lunedì 3 novembre 2014

#LibrinTrincea Mario Isnenghi - La tragedia necessaria. Da Caporetto all'Otto Settembre

  Mario Isnenghi
La tragedia necessaria. Da Caporetto all'Otto settembre
Il mulino, 1999

152 pp.


Due eventi, due date, due guerre. Tragedie necessarie che l’Italia avrebbe preferito tranquillamente evitare, quando invece la minoranza interventista ma decisa sostenne la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, e i più o meno fascisti alla seconda.

Eventi. Caporetto – la “disfatta” per antonomasia – e l’Otto settembre – l’Armistizio – così lontani nel tempo ma vicini nel parlare delle difficoltà di una nazione nel ritrovare sé stessa e riconoscersi: l’Italia sconfitta e la ritirata dal fronte della battaglia di Caporetto del 24 ottobre 1917 (e seguenti) e l’Italia sconfitta e in liberazione dell’Armistizio dell’Otto Settembre 1943.

Guerre. Le incongruenze degli interventisti così diversi fra loro, uniti dal generale Cadorna, che rappresenta la volontà di guerra dell’Italia e le divergenze tra i vari resistenti d’Italia, oltre che i fascisti e poi i repubblichini, ritrovatisi dopo la guerra a fare i conti per lungo tempo tra scontri e processi.

Mario Isnenghi in un volume del 1999 intitolato appunto La tragedia necessaria. Da Caporetto all’Otto settembre ripercorre l’Italia a partire da questi eventi tragici, scavando tra testi e confessioni di chi ha vissuto quei momenti, come i combattenti. La disfatta è così narrata usando frammenti dai Taccuini di F.T. Marinetti, da La coda di Minosse di Arturo Marpicati, il Diario di un imboscato di Attilio Frescura, Dal Carso al Piave di Mario Puccini, Caporetto  di Giuseppe Prezzolini. Scaturiscono allora e si confrontano, i racconti di Caporetto, «un immaginario complessivo in convulsa trasformazione», racconti che nel dopoguerra contribuiranno alla lettura edificante di una vittoria nata anche dalla «benefica scossa di Caporetto».

Caporetto resta l’evento della Prima Guerra Mondiale che più parla dell’Italia, di quel «“noi” difficile degli italiani», ancora di più di Vittorio Veneto, per le sue antitesi negli sviluppi e nelle ricostruzioni. Da queste complessità e dall’idea di vittoria mutilata, si sviluppano sentimenti e aggregazioni nazionaliste, il fiumanesimo e l’eroismo ribelle alla D’Annunzio, un protofascismo che misto alla retorica e gran dialettica affermerà il suo Duce. Ben presto però, Mussolini darà miti all’Italia su cui costruire una identità e il suo sviluppo, e sarà costretto a cancellare le complessità della sconfitta. D’altronde, anche i democratici tenderanno a smussare la disfatta, incolpando i militari per i loro errori tecnici. Limitativo se si considera invece il dissenso dei soldati, le masse militarizzate che non si riconoscono né nella patria né in quella guerra. In questi termini, una vergogna inaccettabile per l’impero statale del fascismo.

Un’altra guerra, contraddizioni a noi più vicine cronologicamente, e ancora masse ancor più retoricamente militarizzate e in crisi di identità. La liberazione-invasione e l’armistizio, il desiderio di sconfitta della patria o l’apatia di un esercito stanco e sbandato.

Il dieci luglio, gli anglo-americani sbarcano in Sicilia; è la fine, ma nessuno sente il peso della disfatta. «Se qualcuno è sconfitto non siamo noi, sono i tedeschi, sono i fascisti», dicono i più. Già cerchiamo le attenuanti e giochiamo con la nostra coscienza. La disfatta non sarà una disfatta perché nessuno si crede colpevole: la colpa è tutta del Duce! Siamo stati ingannati, sopraffatti, non battuti. Nel nemico si scopre il liberatore: tutto diventa più comodo.

Leo Longanesi, In piedi e seduti, 1948

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