giovedì 19 febbraio 2015

La donna è mobile? Sì, ma solo se non è felice

Chi è felice non si muove
di Giulia Villoresi
Feltrinelli, 2014

pp. 336
€ 17,00


L'esperienza insegna che facciamo bene ad avere i timori che abbiamo; che non c'è niente di peggio che uno spirito d'avventura fasullo per rovinarsi la vita. Il mio pensiero, nel giorno in cui sono partita, tornava spesso a Francesco Totti. Un giocatore del suo talento, dicono alcuni, poteva andare ovunque, poteva andare al Real Madrid, ma il suo provincialismo e la sua vigliaccheria gliel'hanno impedito inchiodandolo a Roma. E che cosa ha vinto la Roma? E che cosa ha vinto Totti? Non sono d'accordo. C'è chi ambisce al premio materiale e c'è chi punta più in alto. I veri artisti riproducono la propria vita nell'arte: veder giocare Totti e vederlo vivere è tutt'uno. Se a un genio non gli va di partire, non deve partire. Non c'è niente di peggio che uno spirito d'avventura fasullo, per sprecare i doni del cielo.

Chi è felice non si muove, il secondo romanzo di Giulia Villoresi, prende a prestito una citazione da Thomas Mann (il titolo) e la usa per giustificare l'elogio di Francesco Totti. Abbinamento bizzarro, ma perfettamente nelle corde della protagonista, romana in trasferta che a Totti (un genio che non gli andava di partire e infatti non è partito) pensa fin dalle prime battute del suo viaggio, a bordo di un taxi che dalla Plaka di Atene conduce all'aeroporto lei e il fidanzato Olmo. Là i due si saluteranno: lui tornerà a Roma, lei prenderà un aereo per Rodi, poi a Rodi un traghetto per una sperduta isola del Dodecaneso in cui, lontana dal mondo e dai pensieri, potrà dedicarsi al progetto di scrivere le vite dei poeti del Novecento per un nuovo Canone Occidentale promosso (ma non pagato) dalla UTET e dall'Università di Yale. Un'esperienza destinata a una "gloria" finale parecchio diversa da quella prevista: perché, se chi è felice non si muove, chi si muove con "uno spirito d'avventura fasullo" potrà scoprire la felicità solo tornando a casa.


La storia (intesa come "fatti") è quasi tutta lì. Il progetto accademico si arena quasi subito: il campo è troppo vasto, e reso pressoché infinito dalle velleità centrifughe della protagonista (continuo a chiamarla così perché non ha nome), che in esso vorrebbe ricomprendere più o meno ogni manifestazione spirituale cosmica. Oltre alle passeggiate sul lungomare deserto, gli unici episodi concreti del soggiorno greco sono l'amicizia con Kora, tanto vitalistica e spontanea quanto la nostra è umbratile e arroccata in se stessa; i tentativi di sondare il mistero dell'esistenza di suo fratello Autonomos, il marinaio; e le brevi frequentazioni con un gruppo di biologi marini padovani, che vengono sull'isola per studiare un pesce e finiscono per vedere un UFO.

A completare l'isola, gli isolani. La nobile e rassicurante signora Kalliopi, la padrona di casa; il repellente Milos ("Merdos"), il proprietario del minimarket sotto casa; Vasianos, l'oste che non si vede mai ma che vede tutti; Kostantinos, il barista, cristallizzato nella ripetizione rituale di gesti e domande che replicano nel loro quotidiano eterno ritorno l'immobilismo del villaggio e di tutto ciò che finisce attratto nella sua sfera gravitazionale. Ma chi è felice non si muove, e infatti sull'isola sembrano stare tutti benissimo, contenti e soddisfatti di un'esistenza che si nutre di sé e basta a se stessa.

Tutti, tranne lei.

Il motivo per cui lei non riesce a godersi la vita dell'isola è lo stesso che le impedisce di portare avanti il progetto del Canone: il corpo è in Grecia, ma la testa è a Roma. Il mondo concreto da cui proviene, con tutte le sue implicazioni identitarie, le vieta di trasferirsi del tutto nella nuova dimensione astratta e intellettualistica del lavoro accademico, in cui riteneva di volersi ritagliare un ruolo di spicco. Durante tutto il soggiorno greco, la protagonista non fa che pensare a Roma: l'adolescenza, le amiche, gli incontri con Olmo, la famiglia. Ogni episodio della vita sull'isola non fa altro che riverberare le onde lunghe dei ricordi romani, dando avvio a una serie di riflessioni su se stessa e il proprio autentico scopo nel mondo. Il risultato non è una serie di tirate nostalgiche di un'esule di lusso un po' fancazzista: in quelle riflessioni, e non nei "fatti", si costruisce e cresce il nucleo del romanzo.

Di pari passo con l'accantonamento del progetto del Canone, l'isola diventa una sorta di "presente sospeso", la cui principale funzione è fornire uno spazio e un tempo adatti a rielaborare il passato nel ricordo, ruminandolo e metabolizzandolo fino a farne una base solida e affidabile per costruirci sopra il futuro. Potremmo dire addirittura che la crescita del personaggio in fondo sia già avvenuta tutta nel passato esterno alla narrazione, e che il racconto in sé non serva ad altro che a realizzarla, portandola finalmente alla luce. Raschiando via incrostazioni e sovrastrutture (ambizioni accademiche, velleità intellettuali, costrizioni mentali), l'analisi forzata di se stessa riesce a restituire la nuda realtà che stava nascosta sotto tutto il resto: una donna, che scopre di desiderare ardentemente un futuro di donna.

La sola idea di avere un futuro mi piaceva più dell'indiscutibile bellezza emanata dai ricordi. E anche queste non si presentavano più come storielle animate, ma come lampi di piacere. Sotto quest'ottica il tempo passato era secco e lento; umido e veloce quello a venire.

Non che essere donna sia una cosa semplice, tutt'altro: è complicato anche solo provare a immaginarne i diversi significati. "Donna" è un tesseratto, che rispecchia in se stesso ognuna delle sue molteplici facce. E rispecchia se stessa negli altri, continuamente, nel tentativo di comprendere, attraverso il confronto, tutte le sfaccettature in cui si può rifrangere il prisma della natura femminile: figlia, sorella, madre, moglie, amante, amica. Per questo, Giulia Villoresi mette in scena una processione completa di figure di donna, grazie a cui la protagonista può confrontare di volta in volta la propria versione ideale e colta del concetto con le sue specifiche declinazioni reali: da quelle buffe (la madre, Kora) a quelle lievemente drammatiche (la problematica biologa Luigia) fino a quelle farsesche, come la donna che si nasconde, con significati insospettabili, nella psiche del marinaio Autonomos. E non sarà un caso che, tra tutti gli inserti che intervallano i capitoli per intercalarvi episodi di vite celebri (Rebora, Rousseau, Fred Buscaglione, Friedrich von Spee), il più intenso racconti proprio un momento immaginario di una vita femminile immaginaria: la poetessa greca Eleni Electre e il suo nuovo rapporto con se stessa all'incontro con un amore impossibile.

Il secondo romanzo di Giulia Villoresi è un testo complesso, colto e intelligente (tre qualità che raramente vanno a braccetto), che cerca e trova la felicità non nell'avventura fasulla e nel travisamento di sé, ma nella piena e autentica riscoperta della natura più sfuggente e indecifrabile di tutte: una donna che va in Grecia per scoprire che aveva avuto ragione Francesco Totti:

Aveva rinunciato alle competizioni internazionali, ma anni dopo, quando gli avrebbero domandato in un'intervista come si immaginava il paradiso, lui avrebbe risposto: "Come la mia vita".

Luca Pantarotto
(@HoldenCompany)

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