domenica 25 gennaio 2015

Attraverso il Plutarco delle "Vite parallele" (seconda parte)



Le fonti cui Plutarco si riferisce sono le più varie: anzitutto la grande tradizione storiografica che l’ha preceduto, non solo i grandi nomi, quelli che hanno superato le contingenze quasi cronachistiche e il titolo di testimone oculare (e, per noi, il grande naufragio della letteratura greco-romana), ma anche gli storiografi meno noti o inaffidabili per partigianeria, da cui comunque egli ritiene da poter prendere qualcosa, se non altro, a volte, la possibilità di accennare versioni diverse di uno stesso fatto; poi, i poeti, i tragediografi e i commediografi; le ricostruzioni etimologiche, quelle etnografiche relative alle feste, ai riti e ai culti, che così diventano testimonianze del passato e dell’evento che li ha istituiti, perché ne sono la ripetizione “teatralizzata”; e poi ancora le steli, le iscrizioni, gli altari e finanche i modi di dire, i proverbi. È insomma una storiografia appassionata che fa domande e cerca risposte in ogni direzione dello scibile e cerca di ordinare e interpretare tutti i documenti a sua disposizione. Spessissimo Plutarco, sulla base delle diverse testimonianze e delle diverse fonti, presenta più versioni di uno stesso episodio o dà più spiegazioni di un fatto, preferendo quanto a lui, come già detto, la più verosimile, ma non deprivando il lettore delle altre, anzi invitandolo a prendere autonomamente posizione, in base alle sue convinzioni filosofiche o religiose.



Talvolta la finezza interpretativa di Plutarco si fa davvero acuta: ad esempio per spiegare la fuoriuscita di Romolo e Remo da Alba, dopo averne difeso il re e l’indipendenza, dice che a quel punto non potevano né aspettare e augurarsi che il re morisse prima di poter comandare a loro volta, né potersi assoggettare e inoltre, e qui l’intelligenza politico-storiografica di Plutarco rifulge, durante la lotta «molti schiavi e ribelli si erano raccolti intorno ad essi, e bisognava o disperderli, e rimanere soli, o andare a vivere con loro in disparte» (I, pag. 37).


Ad eccezione di Licurgo (per altro uno dei pochi eroi plutarchiani non particolarmente intriso di devozione per gli Dei e la cui legislazione sembra poter farne a meno), i primi, grandi fondatori di comunità o legislatori (Teseo, Romolo, Solone, Numa, ecc.) sono stranieri o hanno viaggiato molto in gioventù: dà ciò, credo, che lo stesso Plutarco tragga una sorta di conferma religiosa. La fondazione o la ricostruzione palingenetica di una comunità traggono impulso e provengono da interventi esterni, che agiscono sulla comunità stessa trasformandola, dandole una forza che altrimenti non avrebbe avuto. I sogni premonitori, i responsi degli oracoli, i portenti (perlopiù meteorologici), le eclissi, le apparizioni fantasmatiche sono, per il religiosissimo Plutarco, epifanie del linguaggio degli Dei, che però gli uomini non hanno la grammatica per interpretare, cosicché da un lato confermano l’esistenza d’un mondo ultraterreno che ha a che fare con il mondo degli uomini (mondo ultraterreno di cui gli uomini, nei loro concreti comportamenti, devono tener conto), ma dall’altro l’intervento degli Dei rimane inefficace e le vicende umane continueranno ad essere condotte dal Caso e dalla Fortuna.


Plutarco mostra grande rispetto per il compito che si è assunto e la disciplina cui intende attenersi, così ogni volta che sembra volersi imbarcare in una digressione morale, filosofica, religiosa, etnografica, etimologica, rimette il timone a dritta con una formula più volte ripetuta: “questo argomento è adatto ad altro genere di libro” (infatti Plutarco fu autore prolifico e scrisse trattati e opuscoli sui più diversi argomenti). In Plutarco la storiografia si istituisce come genere a se stante e diventa la base documentaria per disquisizioni d’altra natura, da tenere distante però dalla storia stessa.


Ho accennato prima alla grande capacità di Plutarco di far rivivere gli eventi storici narrati, le battaglie, le assemblee, le discordie politiche, le stragi e gli assassinii, con rara maestria e avvolgendoli in un pathos di grande efficacia espressiva (si vedano, se non altro, la vita di Coriolano e la drammatica fine di Pompeo). Faccio un esempio che mi sembra particolarmente indicativo del metodo plutarchiano: siamo dentro una battaglia e ad uno dei combattenti (figlio di Catone) «durante la mischia la spada gli venne strappata di mano da un colpo, o gli scivolò per il sudore» (I, pag. 292). In questa alternativa – “per un colpo o per il sudore” -, che a rigore non ha nessun interesse storico, in questa minuzia si riconosce la verisimiglianza plutarchiana più vera del vero storico: lo scrittore ha bisogno di sentirsi dentro la scena, di esplorare le possibilità, di tenere molle e aperta la materia narrata, affinché possa penetrarvi con il suo giudizio e farla penetrare da quello del lettore: e non sarà solo un giudizio razionale ma anche emotivo.


Una delle idee guida della scrittura plutarchiana sembra essere quella secondo cui la storia romana sia una sorta di ripetizione di quella ellenica. Convinzione fondata su una curiosissima concezione del Caso (curiosissima o modernissima alla luce delle recenti elaborazioni filosofiche e matematiche sul Caso) cui accenna all’inizio della vita di Dione di Siracusa: le possibilità casuali sono bensì innumerevoli, ma comunque finite e presto tardi si ripresenteranno situazioni, azioni ed effetti in qualche modo sovrapponibili anche a distanza di secoli. Com’è noto l’ordinamento delle Vite nelle edizioni moderne è pressoché convenzionale, mancando sicuri riferimenti oggettivi per ricostruirne quello originario (semmai sia esistito). L’edizione che leggo sceglie l’ordinamento in base alla cronologia del personaggio ellenico, sicché l’ultima coppia è formata da Filopemene e Tito Flaminino. È, inoltre, l’unica coppia formata da contemporanei (circa II sec. A. C.) che si conobbero personalmente e lottarono entrambi (da punti di vista e con obiettivi diversi) per la “libertà” e indipendenza dell’Ellade. Si tratta di una specie di passaggio del testimone che manifesta la convinzione plutarchiana di una sostanziale unità evolutiva del mondo greco-romano, sempre distinto e contrapposto a quello barbaro (fosse la Persia di Ciro o Dario, o le popolazioni germaniche o gli Illiri o i Numantini, ecc.).


Le vite parallele sono anche una splendida enciclopedia del mondo antico, colto nella sua vitalità, nei suoi aspetti encomiabili e in quelli vituperabili, nei suoi grandi eventi e in quelli minuti, quotidiani. Fra i tanti ne sceglierei uno che mi è sembrato non solo curioso, ma anche indicativo della superiore visione storica di Plutarco, che, sebbene vivesse ben dentro a quel mondo, sembra guardarlo dall’alto d’una saggezza buona per ogni epoca. Una delle grandi imprese di Pompeo fu quella di bonificare il Mediterraneo dai pirati, le cui scorribande rendevano ormai difficile i rifornimenti d’ogni tipo. In una breve digressione, Plutarco ci racconta, sceneggiandolo, cosa succedeva quando i pirati catturavano un cittadino romano: se il malcapitato protestava, ostentando, appunto, la sua qualità di cittadino romano, i pirati organizzavano una sorta di pantomima: si buttavano ai suoi piedi, chiedevano d’essere perdonati, gli mettevano i calzari e la toga, così nessuno avrebbe più potuto confonderlo una prossima volta, lo issavano sulla scaletta e lo invitavano a tornarsene libero in mare aperto e se si rifiutava, ce lo buttavano loro. Anche questo era il brutale, vario e multicolore mondo antico.


Certo, è difficile resistere alla tentazione di sovrapporre alcuni degli eventi narrati da Plutarco alla nostra contemporaneità o alla storia più recente (e in ogni caso dai classici si possono sempre ricevere lezioni o illuminazioni buone per ognuno e per tutti), ma sarebbe operazione a-storica o frivola, seppur divertente e istruttiva, ma almeno questa citazione può servire a stigmatizzare ulteriormente il deprimente uso dell’eufemismo politico (cui s’è aggiunto di recente l’irritante uso degli anglicismi, come se proprio la politica non riuscisse a dire la verità con le parole di tutti): 
«è stato osservato di recente che gli Ateniesi sogliono velare urbanamente la brutalità delle cose per mezzo di nomi innocenti e generosi: così chiamano le prostitute “compagne”, le tasse “contributi”, le guarnigioni delle città “custodi”, le prigioni “abitazioni”. Orbene, si direbbe che a dar l’esempio di questo artifici fosse Solone, quando chiamò “sgravio” l’abolizione dei debiti» (I, pag. 142). 
E ancora in riferimento alla nostra contemporaneità è da osservare che Plutarco fu un animalista ante-litteram (infatti scrisse anche un trattato morale a favore degli animali), atteggiamento che gli derivava da un profondo senso della dignità del vivente (uno degli indizi della grettezza di Catone l’Uticense, contraltare del suo grande senso di responsabilità etica e civile, è l’aver trattato sprezzantemente gli uomini e crudelmente gli animali).

Paolo Mantioni

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