanze” anche negli altri due tasselli). Scollinare significherebbe, per Landolfi, dire un che di definitivo e abbandonare la cara figura dell’eccentrico, dell’inadempiente, dell’attardato. 

Il volenteroso confronto con la realtà ( a volte turgido, a volte frivolo) sembra negarsi nell’atto stesso del suo dispiegarsi, cosicché i versi diventano il “rifugio dei peccatori”, i depositari di un voluto fallimento. Oltre ad introdurre un cambiamento di registro rispetto alla prosa, i versi testimoniano anche di una tensione dialogica costantemente ritratta verso il monologo, perché l’amico cui si rivolge non può che rimanere attonito e muto di fronte all’incalzante distruttività dell’impossibile dialogante e malinconico monologante. Si può solo ascoltare il monologo di chi, come il poeta, sa solo far domande e non sa né dare né ascoltare risposte.

Anche in Des mois, con ostinazione ancor più sospetta e maliziosa che nei due diari precedenti, Landolfi nega ogni riconoscimento alla psicoanalisi, nel senso che fa clamorosa mostra di neppure averne mai sentito parlare (nessun amico intriso di cultura mitteleuropea? Nessuna lettura di Saba o di Svevo?). in un brano, in particolare (pagg. 99/100), vi è quasi la descrizione “scientifica” del ripiegamento narcisistico, del blocco (intoppo, dice lui) dell’investimento oggettuale: eppure nemmeno una parola sulla psicoanalisi e del suo gergo (con una acrobatica prodezza stilistica di non poco memento). Il demone che alimenta e rode, rinvigorisce e fustiga la scrittura diaristica landolfiana è il narcisismo.

I “versicoli” diventano alla fine il negativo dell’unico modo di accostarsi alla vita esente da ripiegamenti narcisisti: la letteratura. Nell’inattuale, nel parodico, nel cantabile, nel dire negando e nel negare dicendo si mima, “metaforicamente”, una inesausta tensione verso e la cosmica inanità del protendersi. 

Paolo Mantioni

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