martedì 18 novembre 2014

Applausi a scena vuota: l'ultimo struggente romanzo di David Grossman

Foto di Debora Lambruschini

Applausi a scena vuota
di David Grossman
Mondadori, 2014

pp. 176
€ 18,50 cartaceo

Voglio che tu venga a vedermi. Che mi guardi bene. E poi mi dica. Dirti cosa? […] Quella cosa, aveva detto Dova’le sottovoce, che una persona trasmette senza rendersene conto, che è forse l’unica al mondo a possedere. Una proiezione della personalità, avevo pensato, una luce interiore. O un buio interiore. Il segreto, il fremito dell’unicità. Tutto ciò che descrive un essere umano al di là delle parole.


Una telefonata inattesa, un amico d’infanzia di cui nel vortice della vita ci si era dimenticati e una stravagante richiesta: l’invito ad assistere ad una serata di cabaret di cui l’amico è protagonista per cercare di cogliere la sensazione che trasmette nel pubblico, ciò che le persone percepiscono di lui, lì, sulla scena. Una richiesta tanto inconsueta quanto irresistibile, a cui dopo l’iniziale esitazione Avishai Lazar, giudice in pensione, decide di acconsentire. È così che, più di quarant’anni dopo il loro primo incontro, Lazar e il comico Dova’le si ritrovano in un modesto cabaret di Netanya, piccola cittadina a Nord di Tel Aviv, l’uno sul palco in uno spettacolo non convenzionale e l’altro mischiato tra il pubblico, venuto a giudicare come presto scoprirà l’intera vita del vecchio amico e soprattutto sé stesso.

È con un romanzo originale, intenso e scorrevole, che David Grossman è da pochi giorni tornato in libreria regalando ai suoi lettori una storia che si presta a numerosi livelli di interpretazione. Incontrare l’autore è stato il mezzo ideale per scoprire chiavi di lettura di una storia che dietro l’apparente semplicità rivela invece interessanti spunti di riflessione in cui Grossman dimostra ancora una volta la straordinaria capacità di elaborare tematiche ricorrenti della tradizione letteraria contemporanea in modo sempre nuovo, sorprendente, costruendo quindi un romanzo che all’immediatezza linguistica coniuga sapientemente la capacità di spingere il lettore di fronte ad interrogativi sempre attuali.
Partiamo dalle scelte formali: Grossman costruisce un romanzo a due voci, quelle di Dova’le e di Lazar, che si alternano ognuna inequivocabilmente distinguibile ed unica nella ricostruzione frammentaria delle proprie esistenze, che per un breve momento tanti anni prima si erano intrecciate in una stravagante, improbabile amicizia per poi perdersi lungo il corso della vita adulta e ritrovarsi ora in quel piccolo cabaret: «Mi hai cancellato, aveva detto lui, sbigottito.» quando la voce di Dova’le inizialmente non sembra resuscitare il ricordo dell’amico d’infanzia. È Lazar in realtà l’io narrante della storia, ma il lungo frammentato monologo di Dova’le accompagna il racconto del giudice e di fronte al lettore si dispiega non solo la tragica vicenda di Dova’le tra passato e presente, ma anche pezzi di vita di Lazar dagli anni in cui ha conosciuto il vecchio amico ad oggi, giudice in pensione da pochi anni rimasto vedovo.

La vicenda del comico è senza dubbio il cuore della storia: Dova’le, l’eccentrico ragazzino preso di mira per le sue stranezze, un passato in cui botte e tenerezza si alternano con una naturalezza agghiacciante, e quel momento fatale che cambia tutto per sempre; Lazar, bambino riservato e silenzioso, uomo solitario incapace di superare il trauma della morte della moglie amatissima. Due vite che si incontrano per caso, due bambini entrambi a lezione di matematica qualche pomeriggio a settimana che intrecciano un’inattesa amicizia, viscerale ed intensa come solo in giovane età. Qualche accenno alle proprie vite, nulla di più. Poi inaspettatamente si ritrovano nello stesso campeggio organizzato dalle rispettive scuole e il debole muro di piccole bugie dietro cui l’amico cercava di proteggersi crolla di fronte all’evidenza: deriso dai compagni, preso di mira, pesanti allusioni alle condizioni disagiate della famiglia.
Lazar è incapace di reagire e volta le spalle all’amico, proprio nel momento in cui più Dova’le avrebbe bisogno di lui; perché una mattina in quel campeggio paramilitare nel deserto giunge la notizia che il ragazzino ha perso uno dei genitori in un terribile incidente e costretto a mettersi subito in viaggio nessuno si premura di informarlo se abbia perso la madre o il padre. In quel momento disperato, è l’amico che cerca, la sua comprensione, il suo affetto; ma Lazar si ritrae e la vita prende un corso diverso. Dova’le si mette in viaggio per scoprire quale genitore sia venuto a mancare, e disperato cerca di richiamare i ricordi più belli di entrambi, l’affetto che prova, convincendosi di poter avere influenza sulla terribile scelta, mio padre o mia madre. I genitori di Dova’le, che piano piano prendono vita nel racconto: il padre, che alterna momenti di affetto sincero ad episodi di violenza; e la madre, una figura straordinaria che fin dalle prime pagine porta evidente un qualcosa di profondamente tragico:

[…] camminava sempre a capo chino, con un foulard che le copriva la testa, perché nessuno la vedesse. E in fretta, rasente ai muri e alle recinzioni, perché nessuno spifferasse a Dio che esisteva. 

Ora, in quel cabaret di Netanya, Dova’le è un uomo di cinquantasette anni, magrissimo e segnato dalla malattia, che ripercorre la propria vita di fronte ad un pubblico che sembra sempre meno estraneo ma consapevolmente scelto invece per partecipare al suo dolore, per condannarlo o assolverlo da quella colpa di cui sente di essersi macchiato tanti anni prima. Sono tutti in qualche modo inconsapevoli giocatori della partita di scacchi che Dova’le.

È un comico triste, a tratti carismatico e affascinante, l’attimo dopo incapace di ammaliare il suo pubblico, violento e politicamente scorretto, non sempre lucido e presente. E Lazar, venuto a giudicare il vecchio amico, ne segue l’ironia pungente, il racconto doloroso a cui nella propria mente aggiunge pezzi della storia vista da una prospettiva differente, e intreccia il dolore di Dova’le al proprio. Gli attacchi di rabbia dopo la perdita della moglie che lo hanno costretto ad un pensionamento anticipato, il ricordo di lei ancora vivo e penoso. E lentamente il senso di colpa che prova nei confronti del torto fatto all’amico tanti anni prima, l’incapacità di partecipare alla sua pena. 

Straordinaria la capacità di Grossman di mettere in scena nel breve spazio di nemmeno duecento pagine una storia così intensa e toccante, in cui le battute provocatorie di uno spettacolo di cabaret si alternano al racconto intimo e struggente. Una storia che, come abbiamo avuto il privilegio di discutere proprio con l’autore, è profondamente legata al contesto in cui è ambientata ma che allo stesso tempo è estremamente intima, privata, personale, capace di farsi interprete di sentimenti, dolore e insicurezze universali. Temi che Grossman, ogni volta in modo differente, ha inserito nelle proprie storie: il dramma della Shoah e il peso della storia, le difficoltà nel venire a patti con essa, la violenza della guerra che si insinua in ogni piega della vita, il confronto con la morte; famiglia e amicizia, infanzia ed adolescenza che lasciano il posto alla difficoltà del diventare adulti. Fortemente calato quindi nella realtà israeliana, la stessa dell’autore su cui ancora una volta non smette di interrogarsi e di farsi interprete, Applausi a scena vuota è per me soprattutto un romanzo come si diceva estremamente intimo ed universale, gli interrogativi che solleva gli stessi ad ogni angolo del mondo, ad ogni altezza cronologica; eppure allo stesso tempo sarebbe impensabile leggerlo svincolato dal contesto storico politico israeliano, così come dalla vicenda biografica dell’autore.
Non è una caccia agli indizi autobiografici disseminati qui e là nella storia, ma la semplice constatazione di come la sensibilità e le note posizioni politiche di Grossman traspaiono anche da questa storia come dalle sue parole di fronte a blogger e giornalisti, dagli altri romanzi che hanno preceduto Applausi a scena vuota, da saggi e articoli che portano la sua firma.

Si accennava, nel corso dell’incontro con l’autore, al sentimento di speranza che affiora anche da questo romanzo: personalmente non è speranza la sensazione più immediata che la storia di Dova’le e Lazar mi ha suscitato, come al contrario non è nemmeno disperazione; senza dubbio nel racconto di una quotidianità segnata dal fantasma della violenza, da un passato di dolore, dall’eco della guerra e dalla perdita improvvisa di uno dei genitori, la straordinaria capacità di Dova’le di non arrendersi al cinismo è un fiore raro e bellissimo e il sentimento di speranza che le cose possano ancora in qualche modo essere riparate aleggia in tutto il romanzo. Ma se vi fosse da scegliere un solo sentimento, dei tantissimi che la lettura di questo libro ha suscitato, un solo tema da fare protagonista, direi il venire a patti con il senso di colpa e ancora di più l’opportunità attraverso l’altro di conoscere meglio noi stessi.

Com’è successo che le sue chiacchiere concitate, le sue battute nervose, abbiano avuto su di me un effetto simile a quello dei bagliori di luce su un epilettico e mi abbiano ricondotto esclusivamente a me stesso e alla mia vita? E come è successo che lui, nelle sue condizioni, abbia fatto per me quello che non hanno fatto tutti i libri e i film che ho letto e visto? Tutte le parole e i gesti di conforto di amici e parenti in questi ultimi tre anni?

È l’uomo di legge venuto a giudicare che si ritrova alla fine a fare i conti con la propria colpa e il proprio passato e con le prove della vita; è il comico che cerca assoluzione o condanna da quel gruppo sempre più intimo di estranei rimasti ad ascoltare la sua storia, una vicenda a cui forse dopo tanti anni è possibile dare un senso nuovo.
È il romanzo, che, non me ne vogliamo i critici che da anni ne annunciano la morte, ancora una volta si fa mezzo privilegiato per dare un senso alla realtà e alle incertezze dell’uomo.