mercoledì 4 febbraio 2015

#CriticaNera. Tra mito letterario e realtà poliziesca: L'interrogatorio di Liad Shoham

L'interrogatorio
di Liad Shoham
Giano, 2014

Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi

pp. 304
€ 13,90

Uno stupro avviene nei ricchi quartieri nord di Tel Aviv. Liad Shoham segue le vicende che scaturiscono da questo evento traumatico attraverso diversi personaggi che in un modo o nell'altro ne sono coinvolti: non solo Adi, la vittima, ma anche, tra gli altri, una sua vecchia vicina di casa che assiste alla violenza, un giornalista, Amit, incaricato di coprire la notizia e Yaron, il padre di Adi. Quest'ultimo, durante un suo appostamento notturno, vede aggirarsi nello stesso quartiere dove è avvenuta l'aggressione un uomo che corrisponde all'identikit del colpevole e che si comporta in maniera sospetta. Decide così di contattare Eli Nachum, il commissario cui è affidato il caso. Nachum, per sua stessa ammissione, è un “poliziotto vecchio stile”, riflessivo, che basa il suo mestiere su un lento e costante lavoro intellettuale; per questo motivo mal si adatta ai nuovi standard adottati dalla polizia secondo i quali l'efficienza è quantificabile e si misura con dati e statistiche, riducendo il lavoro di detective ad una catena di montaggio nel cui bilancio figurano solo i meri numeri. 



L'interrogatorio è scritto senza orpelli o tergiversamenti in descrizioni e passaggi non necessari al proseguimento della trama, se si eccettuano brevi escursioni nel passato dei personaggi per inquadrarli meglio senza però approfondirne le psicologie. Pur essendo dunque l'azione a mantenere la tensione del romanzo, non si tratta di una storia adrenalinica.

Ziv Nevo sembra proprio essere il colpevole che tutti cercavano: divorziato, licenziato da poco, con una storia di molestie sessuali alle spalle, è il classico tipo capace di passare allo stupro. Il modo in cui è stato riconosciuto dalla vittima, spinta se non addirittura influenzata dal padre e senza un regolare confronto all'americana, rischia però di inficiarne la validità mettendo in pericolo la convalida dell'arresto. Nachum è infastidito da questi problemi burcratici: cosa possono i cavilli giudiziari di fronte al buon senso e all'istinto che lui ha affinato in anni di servizio? Ecco perchè vuole strappare a Nevo una confessione prima della fine dello Shabbat, quando è sicuro che nessun avvocato arriverà in suo soccorso con trucchetti e pretesti legali. E' la classica situazione in cui tutti, a cominciare dalla vittima e dai suoi parenti, desiderano lasciarsi la questione alle spalle il prima possibile e ricominciare a vivere provando a dimenticare; è necessario, insomma, trovare alla svelta un colpevole.
Ben presto, però, viene esplicitato quello che il lettore avvertiva da tempo: c'è stato un grosso malinteso, Nevo non ha commesso la violenza sessuale. Ma allora perchè inizialmente sembrava voler confessare? In cosa è coinvolto? Chi sono Meshullam e Faro, suoi complici in ciò che stava progettando? Pur rimanendo un po' di vaghezza, il succo della questione viene svelato in fretta, senza lasciare quel tocco di mistero in più che avrebbe giovato alla narrazione.

In un saggio dedicato alla Série Noire dell'editore francese Gallimard, Gilles Deleuze sostiene che il romanzo poliziesco classico si basa su un geniale investigatore la cui indagine, portata avanti attraverso l'intuizione o la deduzione, può essere interpretata come una ricerca della verità. Allo stesso tempo, però, il filosofo francese ritiene che nella realtà “l’attività poliziesca non ha nulla a che vedere con una ricerca metafisica o scientifica della verità”: di norma i casi vengono risolti non per il dispiegamento di forze razionali ma quasi per caso, attraverso una serie di errori, piste false, movimenti a vuoto, elementi fortuiti.
Leggendo L'interrogatorio alla luce di queste riflessioni, possiamo dire che nel suo libro Shoham mette in scena il conflitto tra mito letterario e realtà poliziesca: da una parte l'eroe solitario che va avanti con la sua logica e la sua pancia, dall'altra il freddo regolamento che trasforma tutto in routine e cerca proprio di far in modo che a condurre le indagini non siano le estemporanee intuizioni del singolo ma il rigore e la concretezza formali quali garanti delle procedure democratiche.
Quando l'errore commesso dalla polizia viene riconosciuto e sembra che le accuse nei confronti di Nevo stiano per cadere, la situazione si ribalta di nuovo, in un meccanismo ben orchestrato dall'autore, che si diverte a mettere Ziv in una situazione che, prendendo in prestito un termine scacchistico, possiamo definire zugzwang: qualunque sia la mossa che decide di fare, è destinato a perdere. Ora, infatti, Nevo si dichiara nuovamente colpevole: perchè? A questo punto della narrazione troviamo da una parte la pubblica accusa che, pur ritenendo l'imputato colpevole, deve accontentarsi di un'incriminazione minore (lesioni e non stupro) per arrivare ad un patteggiamento che scongiuri un processo in cui la consistenza delle prove verrebbe messa a dura prova; dall'altra un avvocato della difesa che potrebbe sfruttare le difficoltà della polizia per far assolvere il suo cliente ma che ha ricevuto da quest'ultimo il mandato di farlo condannare. In mezzo, la faglia sottile che divide la giustizia e il rispetto delle regole, i fatti e la loro ricostruzione, ciò che è legittimo ipotizzare e ciò che si può dimostrare. Un crinale delicato, muovendosi lungo il quale è sempre facile cadere. Forse ha ragione Deleuze: in tutto questo la verità non c'entra nulla.

In un momento storico in cui una certa vulgata in tema di regole vuole che ogni legge sia un laccio che ostacola le azioni che andrebbero fatte per risolvere le questioni importanti, questo romanzo ha il merito di problematizzare la questione. Se la valutazione attraverso i dati può spingere a chiudere i casi in fretta per guadagnare “punti” nella classifica di rendimento, anche le convinzioni personali possono prevalere sulle prove effettive ed un poliziotto sicuro del suo istinto leggerà la realtà come più gli fa comodo. In ogni caso la pretesa di esaurire con soluzioni tecniche questioni di questo tipo si rivelano illusiorie: nel bene e nel male il fattore umano resta una variabile ineliminabile dell'equazione. Non c'è dunque un confine netto a separare le pratiche virtuose da quelle deleteree; il cammino verso la giustizia è impervio qualsiasi sia il percorso che si sceglie.

Tenendo sempre a mente il saggio di Deleuze, è interessante notare come ne L'interrogatorio, sia sul versante criminale che su quello poliziesco, a far progredire la trama non è il raziocinio, la pianificazione, ma il caso, le coincidenze, il fato che colpisce gli uomini ignari di essere pedine di un gioco più grande senza scopo né senso contro il quale possono veramente poco. A mostrare l'imprevedibilità degli eventi e la sostanziale imperscrutabilità della verità, nascosta allo sguardo umano dalle nebbie del caso, ci aveva già pensato Friedrich Dürrenmatt (ad esempio nel suo celebre romanzo La promessa), considerato per questo il teorico della fine del giallo nell'epoca moderna. Con L'interrogatorio siamo lontani dal respiro metafisico delle riflessioni dell'autore svizzero, nella trama niente allude a qualcosa che trascende i fatti narrati, ma il meccanismo con cui gli eventi si susseguono è lo stesso.
E' pur vero, però, che la scelta del realismo rigoroso non premia il libro: la scoperta del vero stupratore sarebbe stata più appagante per il lettore se, con una concessione al romanzesco, fosse arrivata in maniera meno fortuita tramite un appiglio più solido a quanto avvenuto nel corso della storia. Ma anche quando, come nel finale, questa regola viene rispettata, manca comunque qualcosa: l'ingrediente magico che tiene il lettore in sospeso, smanioso di scoprire come andrà a finire.
Realismo, suspense, sospensione dell'incredulità, temi forti, personaggi affascinanti: come si combinano tutti questi elementi per creare il giusto rapporto tra scrittore e lettore? Con buona pace di tutte le teorizzazioni, e probabilmente per fortuna, il mistero del thriller perfetto è ben lungi dall'esser risolto.

Nicola Campostori

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