giovedì 6 novembre 2014

Identità ebraica o identità di tutti?

Gli ebrei e le parole
(Jews and words)
di Amos Oz e Fania Oz-Salzberger

Feltrinelli, 2013 (2012)
pp. 229


Non vorrei trascurare un fatto essenziale per cui lo cito subito. Ed è il sottotitolo: “Alle radici dell’identità ebraica”. Così possiamo cogliere che ci troviamo di fronte a un libro importante per gli autori: Amos Oz e Fania Oz-Salzberger. Lui, 75 anni, è uno dei romanzieri più noti e prolifici di Israele. Lei è sua figlia, di anni ne ha 54 e insegna storia all’università di Haifa. La forza di questi due sta nell’adottare un approccio fortemente laico. È chiaro che un testo sulla identità ebraica può partire da molteplici punti di vista e arrivare ad altrettante conclusioni ma se a redigerlo sono esponenti religiosi dell’ortodossia, rabbini o sionisti avremo un’opera a uso e consumo degli ebrei. O degli israeliani. O magari dei coloni.

La famiglia Oz, invece, fonda l’identità ebraica non tanto sulla Bibbia o sulla terra promessa, né tanto meno sul sangue, ma sulla parola: «perché l’eredità, da padri e madri a figli e figlie, viene trasmessa attraverso la narrazione e non tramite i geni». Siamo tutti un’invenzione letteraria. Indistintamente. Per cui questo libro non è solo per gli ebrei «ma per coloro che amano leggere».
Il saggio è in realtà una serie di storie, storielle, aneddoti, parabole raccontate con ironia, senso dell’umorismo che ci piovono addosso come temi che riguardano il nostro essere umani: del significato e dell’uso della parola e dell’importanza dell’interpretazione contro le verità sacre. Per Amos e Fania l’ebraismo è una metafora della condizione umana: quello che sta loro a cuore è uscire dai ghetti dell’appartenenza, smontare la mentalità che porta ai fanatismi e combattere l’ossessione identitaria che si sta diffondendo. Israele compreso, dove «dicono che se non frequenti la sinagoga non sei un buon ebreo. Noi invece pensiamo di essere dei buoni ebrei senza andare in sinagoga».
Ma se gli ebrei sono «un collettivo nato da testi e non dalla genetica», è inevitabile chiedere: chi, allora, non è ebreo? Risponde Oz: «Noi diciamo nel nostro libro una cosa drastica e di conseguenze incalcolabili: chiunque legge dei libri è un po’ ebreo. Lo è chiunque abbia un rapporto intimo col testo».

A proposito di testi, Oz non può non citare la Bibbia e lo sterminato patrimonio letterario e orale che ha caratterizzato la tradizione talmudica, sia quella elaborata in Palestina sia quella babilonese. Insomma, non può non partire dalla madre di tutti i testi per poi passare alla tradizione orale sistematizzata nei secoli nei Talmud, un corpo pazzesco di dottrina, regole, teologia, insegnamenti di vita. Ma la cosa rilevante è che i due autori trattano questo non come materia religiosa. La Bibbia per gli ebrei Oz è un po’ come l’Iliade e l’Odissea per i greci, materia letteraria, alla stregua di Cervantes o Dostoevskij: geniale la parte dove i due provano che il “Cantico dei cantici” è un poema erotico scritto da una donna per Salomone e non un inno a Dio scritto da Salomone.

Essendo un romanzo, contiene assolute invenzioni, dai re a Giobbe. Eppure proprio perché contiene delle invenzioni la Bibbia è essenziale per un romanziere. «La narrazione, anche delle cose immaginarie, è più importante di ogni scoperta archeologica sulle imprese di re Davide o sul tempio di Salomone. C’è più verità storica nei romanzi che nelle pietre». Va presa così, con questo atteggiamento moderno, non certo come lettera o parola di Dio ma come parola di un popolo nomade che cominciò a narrare la sua epopea.
È la parola a dare significato alla nostra vita e ai nostri sensi: a sguardo, udito, tatto. Solo sapendo il nome della cosa, sappiamo cosa stiamo guardando, ascoltando, toccando. «Adamo nel Paradiso dà i nomi alle cose e agli animali. E non a caso, nella tradizione ebraica si sottolinea che è stato l’uomo e non Dio ad aver dato i nomi: significa autonomia e dignità. E vale per tutti gli umani». Ancora l’unicità ebraica che si diluisce nell’universalismo senza chiusure identitarie.

I due Talmud e quanto ne è derivato sono invece il prodotto più evidente di questo dialogo fra generazioni che gli ebrei hanno instaurato dentro il proprio seno. Un confronto che si perpetua e che segna la continuità ebraica attraverso i secoli. D’altronde cos’è il Talmud se non la raccolta delle discussioni e dei commenti avvenute tra i sapienti e i maestri, partendo da quelli più antichi e arrivando a quelli contemporanei? Un instancabile tramandare, un viaggio di parole dove tuttavia per Amos e Fania, è bene ribadirlo, la partecipazione è aperta a chiunque.

Marco Caneschi

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