venerdì 30 gennaio 2015

La vita a pedali di Paolo Aresi: Una vita consacrata alla bici

La vita a pedali
di Paolo Aresi
Bolis Edizioni, 2014





Scriveva il grande Dino Buzzati diversi anni fa:
"No, non mollare, bicicletta. Se tu capitolassi, non solo un periodo dello sport, un capitolo del costume umano sarà finito,ma si restringerà ancor più il superstite dominio dell’illusione dove trovano respiro i cuori semplici".  
Cuori semplici sono i personaggi del bel romanzo di Paolo Aresi La vita a pedali, dedicato a uno dei più grandi campioni del ciclismo italiano e mondiale di tutti i tempi, Felice Gimondi, vincitore in carriera di tutti e tre i Grandi Giri, Giro d’Italia (tre volte), Tour de France e Vuelta di Spagna, e di un campionato del mondo su strada. 



Fonte di ispirazione del romanzo di Aresi è stato un luogo particolare,il Museo del Falegname (nella foto la sala del museo dedicata a Gimondi) di un paese vicino a Bergamo, Almenno San Bartolomeo, in cui si trovano un buon numero di biciclette da lavoro, ciascuna adattata a un mestiere (barbiere, calzolaio, arrotino, etc.) e alcune bici di campioni del ciclismo, tra cui anche quella di Gimondi. 

Dalla felice unione della storia di Gimondi con quella dei diversi ciclisti dei mestieri, è nato La vita a Pedali, ambientato nel secondo dopoguerra, con sullo sfondo lo scontro tra fascisti e antifascisti e la sana rivalità tra Coppi e Bartali. Sempre presente nel libro di Aresi è la bici, considerata come un essere animato e magico che dà coraggio, speranza e gioia a chi la utilizza per esigenze di lavoro, per una particolare missione finalizzata al bene o per semplice passione. Si tratta di storie belle di per sé ma che, grazie alla presenza della bicicletta diventano ancora più belle.  La storia di Gimondi parte dall'infanzia, quando il futuro campione sfida i compagni di classe con la sua bici, un’Ardita rosso fiammante, avendo un unico pensiero, quello di raggiungere il traguardo prima degli altri. Continua con un Gimondi leggermente cresciuto, che assiste con il padre all'eroica impresa del suo idolo Fausto Coppi al mondiale su strada di Lugano del 1953, e da quel momento si mette in testa un solo, unico sogno, quello di diventare un campione di ciclismo. E ha il suo felice epilogo con l’adulto Gimondi che realizza il suo sogno trionfando al campionato mondiale di Barcellona del 1973 e battendo il rivale di sempre, il cannibale Eddy Merckx. Gli episodi della vita di Felice Gimondi sono intervallati da altri racconti, storie di tutti i giorni che hanno per protagonisti ambulanti ciclisti dei mestieri: il calzolaio, il cantastorie, l’arrotino, il panettiere, il caldarrostaio, l’ombrellaio, il gelataio, il fotografo.
Alfredo Martini, indimenticabile CT del ciclismo italiano e grande amico di Gimondi diceva che la bicicletta fa bene perché chi va in bici canta, sorride, fischia, soprattutto pensa. La bici ha fatto sicuramente del bene a Felice Gimondi, che era uno che pedalava sempre, pedalava ogni giorno e pedala ancora oggi. La sua è stata una vita consacrata alla bici, una "vita a pedali".









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