venerdì 31 gennaio 2014

RileggiamoConVoi - Gennaio 2014

Cari lettori,
fine gennaio ed eccoci con il primo "Rileggiamo con Voi" del 2014: troverete i titoli che ci hanno coinvolti e che vorremmo consigliarvi per iniziare l'anno. Come sempre, la scelta è varia: non solo nuove uscite, ma anche classici che potrete (ri)scoprire dalle nostre recensioni e dagli inviti alla lettura.

Fateci sapere cosa ne pensate!
Buona lettura

La Redazione

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Fra i segreti anfratti degli anni Cinquanta

Una lettera dal passato
(First train to Babylon)
di Max Simon Ehrlich
Frassinelli, 2012 

1^ edizione: 1955
pp. 307


Fred Elkins lavora da 25 anni sul treno postale della Long Island Railroad, dove smista la corrispondenza e tutto quanto viene chiuso in una busta indirizzata, nella tratta che va dalla Pennsylvania Station, nel cuore di Manhattan, a Babylon, che sta invece nel cuore di Long Island. Tanti i sacchi da consegnare a ogni stazione e se da ciascuno di essi viene prelevato di nascosto qualcosa, chi può accorgersene? Fra le buste intascate, Elkins spera ci siano assegni, vaglia, titoli, cedole, tanto da mettere da parte un gruzzoletto che serva per le cure del figlio malato ai polmoni.

Sull’incipit di questo giallo non dico altro, anche perché è la parte migliore. I primi due capitoli, quelli che si svolgono durante l’antivigilia di natale del 1945. Anche il finale si riprende abbastanza, nel mezzo ci sono pagine a volte ripetitive che ruotano attorno a un salto temporale di 10 anni e alla splendida residenza della perfetta famiglia americana di quel favoloso decennio (che poi, insomma, a leggere certi romanzi tanto favoloso non era e ricordo solo lo strepitoso “Revolutionary road” di Richard Yates): George e Martha Radcliffe sono quarantenni e hanno due figli ventenni, un maschio David che studia a West Point e sta per essere promosso a capitano perché è il migliore in assoluto del suo corso e una femmina  Annette, che sta per sposarsi con il suo boy-friend innamoratissimo perché è la più bella e ambita di New York. Hanno il giardiniere, la cameriera, un mucchio di soldi e si amano tantissimo. No, non è Harmony, ribadisco: è un romanzo tirato, con qualche passo stiracchiato e un ritorno prepotente.

giovedì 30 gennaio 2014

Nella culla dell'amore: luna di miele a Parigi



Luna di miele a Parigi
Titolo originale: Honeymoon in Paris
di Jojo Moyes
Milano Mondadori

pp. 96
€ 3,90


Ogni tanto me lo chiedo: come mai Parigi è considerata la capitale mondiale delle storie d’amore? Se si pensa di getto alle coppie di innamorati famosi della storia, vengono banalmente in mente Ginevra e Lancillotto, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, Paolo e Francesca tanto per fare i nomi più conosciuti. Hanno tutti in comune due cose: la prima, è che si tratta di amori fortemente osteggiati ed infelici. La seconda è che nessuna storia è ambientata a Parigi. Eppure, l’espressione luna di miele non fa scattare in mente Verona o la Gran Bretagna, ma la Francia. Certo, ormai ci sono gli anticonformisti che decidono per le Maldive o, negli ultimi anni, per New York, ma la mecca per eccellenza dei viaggi di nozze e delle storie romantiche è la capitale francese.
Proprio sulla Torre Eiffel, simbolo per eccellenza della città dell’amore, si apre la prima delle due storie del volumetto “Luna di miele a Parigi”, il più recente lavoro dell’autrice del romanzo “Io prima di te”, Jojo Moyes.

"La sarneghera" di Laura Mühlbauer

La sarneghera
di Laura Mühlbauer
Elliot, Roma 2013

pp. 157
€ 16


"Ehi, calmati un momentino", e Dorina la zittì stringendole il polso. Prese un fazzoletto dalla tasca e le pulì la faccia da bambina con un unico gesto, invitandola a soffiarsi il naso dentro l'angolo ancora asciutto. "Una donna se la cava sempre, sai" (p. 65)
Raccontare un tempo, una famiglia, più generazioni, un paesino sulle rive del lago d'Iseo: un'impresa notevole, ancor più difficile se si è al primo libro e si conoscono solo queste realtà attraverso i racconti dei vecchi. E poi c'è l'ambizione sull'ambizione: Laura Mühlbauer recupera non solo gli usi di un paese tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, ma anche i pregiudizi, le superstizioni, i modi di dire e, quel che è più interessante ancora, la lingua. 

Sì, perché questa Sarneghera è una stimolante reimmersione nei tempi andati attraverso un recupero dialettale, operazione favorita dal fatto raro che il dialetto della zona è largamente comprensibile. Anche un lettore che mastica poco i dialetti nord-italiani non fatica a intuire là dove il lessico non è perfettamente aderente all'italiano. A muoverlo, la curiosità per quel che succederà alla famiglia del Buèl, un uomo rozzo e anaffettivo, che resta vedovo con tre figlie da crescere. E in realtà il romanzo si trasforma subito in una grande epica al femminile, perché il padre di famiglia ha più una funzione limitante che protettiva, e anzi è bloccato nelle sue amare nevrosi; saranno le tre ragazze, Giulia, Matilde e Agnese, a prendere le redini delle loro vite fin da giovanissime, ereditando la pazienza e l'amore per la famiglia dalla madre Gianna la Santa. 

mercoledì 29 gennaio 2014

"Marmellata di prugne" di Patrizia Fortunati


Marmellata di prugne
di Patrizia Fortunati
Ali&no, 2013

pp. 166
€ 15

Alcune parti del mondo sono “giuste”, altre sono “sbagliate”. La Bielorussia, dal 1986, è sbagliata. L'Italia è una parte giusta.
Il 1986 è l'anno del disastro nucleare di Chernobyl, uno dei più gravi che il mondo conosca. Abbiamo visto - in diretta o anni dopo - le immagini alla televisione, abbiamo sofferto con chi ha perso tutto, ci siamo impressionati di fronte alle fotografie di mutazioni, abbiamo sentito parlare di cancro alla tiroide e leucemia. Anche se non siamo sempre stati in grado di capire scientificamente le connessioni fra radiazioni e morte.
La Bielorussia, anche se Chernobyl si trova in Ucraina, è stata da subito colpita.
E qui, nel frattempo? Mia madre (io non ero ancora nata) mi dice che in quei mesi non si poteva usare l'acqua del rubinetto perché la nube tossica nell'aria vola e arriva anche in Italia.
Ci siamo chiesti come poter aiutare quelle famiglie disperate. E qualcuno l'ha fatto. Con la beneficenza e con le “vacanze terapeutiche”. Associazioni attive in molte parti d'Italia si sono mosse per ospitare, in famiglie volenterose, un “bambino di Chernobyl” per il periodo estivo. I miei zii l'hanno fatto e tutti noi ci ricordiamo gli occhi blu di Katia, che ora è diventata mamma.

#PagineCritiche - Dante profeta e cantore inconsapevole di un amore eterno




PER SIGNIFICATA PER LITTERAM
Dante profeta e cantore inconsapevole di un amore eterno

di Antonio Soro
Sassari, Editrice Democratica Sarda, 2012


PER SIGNIFICATA PER LITTERAM è uno studio ermeneutico letterario, un testo critico, nello specifico, un piccolo trattato sulla Commedia e sui suoi ‘sensi’. Come suggerisce l’autore, Dante procede nella creazione poetica per quattro livelli successivi, tutti inglobati in un unico senso letterale che fa da collante nella realizzazione della struttura.
Nell'ultimo secolo numerosi sono stati i commentatori dei ‘sensi danteschi’, da Auerbach a Singleton fino ad Umberto Eco, tutti rivolti all'interpretazione di un'opera mai concepita per rimanere unilaterale.

Quali sensi si porta dietro la Divina Commedia? E cosa s’intende per ‘senso’?

martedì 28 gennaio 2014

"Racconti di Odessa" di Isaak Babel'

Racconti di Odessa
di Isaak Babel'
Voland
pp. 170


L'edizione dei Racconti di Odessa che ho letto e di cui parlerò è quella edita da Voland nella collana Sírin Classica, con traduzione di Bruno Osimo. Comincio puntualizzando questo perché il libro si inserisce in una collana che programmaticamente si basa sulla correlazione tra l'autore e il traduttore, ai quali è data già paritetica importanza in copertina. Un rapporto di scambio sotterraneo che non si coglie solo negli apparati paratestuali ma che emerge con forza da tutte le scelte editoriali e letterarie. 

Il libro inizia con una prefazione di Osimo che vi consiglio di leggere alla fine, dopo aver assaporato i racconti. Godetevi prima l'ironia mista a drammaticità, la musicalità, l'eccezionalità di ambiente e prospettiva di questo testo e poi ripercorretelo a ritroso, mano nella mano col traduttore. Immergetevi nella lettura, apprezzate la ricchezza linguistica e poi tornate ai punti del testo più significativi per coglierne le sfumature. Il lettore, come sottolinea Osimo, "è proclive a pensare di leggere un libro scritto dall'autore dell'originale, quando invece ne sta leggendo un altro, scritto dal traduttore".

Questi Racconti sono la manifestazione del genio letterario di Isaak Babel', nato nel 1894 a Odessa da una famiglia di commercianti e arrestato nel 1939 con l'accusa di attività antisovietica. Torturato e condannato a morte nel 1940, il suo nome venne inserito proprio dalla mano di Stalin nella lista dei "nemici del popolo". 

Difficile spiegare a parole perché leggere i Racconti di Odessa; vi racconto i motivi per cui li ho amati io. 

Oltre il romanzo: una coperta dai racconti coloratissimi

Collages
di Anaïs Nin
"Gli intramontabili" di Edizioni e/o, 2013

Traduzione dall'inglese di M. L. Minio-Paluello
1^ edizione: 1964

pp. 142
€ 13


"È una femme toute faite"."Toute faite?"."Già disegnata, completa, perfetta in ogni dettaglio"."Lo dici come se non fosse un complimento"."Lo dico solo con rimpianto, Henri. Per me ho bisogno di donne senza forma, incompiute, donne non disegnate che io possa formare a modo mio, io sono un artista, cerco solo frammenti, rimanenze che io possa coordinare in un nuovo modo. Una donna artista crea i propri disegni"."Una buona ricetta per altre donne" disse Henri. (p. 82)


Anaïs Nin, indimenticata per il suo Delta di Venere e per i tanti romanzi che hanno ispirato sogni proibiti ai suoi lettori, torna negli "Indimenticabili" delle Edizioni e/o, una nuova collana che ripropone titoli fuori catalogo di autori notissimi. 
Collages, uscito per la prima volta nel 1964, è difficile da definire: sarebbe riduttivo parlare di romanzo corale, né renderebbe l'idea. Iniziamo con una cornice narrativa: la storia d'amore tra la bellissima e radiosa pittrice Renate e l'imprendibile Bruce, scrittore inquieto. Il loro rapporto è un incontro tra solitudini, che periodicamente si cercano, non sanno rinunciare l'uno all'altra, ma non possono neanche stare insieme, perché le personalità forti di entrambi e il bisogno di spazi autonomi fanno sì che nessuno dei due rinunci alla propria libertà. E qui parte la storia vera e propria di questo "romanzo-vita": come nella vita reale, Renate parte, ricomincia a viaggiare senza Bruce e incontra innumerevoli personaggi, che da comparse diventano protagonisti di micro-narrazioni. Renate è allora una semplice ascoltatrice e interviene poco: passa il testimone del racconto al personaggio. E non resta certamente delusa: i personaggi incontrati sono eccentrici e imprevedibili, le storie sono delle prove di bravura che riconfermano la grandezza della Nin a far sentire profumi e suoni, ma soprattutto a far vedere colori. 

lunedì 27 gennaio 2014

#GiornatadellaMemoria: Si sente? Tre discorsi su Auschwitz di Paolo Nori


Si sente? 
di Paolo Nori
Marcos y Marcos 2013

pp. 181
12 Euro

Si sente? è una raccolta di tre discorsi tenuti da Paolo Nori, dal 2009 al 2013, a Cracovia nell’ambito di Un treno per Auschwitz, un progetto che porta i ragazzi delle scuole nei luoghi della Shoah organizzato dalla Fondazione Fossoli (Fossoli è una località vicino Carpi dove sono ancora presenti resti di un centro di smistamento di prigionieri razziali e politici diretti ai campi di concentramento del Reich). Le riflessioni di Nori partono da un’osservazione frequentemente condivisa, che la Giornata della Memoria sia fatta per ricordare a prescindere, senza porsi molte domande in merito, senza approfondire, senza sapere che cosa significhi ricordare. Nella visione dello scrittore emiliano è una specie di notte bianca, magari quella che una volta all'anno si tiene nel proprio paese, e tutti si è obbligati a uscire. 

Il paragone di certo non regge, ma il 27 gennaio è ugualmente preso d’assalto dalle solite reazioni di circostanza.

"Carne innocente" di Laura Costantini e Loredana Falcone: un romanzo per mantenere viva la memoria della shoah romana

Carne innocente
di Laura Costantini e Loredana Falcone
Historica, 2012

La storia raccontata in questo romanzo si svolge su due piani temporali diversi, la Roma del 1943 e quella del 2011, che si alternano e ci fanno seguire in parallelo le vicende di Elide e Nemo. Elide è una prostituta che ha ucciso un capitano delle SS; incidentalmente si trova nel ghetto durante i rastrellamenti e viene arrestata come ebrea e destinata al campo di concentramento. Perchè non ha rivelato la sua identità? Perchè ha lasciato che la credessero ebrea benchè non lo sia?
"Fa freddo, l'ottobrata romana è andata persa insieme alle speranze di essere fuori da questa maledetta guerra. E ora questa cosa degli ebrei. [...] Elide sa che questa per i giudei di Roma è la resa dei conti. [...] "Povera carne innocente", ha sentito mormorare a una donna mentre i camion si radunavano davanti a S.Angelo in Pescheria. Nessuno lo direbbe di lei, messa davanti a un plotone d'esecuzione. Invece qui, in quest'aula dove sudore, lacrime e paura rendono tutti fratelli, lei è una vittima come tutti gli altri. Le lacrime di quella donna sconosciuta hanno mondato la sua anima."

domenica 26 gennaio 2014

Pillole d'autore: Max Aub e la caduta di Barcellona

Il 26 gennaio del 1939 Barcellona si arrendeva di fronte all’esercito di Francisco Franco. Potrebbe iniziare con oggi la “celebrazione” del settantacinquesimo anniversario della fine della Guerra Civile Spagnola. Anniversario che molto suggestivamente coincide con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e, quindi, con l’evento storico che è universalmente riconosciuto come il primo grande cataclisma del XX secolo. Il Novecento, centuria di guerre massacranti e teatro di una serie di Olocausti impensabili per una società ormai interamente consacrata alla modernità e al progresso. Un secolo dal quale facciamo grande fatica ad uscire.
Inutile perdersi in un panegirico dell’importanza storica e letteraria della Guerra di Spagna. Dalle sue ceneri sono nati un numero di romanzi se non superiore, pari, a quelli scritti sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. La conseguenza culturalmente più rilevante dell’instaurazione e dell’accettazione di una dittatura fascista in seno a un’Europa finalmente liberata dal nazifascismo fu la diaspora di almeno tre generazioni di scrittori, intellettuali, filosofi, romanzieri, poeti, storici, scienziati e tecnici che dissero NO al franchismo fin dal primo giorno di guerra (18 luglio 1936). 

sabato 25 gennaio 2014

CriticaLibera: solo Pessoa ha fatto vacillare la mia juventinità



L’impianto sportivo si chiama ancora Estádio da Luz mentre è oggetto di dibattito il nome del poeta. Cioè: oramai è noto e stranoto, però non esiste personaggio della cultura capace di abbinare due opposti come l’essere reale e l’essere pirandelliano. Poeta-galassia, uno nessuno centomila, Ricardo Reis, Álvaro de Campos, Bernardo Soares, che con il suo “Libro dell’inquietudine” coltivato in rua Dos Douradores ha favorito l’esplosione del caso letterario del Novecento, prima in patria, poi in Europa e infine nel mondo.
Ma andiamo con ordine: avevo visto Lisbona fino a quel giorno solo attraverso due piccoli cerchi di vetro che si aggiravano per strade pavimentate e geometriche o che s’immergevano nella lettura di un quotidiano ai tavoli dei caffè: erano le lenti di Fernando Pessoa. Lenti scoperte per caso nelle foto in bianco e nero di qualche rivista o di libri illustrati. Alcuni giovani offrivano hashish ai turisti stranieri, una donna di origini africane imprecava attirando l’attenzione, un vecchio intento a farsi lustrare le scarpe mandava a quel paese il sottoscritto che provava a fotografare la scena. Ancora pochi passi e si apriva lo scenario di Praça do Comércio, ai lati le colline dell’Alfama e del Bairro, dietro di me il Tago finiva la sua corsa per lasciare spazio all’Atlantico.

venerdì 24 gennaio 2014

#CriticaNera. Bacci Pagano, la genesi di un personaggio come esercizio geo-letterario

L'uomo delle Affissioni Comunali sputa per terra e si forbisce con l'avambraccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. […] Io assomiglio a un pappagallo sul trespolo mentre lo osservo appollaiato sulla mia Vespa.

Così esordisce sulla scena del noir italiano l'investigatore privato Bacci Pagano, personaggio creato dallo scrittore genovese Bruno Morchio, che in questi mesi è tornato in libreria con una nuova avventura, Lo Spaventapasseri (Garzanti). Ma non è di quest'ultimo romanzo che voglio parlare oggi. Fuggendo un po' dall'ansia dello “stare sul pezzo”, preferisco riavvolgere il nastro di una decina d'anni e otto romanzi, tornando al 2004 quando nelle librerie usciva Bacci Pagano. Una storia da carruggi, edito dai Fratelli Frilli.
L'esordio letterario di Bruno Morchio è il terreno in cui il personaggio conosce la sua genesi, dove iniziano ad emergere alcuni tratti caratteristici della sua personalità che poi negli anni si consolideranno. Questi si articolano attraverso le due inchieste a cui l'investigatore privato sta lavorando: la prima per una famiglia borghese di Genova, gli armatori Pellegrini; la seconda per una vecchia conoscenza di Pagano, Lagrange, un comunista sessantottino con cui ha condiviso parte della sua militanza politica.
Le due indagini viaggiano parallele e mettono in evidenza per lo meno tre aspetti che poi saranno centrali nell'evoluzione successiva del personaggio: la genovesità, la letterarietà e l'impegno politico.

Il Salotto - intervista a Emmanuelle de Villepin

© Neige de Benedetti

Un mese fa abbiamo recensito su CriticaLetteraria La vita che scorre, definendola l'"autobiografia a strappi" di un personaggio coraggioso, Antoine, che si guarda indietro e ripercorre le tappe fondamentali della sua vita. Romanzo intenso, mai indolore, ma con una chiarezza che a destato non poche curiosità. E l'autrice, Emmanuelle de Villepin, ha accettato l'invito a sedersi al nostro Salotto per rispondere a qualche domanda sul romanzo... e non solo! 

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Nella Vita che scorre, il piccolo protagonista Antoine sfugge a un terribile destino per una circostanza fortuita: va a pescare con un amichetto, trasgredendo alla madre, mentre il paese viene incendiato dai tedeschi. A suo parere, quanto contano le circostanze e gli incontri fortuiti per ispirare la scrittura?
Parecchio, anche per ispirare la vita stessa! C’è sempre una certa magia negli incontri e a volte addirittura la sensazione di ritrovarsi dopo una lunga assenza. Per quanto riguarda le circostanze: ne siamo sempre in balia e non abbiamo mai il controllo di tutto, bisogna adattarsi ...

In questi ultimi anni va molto di moda l’autofiction. Cosa ne pensa? E cosa significa invece offrire un’autobiografia allotropa, ovvero l’autobiografia di un personaggio che non coincide con l’autore?
Va molto di moda “l’auto-tutto”, dai selfies su Instagram all’autofiction, passando dalla pubblicità con il mondo che deve girare intorno a te, etc... A me, invece, piace la grande narrativa, addirittura epica. Ma con questo, un autore parla sempre di sé comunque, non si possono raccontare emozioni o sentimenti estranei. Però, la storia deve essere impalcata bene, deve avere un’architettura avvincente, essere degna dell’interesse altrui.

giovedì 23 gennaio 2014

"Il padre infedele" di Antonio Scurati

Il padre infedele
Antonio Scurati
Bompiani, 2013

188 pp.
17 €


Confesso di avere qualche problema con Antonio Scurati. Chiaramente non nei confronti della sua persona ma della sua scrittura. Però continuo a non rassegnarmi. Mi convinco che sia un problema superabile e continuo a leggere i suoi romanzi. L’ultimo ho deciso anche di recensirlo. Si intitola Il padre infedele ed è stato edito lo scorso ottobre da Bompiani, casa editrice con cui Scurati ha pubblicato quasi tutti i suoi lavori.

Il prologo del romanzo inquadra una coppia nel mezzo di una crisi coniugale e la ritrae con sufficiente enigmaticità da catturare subito l’attenzione dei lettori. Da quella circostanza il protagonista prende le mosse per raccontare la sua storia. La trama riguarderebbe le memorie di un uomo, Glauco Revelli, quarantenne, laureato in filosofia e chef di professione, che dopo aver ripercorso brevemente la sua infanzia, in questa sorta di diario, passa in rassegna gli anni più importanti della sua vita; quelli in cui ha conosciuto Giulia, divenuta poi sua moglie, e in cui è diventato padre di Anita. Rivivendo quegli anni, Glauco si imbatte in una serie di crisi a catena, da quella esistenziale, legata all’ingresso nell’età adulta, a quella coniugale, dalla crisi epocale degli anni duemila a quella economica dell’ultimo periodo. A emergere, alla fine, sarà il ritratto di un’intera generazione, quella dei baby boomer degli anni sessanta e settanta, trovatisi a pagare, in un futuro di precarietà, il prezzo per aver goduto del passato più luminoso e spensierato possibile. Glauco, impegnato dunque nel triplice ruolo di padre, marito e figlio, tira le somme e fa i conti per tutti, con sommessa amarezza e buona lucidità. Analizza la nostra epoca, le follie della globalizzazione, le promesse mancate della società dei consumi, la tragedia di una nazione che non fa più figli.

La Trieste di Fabiana Redivo

Trieste Meravigliosa
di Fabiana Redivo
Edizioni della Sera (2013)
€ 14,00
pp. 126





Ricordo di aver avuto immediatamente un feeling particolare con il libro di Fabiana Redivo. Non appena preso in mano la sensazione al tatto della copertina mi ha ricordato i vecchi tomi che si trovano nelle biblioteche di Trieste e i colori mi hanno riportato alla mente l'aroma del caffè Illy, di produzione locale, uno dei migliori caffè che abbia mai bevuto. Insomma, avevo già delle ottime aspettative ancora prima di iniziare a leggerlo, grazie anche all'intensa presentazione avvenuta nella libreria Minerva dove, ad affiancare la Redivo, c'era Michela Vitali, attrice di professione e amica della scrittrice, che ha prestato la voce per la lettura di alcuni brani tratti dal libro, incantando con il suo timbro caldo e dinamico tutta la platea di spettatori.

mercoledì 22 gennaio 2014

Raccontare il lutto: Livelli di vita di Julian Barnes



Livelli di vita 
di Julian Barnes
Einaudi, Torino 2013

118 pp.
16.50 Euro 


Gli ultimi giorni del 2013 mi hanno regalato una sorpresa in fatto di letteratura. Non che il talento di Julian Barnes fosse una sorpresa trattandosi, non solo a mio parere, di una delle voci più meritevoli della narrativa contemporanea.
Tuttavia, il suo Livelli di vita è riuscito a spiazzarmi, rendendolo uno di quei libri che insegnano quale possa essere la forza della parola, con un dono della sintesi unico e una capacità sconcertante di addensare i più alti sentimenti in 118 pagine.

Livelli di vita è il romanzo in cui lo scrittore inglese, già vincitore del Man Booker Prize 2011 con Il senso di una fine, racconta il lutto per la perdita della moglie, Pat Kavanagh, agente letterario, scomparsa nel 2008.
«Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia. Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga, ma non ha importanza. Il mondo è cambiato lo stesso».

L'età del jazz non era l'Eden sognato

Di qua dal Paradiso
(This Side of Paradise)
di Francis Scott Fitzgerald

Minimum Fax, 2011 (1920)
pp. 410


Per la seconda volta, nel giro di poco, m’imbatto in un romanzo precursore. Ovvero: nella carriera di alcuni grandi scrittori si è arrivati per gradi all’opera e al personaggio che segnano l’acquisizione della maturità. La lettura può non seguire la giusta cadenza così, per esempio, ho scoperto a distanza di circa un quindicennio che Barney Panofsky, che io amo a dismisura, ha questo antenato in Joshua Shapiro, protagonista del romanzo di Richler edito nel 2013 da Adelphi. Non è che quest’ultimo sia scadente ma capisci che lo scrittore sta pasturando il suo talento in attesa di sbocciare con “La versione di Barney”.

martedì 21 gennaio 2014

"Lettera di Lord Chandos" di Hugo von Hofmannsthal




Lettera di Lord Chandos
di Hugo von Hofmannsthal
a cura e con traduzione di G. Lacchin
Mimesis, 2007

pp. 209
€ 16

                                                                                                                             

A volte si possono leggere saggi filosofici che trattano il decentramento dell’io, i limiti del linguaggio, lo sbarramento insormontabile della referenzialità del reale rispetto allo sguardo umano. In altre occasioni ci si imbatte in un racconto di quattro pagine e mezza in cui un disorientato aristocratico del XVII secolo confessa una recente esperienza afasica a causa della quale decide di non proseguire la sua carriera letteraria. Ma è come leggere lo stesso libro e giungere all’identico riepilogo: il linguaggio umano figura come (pre)testo ed è del tutto inane alla rappresentabilità del mondo e della vita che lo attraversa. La realtà è cioè irriducibile al pensiero che la osserva, il segno si offre nella differenza di ciò di cui prende il posto, esiste uno scollamento fondamentale tra le parole e le cose, avendo l’io che le nomina perso il suo statuto di centro unificatore. Singolare e al tempo stesso ironico che la toale sfiducia nelle possibilità espressive della parola sia formulata attraverso lo stesso segno alfabetico rispetto al quale se ne denuncia l’inadeguatezza.
Hofmannsthal, scrittore austriaco, (riduttivamente) decadente-simbolista e dedito maggiormente al teatro, con questo breve scritto del 1902 riesce nell’impresa di anticipare e condensare Mach, Lacan, Foucault e Heidegger nell’esiguo spazio di pochi paragrafi, costruendo una sintesi che (forse) solo la letteratura è in grado di proporre. I protagonisti sono Francis Bacon e Philipp Lord Chandos della famiglia del conte di Bath di origine anglo-normanna, il quale tenta di giustificare all’amico e suo grande estimatore un malessere apparentemente personale che via via si trasforma in un disincantato e malinconico congedo da un universo di senso ormai sbriciolato. Lo spirito della malattia moderna, elaborato alla massima potenza insieme a molti temi-cardine del Novecento (la perdita dell’esperienza, le stesse poetiche del frammento e del dettaglio staccato dal tutto, le epifanie montaliane), trovano qui il modo di emergere in tutta la loro evidenza. La lingua cui Lord Chandos vorrebbe infine approdare, imponderabile, innominabile e indescrivibile, è quella delle cose mute che parlano, con le quali sogna una fusione panteistica e, appunto, intraducibile. E sullo sfondo sembra quasi echeggiare Hobbes: “vero e falso sono attributi delle parole, non delle cose”.

La scoperta dell'incomunicabilità: "Ferragosto addio!", di Luca Ricci

Ferragosto addio!
di Luca Ricci
"Quanti" Einaudi, 2013

pp. 35
€ 1,99


"L'adolescente è un convalescente dell'infanzia". La definizione è tratta dal Dizionario del Diavolo di Ambrose Bierce e precede - quasi una premonizione - l'intera narrazione di "Ferragosto addio!", racconto di Luca Ricci disponibile solo in ebook.
Come in Mabel dice sì, anche in questo racconto il protagonista non ha nome, il punto di vista è personale e per questo più vicino al lettore, l'assenza di qualsiasi elemento identificativo - anche a livello spaziale - fa il resto: Ricci parla alla realtà e al passato di ciascuno. L'unico dato certo è il "quando": Ferragosto. 

C'è poi un'altra temporalità - forse l'unica che scandisce il racconto - ed è quella interiore del protagonista che abbandona la fanciullezza - il titolo stesso, "Ferragosto addio!", è una metafora - ed entra nell'adolescenza, una vera e propria crisi di mezza età vissuta con quei i modi e quei toni adulti - spesso non sembra di leggere le parole e i discorsi di un dodicenne - che ritornano inevitabilmente tra i trenta e i quarant'anni.

lunedì 20 gennaio 2014

Il mistero più buffo siamo noi italiani

Il paese dei misteri buffi
di Dario Fo e Giuseppina Manin

Guanda, 2012
pp. 208


Il 1969 è stato l’anno della svolta per il nostro paese. Che uno dice: ma non era il ’68? No, è stato il maledetto 1969, l’anno della strage di Piazza Fontana. Il 12 dicembre. Pensare che i nostri vicini francesi potevano scherzare sopra questo numero e metterlo in bocca a uno sciupa-femmine come Serge Gainsbourg che cantava malizioso: Soixant’neuf Année Erotique. A Milano esplodeva invece una bomba. Alla Banca nazionale dell’agricoltura. Poi veniva delineato in chissà quali stanze lo schema dei depistaggi, delle coperture e dei falsi colpevoli. Per un ordigno in Lombardia, il relativo processo era spostato a Catanzaro, tanto per dirne una. Insomma: la madre di tutti i misteri e affari riservati.

Nel 1969, alla luce del sole, in un’aula dell’Università Statale di Milano, succedeva un’altra cosa, molto più edificante: Dario Fo portava in scena per la prima volta “Mistero Buffo” nato per irridere i santi e i fanti secondo lo stile delle rappresentazioni medievali. Una rivoluzione copernicana della storia e del linguaggio teatrale anche perché riproponeva la figura del giullare, l’affabulatore che rallegrava festini, nozze, veglie… il buffone che in apparenza faceva lo scemo ma che in realtà leggeva la storia secondo lo sguardo dei dimenticati.

Il Salotto - Con Libreriamo arriva #BookLife


Ovunque si sente ripetere che non si legge, eppure le metropolitane e i posti pubblici sono pieni di lettori. Per snidarli e scoprire cosa significa condividere i propri titoli, Libreriamo ha proposto una nuova campagna social, che mira a (di)mostrare quanto i libri siano protagonisti della nostra quotidianità. Già adesso cercando su Twitter, Facebook e Instagram l'HT #BookLife, si trovano belle prove (alcune le riportiamo qui, citando le fonti). 

Saro Trovato
Per parlare del progetto, delle speranze future e degli obiettivi di questa campagna social per vedere i libri nelle nostre giornate, abbiamo intervistato Saro Trovato, sociologo, mood maker, fondatore e direttore di Libreriamo.  

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Nel progetto di #BookLife il lettore social è chiamato a diventare un “book hunter”: quali caratteristiche deve avere secondo Libreriamo?
Tutti possono vestire i panni di “book hunter”. Il messaggio di questa campagna, come di tutte le altre campagne di Libreriamo, è proprio che i libri non sono oggetto per pochi, ma dei compagni di vita nella quotidianità di tutti noi. Basta un po’ di curiosità, la voglia di scoprire, per lasciarsi contagiare dall’amore per la lettura e diffondere sempre più questa passione.

domenica 19 gennaio 2014

Pillole d'autore: Giosuè Borsi


“Città giovine e forte, che il divino
mare accarezza, il vasto ed alto sole,
a Te che cresci in opulenza, vale!
A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.
Così descrive se stesso:
Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,
voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia
Con cura forse troppo vana e sciocca.
Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.
In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

sabato 18 gennaio 2014

#CriticaLibera e #CritiCinema - La grande bellezza di Sorrentino vince il Golden Globe. Il precario equilibrio del caos



Paolo Sorrentino conquista il Golden Globe 2014 con “La grande bellezza”. La notizia, il 13 gennaio su tutti i giornali nazionali ed internazionali, sconvolge il regista ma non il pubblico.
Presentata al Festival di Cannes e uscita a maggio 2013 nelle sale, la pellicola intreccia il passato, il futuro, i ricordi e la malinconia di un uomo capace più degli altri di raccontare la verità.

Nel rimpiangere il suo passato di scrittore “mancato”, Jep Gambardella, in arte uno splendido Toni Servillo, vive la sua quotidianità impegnato nel giornalismo di costume e di critico teatrale ma trascorre il suo tempo a muovere la critica più vera nei confronti della sua vita. Immerso nella mondanità di una Roma che oscilla  nel caos di un precario equilibrio e ormai giunto all’età di 65 anni, Jep osserva il vivere dissacrante e vano dell’essere umano, declinarsi nelle sue forme più assurde e cerca di comprenderne il senso.

venerdì 17 gennaio 2014

"Ciao, io mi chiamo Antonio" di Angelo Petrosino

Ciao, io mi chiamo Antonio
di Angelo Petrosino
Edizioni Sonda, 2013

pp. 206

Antonio ha dieci anni e abita a Torino. Suo padre scrive libri per ragazzi, mentre la mamma ha scelto di occuparsi a tempo pieno della famiglia, seppur - forse - con qualche velato rimpianto per aver chiuso in un cassetto il diploma di maestra elementare e interrotto l'università. E comunque i suoi rimpianti, ammesso che si possano realmente definire tali, sono troppo flebili per trasformarsi in frustrazione. Forse anche per questo la famiglia di Antonio è molto unita benché le schermaglie siano all'ordine del giorno, soprattutto fra Antonio e sua sorella Erica, che ha tredici anni ed è un po' (troppo?) saccente e assai poco incline alla pazienza nei confronti del fratellino, il quale non riesce a capacitarsi del brusco cambiamento del suo carattere: solo due anni prima non era ancora diventata cattiva. In realtà, Erica vorrebbe tanto che i loro genitori acquistassero un appartamento più grande per poter avere una stanza tutta per sé e godere di una sana solitudine. Scalpita in nome di quella privacy che le viene preclusa dalla vicinanza di un fratello a suo dire troppo immaturo ma anche troppo incline a frugare nei suoi cassetti. In realtà, Erica non ha nulla contro di lui bensì, come ripete spesso la loro madre, sta semplicemente crescendo.

"Un bellissimo novembre", di Ercole Patti

Un bellissimo novembre
Ercole Patti
Tascabili Bompiani, 2013 (prima ed. 1967)

pp. 115


Un romanzo fisico, concreto, con ambientazioni e sentimenti che il lettore può quasi toccare e sperimentare sulla pelle. "Un bellissimo novembre", di Ercole Patti, si svolge tra Catania - città che nel romanzo è talmente percepibile nella sua toponomastica, da essere quasi un personaggio attivo e non un semplice sfondo - e la campagna siciliana. Al centro della narrazione, la scoperta da parte del giovane Nino, appena adolescente, dell'amore fisico e dei sentimenti che lo accompagnano. La vicenda e i toni interiori sono quelli dello spaesamento e della scoperta continua, in un rapporto dal retrogusto pavesiano con la donna amata.

Fitta di descrizioni minuziose, la scrittura di Patti risulta completa senza appesantire la lettura: poche virgole, una paratassi chiara, efficace e scorrevole. E la precisione dei dettagli, capace di orientare il lettore, inizia dall'incipit: "Quella storia era cominciata per caso un pomeriggio del mese di marzo in una casa di via Montesano a Catania nell'anno 1925".

giovedì 16 gennaio 2014

Amedeo Feniello - Gli uomini che inventarono la banca



Dalle lacrime di Sybille. 
Storia degli uomini che inventarono la banca
di Amedeo Feniello
Laterza, 2013, edizione cartacea 16€, ebook 9,99€



Anche quest’anno (quasi fosse un anno accademico) la casa editrice Laterza insieme alla Fondazione Musica per Roma (Poste Italiane, Unicredit e Acea) hanno organizzato un ciclo di incontri, le ormai famose Lezioni di storia, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Tema di quest’anno è L’invenzione dell’Europa.

Ho partecipato all’avvincente (veramente avvincente) lezione di Amedeo Feniello  (medievista con esperienza di insegnamento in Usa e Francia) sulle origini della banca nel Medioevo. A partire dalla storia di Sybille de Cabris, nobildonna francese disperata per aver perso tutto il suo denaro a metà del ‘300 in un mondo in cui si stava sviluppando una classe e una professione nuova: i banchieri. La storia di Sybille dà il titolo all’ultimo libro di Amedeo Feniello Le lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca e viene usato come scenario storico-narrativo per comprendere in quale reale contesto e secondo quali modalità i primi banchieri affermarono il loro potere economico e civile, divenendo sempre più necessari.

I colori dei ricordi




I colori dei nostri ricordi
di Michel Pastoureau
Ponte delle Grazie, Milano 2013

pp. 240
€ 16,80


Guarire con i colori, cromoterapia intensiva, teoria dei colori e colori nel design per assegnare ad ogni stanza e ad ogni luogo il colore più adatto per la psiche. Questi cenni non sono altro che un elenco incipiente di una lunga serie di segnali di rivalutazione del fenomeno colore.

Infatti nella società moderna la riflessione sul colore ha avuto e ha ancora uno slancio rispetto al passato. Se si pensa all'importanza del colore nella storia, escludendo il solo XIX sec. che ci ha condannati al bianco e nero, subito si è immersi in un altro “mondo” pieno di fascino e articolato al punto da essere in grado di dividere o unire la sensibilità cromofila o cromofoba dell'individuo e della società, la simbologia ed il significato, la storia, la sociologia, la psicologia, la religione e la filosofia. Il colore è in tutte queste realtà ed è esente o escluso da tutte.

Il colore è quindi come una parola: piena di significato, soggetta al rischio di non poterne riconoscere la portata se viene svalutata la sua intima ricchezza. Così è per i colori. Riferirsi ad essi non vuol dire attraversare la tavola dei primari o dei secondari asetticamente.

mercoledì 15 gennaio 2014

"L'acqua tace" di Pelagio D'Afro



L’acqua tace
di Pelagio D'Afro,
Italic-Pequod, Ancona 2013

pp.186

Una donna nel lago alle pendici del Conero: D’Annunzio e altri misteri di periferia
L’affascinante duplicità della visione del mare di Portonovo, ritratto come una lunga striscia azzurra, scintillante d’argento e il territorio marchigiano «verde di piante, ma soffocato tra i promontori che bloccano le nuvole e intrappolato in piccoli laghi» fanno da splendida cornice al romanzo L’acqua tace di Pelagio D’Afro (pseudonimo collettivo).
Siamo agli inizi del Novecento e la narrazione ci proietta, fin da subito, all’interno di suggestivi quadri descrittivi connotati da ambienti aristocratico-borghesi in cui vive la Contessa Lavinia De Silvis. In questa dimora si respira una particolare predilezione letteraria e appartenenza culturale. 
Chi sembra vivere all’esterno di questo mondo è Renato Corinaldi, giardiniere in casa della nobile.
 L’apparente grigiore della vita di Renato viene interrotto quando l’uomo ritrova, in un laghetto, il corpo di una bellissima donna, dama di compagnia della Contessa, che corrisponde al nome di  Maria Rosaria Serra. Molte persone accorrono sul luogo: sono i personaggi che incontreremo durante il prosieguo della narrazione:
La signora Anna Minieri, sorretta dal suo giovane nipote Marco Ruffo, la vecchia contessa Lavinia De Silvis, il Poeta, don Giuliano, il giardiniere Renato, uno, due, tre, quattro, cinque… sei… ma D’Annunzio, colui che aveva cambiato il suo nome da Addolorata Tappettini in Leda Lauri, un giorno le aveva detto che, come le stelle delle Pleiadi, sette persone circondavano la sua bellezza o… no… aveva piuttosto detto che in quella casa si era in sette, come le Pleiadi? No… mancava la dama di compagnia, mancava Rosaria, sì… eccola… ma…[1]

Enea e Anchise che si scambiano i ruoli

Tempo di imparare
di Valeria Parrella
Einaudi, 2013

pp. 126


Valeria Parrella su “Grazia” dedica una pagina alla rubrica “Leggi e Viaggia” seguendo un’idea che mi piace moltissimo, quella di collegare i libri ai luoghi in cui sono ambientati. Un po’ come i miei articoli per CriticaLibera ospitati su Critica Letteraria. E mi si perdoni l’autoreferenzialità.
Con Valeria Parrella la letteratura rivendica un ruolo forte, la sua è un’Italia che merita attenzione perché filtrata attraverso la qualità della scrittura. Non è l’unica giovane autrice che ci fa riflettere su temi importanti come l’eutanasia, il lavoro che non c’è, la guerra spesso dimenticata, il nostro disorientamento (e qui cito il suo “Lettera di dimissioni”).
Stavolta il tema è delicatissimo e rude al tempo stesso. Rude come un meteorite che ti cade addosso e che provoca una dolorosa estinzione: quella delle certezze e della felicità. Perché non c’è felicità più grande per una donna come quella che accompagna l’attesa di un figlio e, dunque, se il figlio è disabile non esiste dramma più feroce e ostinato.

martedì 14 gennaio 2014

#CriticARTe - Ursus Wehrli: quando l'ossessione diventa canone interpretativo della realtà



Ursus Wehrli: questo è il nome dell’artista, di origini svizzere, che ha rivoluzionato il mondo dell’arte mettendolo “in ordine”. La sua attività, che consiste nel dare una forma ordinata e regolare ad opere pittoriche di diversa natura, più o meno note anche per il caos di colori, significati e temi da esse generato, potrebbe definirsi maniacale e sembrerebbe essere il frutto di una nevrotica tendenza perfezionistica e - o di una paranoica ossessione per l’ordine.

Dal libraio come dal farmacista, Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin

Curarsi con i libri
di Ella Berthoud e Susan Elderkin
Sellerio 2013



Da un po' di settimane lo si può vedere in copie ben impilate in libreria, il titolo originale è più invitante della versione italiana, The novel cure. Ricorda un po' Au bon roman, La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, perché dopo averlo consultato per intero avrete un buon compendio di alcuni tra i romanzi più belli della storia e, di sicuro, un'ottima cura per i disturbi più vari.
Le autrici, Ella Berthoud e Susan Elderkin, lo hanno compilato perché sono convinte che i libri possano essere dispensati come rimedi.
La versione italiana è stata curata dallo scrittore Fabio Stassi, che ha anche integrato i suggerimenti delle autrici con titoli italiani. Sospettiamo infatti che, se alla voce "impotenza" la cura sia Il bell'Antonio di Brancati ci sia il suo zampino. Illuminanti le sue pagine d'introduzione al libro, l'osservazione per cui il malessere dell'uomo è comunque al centro delle speculazioni letterarie; l'idea che la stessa attività della scrittura sia un'ossessione, spiegano il legame tra letteratura e malattia. Scrive del potere curativo delle parole, facendo tornare in mente un romanzo di Vincenzo Consolo, Nottetempo, casa per casa, in cui il protagonista, per rinsavire da frequenti attacchi di melanconia scrive uno dopo l'altro gli oggetti che lo circondano: una lunga lista di parole per distogliere il pensiero dal suo malessere, e per guardare a qualcosa di più concreto.

lunedì 13 gennaio 2014

AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"



AA.VV.
Cronache dal Neocarbonifero
Edizioni Bietti, 2013

pp 471
22,00




Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.
Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”
L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming.  In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.

Da Torino a Venezia con cinque ciclisti, tre documentaristi e un grande fiume




Pedalando nel vento. In bici da Torino a Venezia
di Pino Pace
Zandegù, collana Gliuni, 2013

pp.22

Alcune tradizioni sono immancabili: fossimo in America verrebbe facile citare il tacchino del giorno del Ringraziamento o la zucca incisa di Halloween. Per noi Italiani i punti fermi sono differenti: la grigliata di Pasquetta e Ferragosto, il cenone della vigilia di Natale a base di pesce e la camminata del 1 gennaio. Tutti, vuoi per smaltire gli eccessi della serata precedente, vuoi per “vedere le cose nella giusta prospettiva” come diceva Charlie Brown, il primo giorno dell’anno si improvvisano camminatori. Forse è la semplice idea di muoversi per iniziare il nuovo anno, fatto sta che mi è sembrato carino trasferire questa tradizione anche in letteratura e leggere, come prima opera del 2014, un quadernetto di appunti di viaggio.

domenica 12 gennaio 2014

#Vivasheherazade - Pillole d’autore: Il monologo di Molly Bloom


Non si può scrivere dell’immenso Ulisse di James Joyce in un solo post. L’incredibile universo mitico della Dublino del 16 giugno 1904 è forse il libro da portare sulla famosa isola deserta, come diceva la professoressa Giovanna Mochi durante un corso monografico sull’Ulisse da lei tenuto all’Università di Siena anni fa.
Ripropongo qui solo parte dell’ultimo capitolo del testo joyciano, quello del monologo interiore di Molly Bloom. Un capitolo miracoloso e sensuale come pochi, perché fa di un corpo un testo (o forse di un testo un corpo). 
È la fine della giornata e dal suo letto Molly ricorda: i suoi amanti, la sua Gibilterra natia, suo marito Leopold. Non mera parodia del modello omerico, ma Penelope moderna, Molly porta su di sé le bugie del tempo a cui appartiene e vive di passioni.
Esempio di scrittura femminile (non per niente Hélène Cixous ha scritto di questo capitolo come caso di linguaggio liberato dal discorso maschile), le parole di Molly scorrono fluide sulla pagina e si susseguono per analogie e metonimie. Molly ricorda - e nel ricordo scopre - il mondo oltre il suo letto attraverso un accumulo descrittivo:
Dio del cielo non c'è niente come la natura le montagne selvagge poi il mare e le onde galoppanti poi la bella campagna con campi d'avena e di grano e ogni specie di cose e tutti quei begli animali in giro ti farebbe bene al cuore veder fiumi laghi e fiori ogni specie di forme e odori e colori che spuntano anche dai fossi primule e violette.

sabato 11 gennaio 2014

Un appello per "salvare" Giorgio Manganelli: intervista a Lietta Manganelli

In redazione, qui su CriticaLetteraria, ci siamo sempre professati manganelliani. Abbiamo gualcito le pagine dei suoi libri di note e punti esclamativi, lasciando le tracce di numerose riletture. Da autori di recensioni, abbiamo imparato quasi a memoria le sue pagine sulla critica letteraria nel Rumore sottile della prosa. Scommettiamo che tanti di voi si siano imbattuti nelle argute trappole letterarie del "Manga", uno dei grandi del nostro Novecento. Lietta Manganelli, figlia dell'autore, sostiene da anni il Centro Studi Giorgio Manganelli con le sue sole forze economiche. Le abbiamo chiesto di raccontarci cosa vuol dire amare Giorgio Manganelli, e perché la vita del Centro è in pericolo.

Cara Lietta, immagini di incontrare un giovane lettore che non ha mai sentito parlare di suo padre e di dovergli spiegare: primo, chi è Giorgio Manganelli; secondo, perché dovrebbe immediatamente precipitarsi in libreria a leggere qualcosa di suo.
Se incontrassi un giovane che non ha mai sentito nominare Giorgio Manganelli, non gli direi che si tratta di uno dei più importanti scrittori del Novecento, potrei intimidirlo e spaventarlo, gli parlerei invece di uno scrittore eccentrico e sconfinato, che si interessava di tutto e che scriveva veramente su tutto, che ha una produzione sconfinata nella quale tutti, senza eccezione, possono trovare qualcosa di loro interesse. Uno studioso di letteratura potrà trovare recensioni, studi su autori più o meno classici, ma sempre scritti originalissimi e mai scontati. Un amante dei viaggi potrà trovare dei resoconti che lo trasporteranno in altri mondi senza alzarsi dalla poltrona. Un appassionato di attualità troverà nei corsivi di Manganelli motivo di riflessione e divertimento. Un lettore di testi bizzarri potrà immergersi in Hilatrogoedia o in Sconclusione con sommo gaudio. Un fan delle riletture di grandi classici potrà rivedere Pinocchio e altri in modo del tutto nuovo e inatteso. Quindi gli suggerirei di guardarsi dentro per trovare il “pezzo” di Manganelli di suo immediato interesse, ben sapendo, ma non glielo direi, che una volta conosciuto se ne innamorerà.

venerdì 10 gennaio 2014

Ti prendo e ti porto via - Niccolò Ammaniti


Ti prendo e ti porto via
di Niccolò Ammaniti
Mondadori, 1999


Ischiano Scalo è il paese di origine di Graziano Biglia, latin lover incallito, e di Pietro Moroni, ragazzino delle medie. Questi i due personaggi che ci vengono presentati all'inizio del romanzo, due vite distanti, senza nulla da spartire, se non lo stesso paesino sperduto nella campagna maremmana.
Il primo capitolo porta ad intestazione una data: “18 giugno 199...” e Pietro Moroni scopre davanti a scuola di essere stato bocciato. Lui solo, unico in tutto l'istituto. Menomale che c'è Gloria, sua amica fidata, a consolarlo. Pietro è figlio di un pastore ubriacone, Gloria di un direttore di banca. Un'amicizia sincera e profonda la loro, che assomiglia curiosamente all'amore. Ma i due non lo sanno ancora.
In seguito a questo primo scorcio, la storia retrocede di sei mesi, a Graziano Biglia che dopo due anni di assenza fa ritorno al paese, dove ancora vive sua madre, la quale ha tre ossessioni: l'igiene, la religione e la cucina. Vive da sempre a Ischiano, è vedova e gestisce una merceria. Graziano invece ha girato il mondo suonando musica spagnola, flamenco per la precisione, ed è diventato famoso oltre che per le sue doti musicali, per quelle di sciupafemmine. È universalmente conosciuto per aver conquistato tutte le donne della zona e oltre, ma adesso si è innamorato. Una ballerina veneta gli ha strappato il cuore dal petto, e se lo rigira fra le mani. È Erica Trettel e ha una aspirazione: la televisione. Non le interessa Graziano, non si capisce bene perché stia con uno così, fatto sta che fra i due c'è una promessa di matrimonio e il sogno (più di Graziano che di Erica) di ritornare a Ischiano e vivere lì una vita semplice, aprire una jeanseria e costruire una famiglia. Questa è la ragione del ritorno di Graziano: annunciare alla comunità che si sposa. Ma le cose non andranno esattamente così.

#PagineCritiche - "I miei filosofi", Edgar Morin



I miei filosofi
di Edgar Morin
traduzione di Riccardo Mazzeo
Trento, Erickson, 2013

pp. 164


Provo un sentimento mistico davanti al profondo mistero che avvolge la nostra condizione di esseri viventi, che costeggia il nostro ambito di conoscenza il quale si situa in una striscia mediana tra dubbi infiniti (cosmico e microfisico, cosmico e interiore). Provo il bisogno profondo di legare la nostra conoscenza al senso di mistero in cui sfocia qualunque conoscenza.[1]

Edgar Morin, sociologo francese, fondatore nel 1957 con J. P. Sartre della rivista « Arguments», direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique e condirettore del CETSAS, centro di studi transdisciplinari (sociologia, etnologia, e semiologia) e attualmente direttore  della rivista «Communications», in questo volume, celebra i filosofi che hanno contribuito sostanzialmente alla formazione del suo pensiero: Eraclito, Montaigne, Pascal, Spinoza, Rousseau, Hegel, Marx, Freud, Jung, Heidegger, Piaget e Kant tra i più autorevoli.
Il corpus teorico della saggistica enunciata da Morin, testimone del Novecento europeo, rivela il percorso intrapreso attraverso un secolo di «arcaiche pulsioni distruttive di stampo mitologico e modernissime razionalizzazioni tecnico-scientifiche economiche» ed enuncia la matrice profonda dei suoi studi. Nell’analisi delle condizioni, delle possibilità e dei limiti della conoscenza umana, Morin fortifica le proprie conoscenze filosofiche, concependo ogni cosa e quindi anche le idee, quale parti fondanti di un contesto più ampio che comprende le relazioni e le retroazioni che a questo contesto le legano.

giovedì 9 gennaio 2014

"Girardengo il Campionissimo" di Paolo Bottiroli: un eroe sportivo d'altri tempi

Girardengo, il Campionissimo
di Paolo Bottiroli

Italica Edizioni (L’Ammiraglia), 2013


Paolo Bottiroli, originario di Novi Ligure, città famosa per il cioccolato e per aver dato i natali ai due campioni Costante Girardengo e Fausto Coppi, con una scrittura semplice e senza fronzoli retorici tratteggia in modo efficace e felice la mitica figura e la gloriosa carriera del primo Campionissimo del ciclismo. Costante Girardengo è il protagonista indiscusso non solo del libro di Bottiroli, ma anche dello sport a due ruote di inizio Novecento. 

Ai tempi di Girardengo il ciclismo era uno sport eroico e affascinante: i corridori erano dei veri e propri avventurieri che sfidavano il buio, le forature e il fango senza l’aiuto delle ammiraglie, correndo su biciclette molto pesanti che non avevano niente a che fare con quelle leggerissime di adesso. Il ciclismo di cent’anni fa era scandito da ritmi massacranti, e fatto di tappe lunghe fino a  400 km, con partenza a notte fonda e arrivo la sera successiva; era uno sport sicuramente più “pulito”, se rapportato  a quello odierno, in cui non  si faceva ricorso a sostanze dopanti, ma al massimo ad acqua di fonte e a uova fresche a volontà. Il ciclismo,allora, era lo sport più popolare e amato in Italia; e il Campionissimo, appellativo dato a Girardengo dal noto giornalista e direttore della Gazzetta dello Sport Ercole Colombo, fu il primo a infiammare le folle dei tifosi: nessun altro beniamino sportivo all'epoca era capace di radunare un pubblico paragonabile al suo.