lunedì 16 febbraio 2015

Il Salotto - Con Michela Tilli

Foto credit: Davide Campana

Ricordate "Ogni giorno come se fossi bambina"? Lo abbiamo recensito su CriticaLetteraria pochi giorni fa (clicca qui) e, non a caso, si parlava di un romanzo pieno di sentimenti positivi, dove anche le problematiche quotidiane sono affrontate con speranza, senza cupezze, sebbene ci siano risvolti d'ombra e mai si cada nell'ingenuità. Bene, siamo molto felici di aver invitato Michela Tilli nel nostro Salotto e che lei abbia accettato di rispondere alle nostre domande nonostante i tanti impegni di lavoro (grazie!).


Nel tuo romanzo, dai molta importanza al tema del viaggio e del ritorno, quasi un nostos classico, che ha ricadute non solo sul presente ma anche sulla personalità stessa dei personaggi e sul loro approccio al mondo. Fin dall’inizio del romanzo hai pensato a un’evoluzione simile?

Sì, perché quando inizio a scrivere ho sempre bisogno di sapere dove andrò a finire. In realtà il lavoro su un romanzo inizia molto prima che io mi metta seduta davanti al computer. C'è tutta una fase di gestazione che può durare mesi e anche anni, durante la quale la storia prende forma. Per questo motivo cerco sempre di avere più progetti aperti, in fasi diverse, in modo da potermi prendere tutto il tempo per pensare e immaginare senza che mi venga l'ansia di mettermi a scrivere: mentre rifletto e faccio scarabocchi su un'idea, c'è qualcos'altro, in uno stadio più avanzato, che mi impegna in modo più costruttivo. Così se un'idea non parte e non si sviluppa posso lasciarla ferma in un cantuccio in attesa di tempi migliori e la libertà creativa è salva. Quando inizio a scrivere l'evoluzione che avranno i personaggi mi è abbastanza chiara.

Sempre a tal proposito, quali sono i viaggi di ritorno letterari (o teatrali e cinematografici) che hai preferito?

A partire dall'Odissea, la letteratura trabocca di viaggi di ritorno e quindi la scelta è veramente difficile. Mi viene in mente subito Ritorno dall'India di Yehoshua, il primo libro che ho letto di questo scrittore, che me lo ha fatto amare profondamente. Poi c'è un film bellissimo, Transamerica di Duncan Tucker con Felicity Huffman, che racconta di un viaggio verso casa che è un viaggio dell'anima e della scoperta della propria identità, sia per il giovane sbandato Toby, sia per il padre transessuale, che lo accompagna senza rivelargli chi è veramente. E infine, c'è un tenero ritorno in uno dei miei racconti preferiti, Il carrello di Akutagawa, nel quale un bambino si allontana da casa su un carrello della ferrovia per spirito d'avventura e quando si rende conto di essere lontano è sopraffatto dalla paura. Tornerà di corsa, superando boschi e colline, la mamma non se ne accorgerà nemmeno, ma lui non sarà mai più lo stesso.

Il viaggio cambia profondamente noi stessi, Arianna e Argentina ce lo dimostrano di pagina in pagina. Accade qualcosa di simile con la scrittura?
Io credo in realtà che noi cambiamo ogni istante che passa e che l'identità alla quale ci aggrappiamo sia un bellissimo artificio che usiamo per sopportare lo scorrere continuo che ci attraversa. Ogni esperienza ci trasforma, ogni contatto con il mondo, e il viaggio non è che una rappresentazione molto significativa di questo movimento. Vediamo il paesaggio sfilare via, lasciamo luoghi e ci lasciamo accogliere da altri e in tutto questo riflettiamo su ciò che resta di noi tra un punto e l'altro. Almeno in apparenza, la scrittura a me fa l'effetto contrario: è un processo nel quale ho l'impressione di fissare qualcosa di me e di conoscermi meglio. Mi muovo verso l'essenza, cerco ciò che c'è di più stabile in me. Forse si potrebbe definire un viaggio immobile, nel quale tutto può cambiare tranne l'origine della scrittura.

Nel tuo romanzo, sono ritratte (e con grande verosimiglianza) una donna anziana e una ragazzina. Dunque, due estremi. È stato complesso dar voce a due realtà così? Ti sei ispirata a qualcuno che conosci?  
È stato molto complesso dar voce ad Argentina e Arianna, soprattutto perché ho dovuto schivare i ricordi e le emozioni che mi suscitano alcune persone reali come una slalomista tra i pali. Quando scrivo cerco sempre di tenermi ben lontana da modelli riconoscibili. Vorrei che i miei personaggi fossero autonomi e non assomigliassero a nessuno, se non a personaggi letterari o del cinema. È più facile infatti che mi lasci andare nel momento in cui mi rendo conto che mi sto ispirando a un attore o a un personaggio di un fumetto. Comunque qualche caratteristica mia o di chi mi sta vicino ci scappa per forza, che io voglia o no: avevo una nonna capricciosa e simpatica come Argentina, per esempio, ed ero chiusa come Arianna alla sua età.

E ora una domanda relativa alla scrittura: ti occupi di teatro da tempo. Come immagineresti Arianna e Argentina su un palcoscenico?

In realtà il teatro è una passione molto recente, ma anche molto profonda. Ci ho pensato da subito: Franca Valeri sarebbe fantastica per interpretare la pungente Argentina, mentre per Arianna mi vengono in mente alcune magnifiche adolescenti dei corsi di teatro della Scuola delle Arti di Monza. Ci sono delle ragazze che anno dopo anno, quando vedo i saggi degli allievi, mi lasciano a bocca aperta. Ragazze dai quindici ai vent'anni che sul palco tirano fuori una bellezza incredibile, che non ha nulla a che fare con gli stereotipi che la società ci propone.
Foto credit: Davide Campana

Infine, quali sono le differenze più sostanziali tra la scrittura per il teatro e quella di un romanzo? Hai trovato difficoltà?

Molto simile è la fase di creazione, al punto che quando penso a una storia i primi tempi non mi pongo nemmeno il problema del mezzo che sceglierò per raccontarla. Poi lentamente l'idea prende forma e allora le strade si dividono. A me viene molto più naturale scrivere un racconto e, se poi ne vale la pena e c'è la sostanza, un romanzo. Mi piace la solitudine e la fatica che la scrittura comporta. 
La scrittura teatrale è un'altra cosa, e per me ancora un mondo da scoprire. Da una parte è molto più veloce e più facilmente maneggiabile, nel senso che la brevità e la compattezza del testo teatrale lo rende, rispetto al romanzo, più facile da "vedere" in un colpo solo, anche fisicamente, spargendo i fogli per terra, per esempio. Nello stesso tempo è molto difficile sottrarre ciò che va sottratto: la parola non è tutto nel teatro, anzi, non è nemmeno l'elemento più importante e sul testo si innesterà il lavoro del regista e degli attori. Questo è complicato, ma porta con sé un aspetto molto positivo: regista e attori sono persone in carne e ossa, a fianco delle quali si può imparare molto.

Un’ultimissima domanda, anche se scaramanticamente puoi non rispondere: anche se il romanzo è uscito da poco, hai già in mente qualcosa di nuovo da scrivere?


Non solo ho in mente qualcosa, ma sto già scrivendo. Ho paura del vuoto che si crea quando un libro esce o quando uno spettacolo finalmente debutta. E in questo periodo le due cose sono successe addirittura insieme. Così mi sono portata avanti tempo fa. Sto scrivendo un romanzo su due famiglie che rompono i rapporti a causa di un tragico incidente, che mi sta facendo riflettere ancora una volta sull'adolescenza, sulle paure delle madri e sugli amori difficili. E poi ho in cantiere alcuni progetti per il teatro, dei quali non dirò, non per scaramanzia, anche se a teatro è quasi d'obbligo, ma perché devo ancora condividerli con le persone con cui mi piacerebbe lavorare.
 
 
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Intervista a cura di GMGhioni

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