giovedì 8 gennaio 2015

James Ellroy, "Dalia nera"

Dalia nera
di James Ellroy
Mondadori, 2004


 

Io credo che esistano buoni o cattivi libri indipendentemente dalla qualità del genere cui implicitamente o esplicitamente si richiamano o vengono inclusi. Semmai il genere letterario, in questo caso romanzesco, può essere utile per indagare come un singolo libro entra in relazione con esso: se ne segue pedissequamente i dettami, se cerca di riformarlo, se ne fa una parodia, ecc. Oppure la nozione di genere può essere utile in sede storiografica per indicare tendenze, linee direttive, tracciati di divergenza o convergenza di questo e quell’autore. Quando, però, si tratta di guardare ad un singolo testo, la definizione di genere mi pare scarsamente operativa e preferisco leggerlo in base a categorie letterarie più generali, ivi compresa, va da sé, la nozione di genere, senza, però, limitarsi ad essa.

Dalia nera è un buon romanzo poliziesco, con sfumature noir, non di puro intrattenimento, ma nemmeno particolarmente succulento da punto di vista letterario.

Ellroy costruisce una storia fondata sulla precisa determinazione di un mondo, che il romanzo stesso definisce, per bocca di uno dei personaggi, un mondo di “poliziotti e pistole”: compatto, asfittico, cinico violento, bullesco, stupido, corrotto, senza distinzione tra buoni e cattivi, anzi dove i “buoni sono i cattivi”, ci si dice già nel prologo. Così tutta la vicenda legata all’omicidio della Dalia nera, si riverbera e smaschera le gravi magagne non solo degli ambienti e dei personaggi dove ci aspetteremo di trovarle (il mondo dei diseredati, della prostituzione, dell’alcolismo, ecc), ma degli ambienti e personaggi che dovrebbero rappresentare la parte sana della società (la polizia, il giornalismo, l’imprenditoria, la politica, la famiglia, ecc.). Grazie a un ritmo serrato, ai colpi di scena, alle descrizioni crude senza cedimenti al sentimentalismo o al moralismo, Ellroy trascina e mantiene il lettore in un romanzo “incatenato” al quel mondo, coerente e plausibile e non indica una via d’uscita, una “morale della storia” (per carità, nessuna richiesta di consolazione), un punto d’appoggio che sia esterno, che dia in fondo conto dell’esistenza empirica dell’”altro mondo”, quello dove i buoni e i cattivi convivono, quello dove vivono concretamente l’autore, il lettore e tutti gli altri. Non ne mancano parziali o blande rappresentazioni, specie nel finale, che, però, finiscono per ribadire l’irriconciliabile scissione. Ovviamente il giudizio letterario sull’opera dev’essere indipendente da questa scelta artistica dello scrittore, questa specie di pessimismo cinico e assoluto può essere considerato un legittimo orizzonte ideologico ed esistenziale: sennonché, nel caso specifico, il romanzo intitolato Dalia nera, esso assume un carattere esterno, predeterminato rispetto alle effettive necessità artistiche. La compattezza cinica del mondo di “poliziotti e pistole” è qua e là percorsa da fremiti, da feritoie che sembrano ancorarlo all’altro mondo: molti di questi si riveleranno falsi, quegli “intenerimenti” sono ulteriori finzioni e ulteriori conferme di cinismo. Di tutta la serie sono una specie rimane tale: quella relativa ai bambini. Ogni volta che quel mondo si sta aprendo, sta accettando l’idea che ne esiste anche un altro, più vasto e meno compatto, compaiono in scena i bambini. Quattro esempi: il coinvolgimento personale dell’investigatore Lee per l’omicidio della Dalia nera è giustificato, assieme ad altri motivi, dal fatto che nella ragazza orrendamente seviziata il poliziotto rivive una sua esperienza di perdita: la scomparsa senza ritrovamento della sorellina bambina quando lui era adolescente, tutti gli altri motivi del suo particolare interesse cadranno e si riveleranno finzioni, solo questo rimarrà intatto; durante un arresto, l’investigatore protagonista e voce narrante del romanzo, è costretto a separare il padre lestofante dal figlio i cui “urli non sono coperti dalle sirene”, esempio tanto più significativo perché rappresenta anche uno dei rarissimi casi in cui l’autore sfoggia una qualche gratuità metaforica; il personaggio narrante, così pesantemente implicato in quel mondo, quando chiede in sposa la persona che ama, lo fa in presenza di bambini, che anzi deliziosamente commentano in filastrocca “La signorina Lake ha un fidanzato” (pag. 275); infine, sarà proprio un nascituro a permettere e favorire la fuoriuscita da quel mondo del personaggio narrante e con esso del romanzo e del lettore implicito (in un finale, invero, un po’ banale). Insomma, un’altra scissione: il mondo con bambini e il mondo senza. Si sa, i romanzi di Ellroy sono romanzi per adulti, senza o con poco pelo sullo stomaco. Però, verrebbe da obiettare, i bambini crescono, compiono 15 anni (vedremo che questo è il limite ellroiano per diventare adulti), fanno il salto nel mondo brutto. Ma il salto è un processo, un’evoluzione non meccanica ed è, soprattutto, ineludibile: Ellroy ha artisticamente mancato l’ineludibilità non meccanicistica del passaggio, non l’ha affrontata. Per spiegarmi meglio devo far riferimento ad una realtà extraletteraria (universalmente nota, quindi nessun voyeurismo più o meno psicoanalitico). Ellroy, all’età di 10 anni ha perduto la madre in un fatto di cronaca nera rimasto insoluto, solo pochi giorni prima lo stesso Ellroy bambino le aveva augurato in cuor suo la morte a seguito di un “energico” rimprovero della stessa. Va da sé, che il pensiero magico dell’adolescente ha messo in connessione i due fatti e si è autocolpevolizzato (con una serie di conseguenze biografiche che esulano, però, dal discorso che sto facendo). In Dalia nera il processo di autocolpevolizzazione autobiografica trova la sua trasfigurazione letteraria: l’investigatore Lee all’età di 15 anni ha trascurato di proteggere la sorellina perché ne era invidioso e non ne ha sventato la drammatica fine. In verità, vista la densità drammatica dell’episodio autobiografico, la sua trasfigurazione letteraria appare un po’ meccanica, rigida, fredda, studiata a tavolino (raffrenare la penna, tenerla lontana dal sentimentalismo piagnucoloso, non significa ipso facto congelarla). A rendere un po’ incongruente quella trasfigurazione c’è anche la differenza d’età: Ellroy aveva 10 anni, Lee ne ha 15 (e aveva già fatto il salto nel mondo “brutto” – trascura la sorellina per scopare ed ubriacarsi assieme a una sciacquetta che la dà a tutti (citazione ad sensum); anche un’altra battuta del testo determina nei 15 anni il passaggio da mondo “bello” a quello “brutto”. Alla stessa maniera la, anzi, le scissioni di cui ho parlato sono in realtà incongrue, meccaniche, rigide, studiate a tavolino, artisticamente asfittiche. A ben guardare, anche i sogni di Bucky, il personaggio narrante, sono poco “onirici”, troppo meccanicamente legati alle situazioni diurne e contingenti.

Oltre alla meccanica e irrisolta “separazione dei mondi”, la polpa letteraria di questo romanzo non è succulenta anche per l’innegabile assoggettamento della scrittura di Ellroy all’espressione di tipo cinematografico. È un topos cinematografico ormai abusato quello dell’esigenza dell’”opinione pubblica” americana di una rapida soluzione dei delitti più efferati, esigenza che i mass-media e i politicanti cavalcano a loro profitto. (Per altro, non so quanto questo topos sia storicamente accreditato, in ogni caso la rappresentazione letteraria e cinematografica del popolo bue mi sembra sempre un po’ superficiale, così come quella dei “vergatori”, giornalisti e politici, ma forse io sono troppo ingenuo e le cose vanno veramente così). Sono frequentissime le situazioni in cui il personaggio narrante interviene in una scena già predisposta, quasi si trattasse di un set che aspetti il fatidico “motore!” per animarsi. Tutto ciò che è fuori dall’immaginazione visiva ha scarsissima rappresentazione: pensieri, metafore, stile sono costantemente incalzati da un ritmo che li rende superflui, inadatti alla rappresentazione. Ma ancor più e intrinsecamente cinematografica è la zoomata su dettagli dall’alto valore semantico: come le macchioline di sangue sui polsini e il colletto della camicia, dopo un interrogatorio, di un poliziotto.

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