sabato 29 novembre 2014

#CritiComics - Il selvaggio e romantico West di "Gus"

Gus - 1. Nathalie
di Christophe Blain
Traduzione di Michele Foschini
Bao Publishing, 2014

pp. 79
€ 16,00 cartaceo

Per me il selvaggio West ha sempre rappresentato il luogo dove il valore della parola veniva sospeso per lasciare spazio all'importanza dell'azione. Pur esercitando il massimo dello sforzo sulla mia memoria, mi viene difficile ricordare più di cinque o sei sequenze del cinema western rese famose da un dialogo, mentre potrei fare un elenco pressoché infinito di sparatorie, duelli, fughe, attacchi indiani o assalti ai treni, e questo coinvolgendo il classico John Ford (la cui visione del West è stata purtroppo invecchiata più dalla critica cinematografica che dall'età), l'apocalittico Peckinpah, o molto di quel cinema degli anni Settanta che - citando il western - metteva in scena personaggi silenziosi (basti guardare il carpenteriano “1997: Fuga da New York”).

Il cinema western trova la sua misura morale proprio nel giudicare gli uomini dalle proprie azioni, scartando del tutto il peso delle loro parole. Perché quando un uomo con molte cose da dire incontra un uomo con il fucile, quello con molte cose da dire è un uomo morto perché durante un duello non bisogna parlare, bisogna semplicemente sparare.

Nemmeno “Gus” - il fumetto western firmato da Christophe Blain di cui Bao Publishing ha pubblicato il primo volume - si allontana dal canone, utilizzandolo però in maniera ironica nel racconto di tre banditi alle prese in egual misura con problemi di legge e problemi di cuore. Gus - mente del gruppo - spreca un gran numero di parole per pianificare complessi assalti a treni portavalori o per cercare di portarsi a letto qualche disponibile signorina. In entrambi i casi spesso e volentieri le cose vanno a finire male: sia che si trovino nel bel mezzo di una rapina o durante un appuntamento galante, Gus e i suoi compari Gratt e Clem si ritrovano sempre a dover fare i conti con il peso delle loro azioni e quello delle loro parole. Perché in fondo non c'è poi molta differenza tra l'inseguimento di una diligenza o quello di un'avvenente signorina, perché in entrambi i casi parlare non serve a nulla, bisogna semplicemente capire qual è la strada migliore per raggiungere l'obiettivo e arrivarci il più velocemente possibile.

E Gus fallisce il suo scopo non perché il piano sia male congegnato, quanto perché Christophe Blain ha rivestito i suoi personaggi di questo problema tutto moderno di credere che la parola conti più di molti fatti e quindi ai protagonisti della sua storia rimane solo la consapevolezza che le parole (di cui non possono fare a meno) sono più una trappola che una benedizione.

Non è un caso quindi che l'unico a combinare qualcosa con una ragazza sia il silenzioso Clem, poco dedito alle parole e sempre concentrato sull'azione. Blain si ritaglia con la storia d'amore di Clem e il racconto dell'amicizia virile dei tre banditi i momenti più intimi del volume dove le parole smettono di essere il tramite per ottenere qualcosa (poco conta che sia una sottana o una cassa piena di soldi) e riprendono invece corpo e spessore sotto forma di ricordi e ruvidi segni d'affetto.   

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