domenica 23 novembre 2014

#LibrinTrincea - Caporetto nella letteratura di guerra

Per arricchire la nostra rubrica #LibrinTrincea dedicata alla Prima Guerra Mondiale in occasione del Cenetenario, abbiamo scelto alcuni momenti significativi tratti dalla raccolta di Mario Isnenghi I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra che riprende pagine di diari e racconti di protagonisti della Grande Guerra, destinati già e affermatisi poi come alcuni dei più grandi intellettuali italiani del Novecento.

Questa raccolta si divederà in tre parti; nella prima citiamo il Diario di un imboscato di Attilio Frescura (Vicenza 1919), Dalla Bainsizza al Piave all’indomani di Caporetto. Appunti di un ufficiale della Seconda Armata di Valentino Coda (Milano, Sonzogno,1919), il Diario di un fante di Luigi Gasparotto (Milano, Treves, 1919) e Introduzione alla vita mediocre di Arturo Stanghellini ripreso in Tre romanzi della Grande Guerra pubblicato da Longanesi nel 1966.

NdA: le pagine di riferimento sono quelle del volume di Mario Isnenghi I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra (Venezia, Marsilio, 1967)




Attilio Frescura Diario di un imboscato (Vicenza 1919)


E mentre il crepitio delle fucilate si allontana, guardo l’orologio: le 14,45.
Troppo  puntuali gli austriaci: avevano promesso di essere a Caporetto per le 15.
Evidentemente le tabelle: Alt per tutti – Controllo – Taglio capelli non li hanno intimoriti […]
(pag. 133)

26/10/1917
La strada da Plastischisc alla pianura è satura di carriaggio. Non potremo passare. Qua e là autocarri rovesciati, o buttati di traverso, carretti rotolati a valle, con i cavalli o morti o vivi, che giacciono con le zampe all’aria e il muso paziente reclinato, attendendo di morire, stupidi e sublimi.  Fra i carri, fra gli autocarri che attendono da ore senza aver percorso un metro, i soldati si insinuano: fanti, alpini, artiglieri, senza fine. Passano, passano senza parlare, con un sola fretta: arrivare al piano, fuggire l’incubo.
(pag. 134)

È già invasa la nostra Terra. È Italia questa. È Italia, da cui fuggono laceri, scalzi, bagnati, affamati, doloranti, i poveri che non sono dei fornitori militari, gli innocenti, che hanno dato gli uomini validi, a morire sul Carso, oltre Isonzo, nella terra nuova e ostile […]
Non una fucilata, non una cannonata. Eppure il nemico è di fronte. Attaccherà certamente domani.
Se attaccasse ora sarebbe la fine. Perché i soldati sono per tutte le case, a mangiare, a bere, vinti dalla fame e dalla stanchezza. Essi, abituati nella lunga guerra a non avere alcuna volontà, non si fanno idea della terribile situazione in cui siamo. Le esigenze della natura sono al di sopra. E dal paese sale altissimo nella notte un vociare di soldati avvinazzati e tutto il paese è illuminato nella veglia.
Il nemico, in agguato, attende.
Andiamo per le case, a scovare i soldati, a cacciarli in linea.
(pag. 136)

31/10/1917
[…] Lasciamo Folgaria, dove i nostri già saccheggiano le case. Quando gli austriaci saranno qui i nostri giornali proietto-nazionalisti stamperanno che sono solamente loro i saccardi!
(pag. 138)



Valentino Coda, Dalla Bainsizza al Piave all’indomani di Caporetto. Appunti di un ufficiale della Seconda Armata (Milano, Sonzogno, 1919)


I soldati, sgomenti tosto ripresi dal pugno ferreo della disciplina , tacciono.
Il generale chiama gli ufficiali e li interroga.
«Abbiamo ricevuto l’ordine di ripiegare» rispondono unanimi.
Da chi? Non si riesce a saperlo. L’ordine, volando di bocca in bocca, è corso lungo le trincee come il fuoco lungo una miccia. Sapremo più tardi il moto di questo enigma, adesso l’importante è riordinare , rianimare queste truppe. […] Ma mentre noi trattenevamo l’avanguardia, il grosso e la coda della colonna, non potendo avanzare sulla strada, ha dilagato da una parte e dall’altra, sparpagliandosi nei campi[…]svanito il panico, i soldati stessi hanno vergogna dell’accaduto e insistono per convincere noi che non ebbero intenzione di scappare, ma in buona fede cedettero che ci fosse l’ordine di ritirata.
(pag. 144)

Al Municipio non si sa niente, la Polizia è muta,i funzionari sono scomparsi,  ognuno che sa e può aiutarsi, pensa a sé. Ultima rappresentanza superstite dei poteri dello Stato è il prete. È quello che consiglia, ammonisce, convince il gregge dei perplessi a restare o partire, secondo che egli è patriota o austricante, che il partire o il restare gli sembra utile agli interessi della parrocchia; ma qualunque sia il loro fine, i ministri della religione sono al loro posto in tanta sciagura e, se non altro, fanno balenare, come al capezzale dei morenti, il raggio d’un’estrema speranza.
(pag. 147)

Il maggio del 1916 fu un avviso di Dio. L’impreparazione, l’insufficienza, la stolida presunzione del Comando italiano si palesarono allora in piena luce […] Asiago fu nel maggio del ’16 la prova generale di Caporetto; qui e colà gli stessi metodi furono applicati dal nemico con lo stesso successo, qui e colà la nostra sconfitta fu caratterizzata dal repentino crollo  degli apprestamenti difensivi, e la sola differenza consiste nella profondità dello sfondamento e delle sue conseguenze. Allora il Comando potè nascondere ai lontani la verità sino a fare della sconfitta una vittoria; oggi ricorre l’immonda scusa del tradimento. […] i bollettini odierni, di cui abbiamo confusione di notizie, pare accennino a battaglie campali, a sacchi del nemico. da quel che vediamo noi, debbono essere veridici come quelli di maggio …. Né battaglie, né resistenze: il nemico fa di noi quel che vuole, ci scaccia a pedate dal nostro suolo, dal suolo della Patria e noi, miserabili, non facciamo niente per salvarlo! Centinaia di migliaia di uomini non hanno sparato un colpo di fucile, e le mitragliatrici, i cannoni fusi con gli ultimi soldi della “grande proletaria”, invece di seminare la strage nelle file dell’invasore, restano seminati per le strade. Il vincitore non avrà che a voltarceli contro, e noi colpiti nella schiena cadremo da vigliacchi […]
(pag. 149-150)






Luigi Gasparotto, Diario di un fante (Milano, Treves, 1919)

6 novembre
A padova si preferisce scendere. I primi che si incontrano sono i giornalisti. Parlano del grande sfacelo. “L’esercito no si batte più”. Al Pedrocchi ci sono i profughi, non più gli studenti.  I friulani sono furibondi contro tutte le autorità, militari e civili. Quando a Udine fu dato l’allarme, non vi era più alcuno che guidasse e confortasse la popolazione. Tutti erano scappati.
(pag. 182)

Vi è la crisi nei comandi, si dice dovunque. Troppi ufficili hanno perduto la testa. Dove erano gli ufficili dello Stato Maggiore generale nei momenti in cui si giuocavano tutte le nostre fortune? E da questa domanda terribile ognuno ricava conseguenze implacabili; si parla, si parla e si colorisce foscamente ogni più tenue episodio; si giudica, si condanna, quasi con voluttà.  I vinti hanno sempre bisogno di raccogliere su un uomo o su alcuni uomini le colpe di molti, gli errori di tutti. e si parla, si parla; si narra, si maledice.
(pag. 183)



Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre,in Tre romanzi della Grande Guerra, Milano, Longanesi 1966.

Tutta l’Italia era per la strada.
Tutta la patria era su quella strada.
Non aveva più né pudore, né gloria, né confini.si sfaceva nella lontananza, in quel lento fluire della moltitudine verso un ignoto destino, in quello sradicarsi, dei vecchi dalle case, dai campi ove il lavoro li aveva fissati in amore, in dolore; in quel lento raffreddarsi delle stanza abbandonate ov’era passato l’alito di tante generazioni […]
A Versa ho visto una vecchia  scuotere in triste modo la testa davanti ad un 149 che s’era fermato sul bordo d’una fossa per una guasto alla trattrice.
Un vecchio ha fermato un soldato che passava, gli ha preso la maschera per dirgli «D’ora innanzi la maschera bisognerà tenerla in viso, ma per la vergogna!»
E si parava il viso con la larga mano nodosa come fatta di tronconi di bambù e ripeteva al soldato «per la vergogna, sì, per la vergogna …»
(pag. 191-192)

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