giovedì 20 novembre 2014

Un "pontos" antico che unisce rive e uomini

Mare di zucchero
di Mario Desiati
Mondadori, 2014





pp. 187


La delicatezza di Mario Desiati questa volta non sta dentro la sua Puglia arcana. O meglio, non solo. Comincio a seguire con grande attenzione questo scrittore che mi ha perfino accompagnato alla scoperta di un retaggio potente come quello della dea madre che si aggira per i torrenti asciutti della valle d’Itria e del mondo sommerso ma vivo dei muretti a secco che tracciano perimetri di storia nelle campagne sconfitte del meridione.
Stavolta non c’è il petrolchimico del paese delle spose infelici. Non c’è neppure il mare inteso come limite agognato da due giovani che sono decisi a tutto pur di vivere il loro amore proibito. Certo che c’è il mare in questo nuovo romanzo, più mare che terra, più onde che trulli, ma è un mare particolare: visto che Mario Desiati dà a questo elemento liquido valenze sacre, divine, comunque antiche, il mare che porta santi orientali e ne sballotta le spoglie sopra zattere alla deriva, mi viene in mente una cosa. Ovvero come i Greci chiamavano il mare: thalassa, concetto generico e riconducibile perciò al mare per antonomasia, il Mediterraneo, il mare dei mari. Pelagos era il mare aperto, quello che inevitabilmente incuteva timore, il mare dei miti; kolpos era il golfo e per analogia l’Adriatico; hals era il mare-materia, acqua e sale, un brodone primordiale della pentola terrestre. Infine c’era il pontos, il mare come viaggio, un ponte tra terre emerse.
Ecco che, ripercorrendo la vicenda che vide protagonisti i 20.000 albanesi che l’8 agosto 1991 sbarcarono in Puglia da una nave miracolosamente fatta attraccare dal capitano dopo un viaggio in un mare di zucchero, c’è un motivo per cui è chiamato così ma sarà bello scoprirlo leggendo il libro, il mare diventa un ponte tra la vita di Ervin, adolescente albanese di Durazzo che sale su quella nave, e Luca adolescente di Cisternino.
Fin quando non si conoscono, Ervin e Luca vivono il mare con le loro suggestioni, lontane solo 100 chilometri, la distanza tra Roma e il lago Trasimeno, il tratto che separa Otranto dalle coste albanesi: Ervin lo adora, vi si immerge fino a rendere le sue mani grinzose. Luca lo teme quasi, lo sente come l’abbandono estivo di un’infanzia di paese e l’occasione di sfogo per i rimproveri materni. Non a caso, si rifugia nei bar di Torre Canne in cerca di una libertà riflessa, consistente nel salvataggio dei suoi eroi dei videogiochi.
Ervin e Luca sono lontanissimi per racconti acquisiti: il primo crede che gli italiani si spaventino dinanzi a un cane, mentre gli albanesi no. Il secondo esordisce nel romanzo con il timore stampato in volto a causa di uno zio che lo convince che un cane-lupo può mangiare un uomo. Ma c’è quel ponte fra di loro che finirà per unirli. Li unirà lo spazio di una notte, in una scuola dismessa di una periferia barese, che potrebbe essere la periferia di Durazzo. Eppure è una notte decisiva. Non solo per l’esperienza reciproca vissuta, di aiuto dato e ricevuto, quanto per l’empatia che neppure le incomprensioni linguistiche riescono a fermare. Questa empatia consente di assaporare, per la prima volta, il senso più profondo della parola libertà
Luca non ha di fronte il castello di un videogioco dov’è rinchiuso un personaggio da salvare ma un incrocio di sguardi. I due ragazzi hanno praticamente la stessa età e vogliono uscire dalle rispettive prigioni: quella di uno Stato che non può permettere ai suoi figli la quotidianità allegra stampata dalle immagini pubblicitarie della tv italiana vista in Albania e quella di una tenace incapacità di andare fino in fondo per decidere per se stesso, per gettarsi nella mischia. Questo incrocio di sguardi, dove riconosce la riga delle lacrime dal finestrino di un auto, spinge Luca a sfidare perfino le preoccupazioni dei genitori dinanzi ai quali sparisce per proteggere un suo coetaneo. La stessa noncuranza degli affetti che Ervin aveva dimostrato poche ore prima imbarcandosi senza avvertire nessuno, confidando nell’alleanza con un suo amico che poi è costretto a consegnare ai soccorritori del molo.
Rimasto solo e scampato all’internamento dei profughi dentro lo stadio di Bari, affamato, assetato e stanco, Ervin si affida a Luca e insieme capiscono cosa farsene della libertà: nel solo modo, innocente e puro che due ragazzi comprendono, come un’avventura. Ecco cos’è la libertà: un’avventura. Reale. Dove trovano spazio i sogni, certo, ma non sogni impossibili, non fantasmi incessanti, ma sogni che traggono spunto sempre e ancora da qualcosa di visto, concreto. Umano. Come la ragazza albanese che farà da stimolo ai loro sentimenti incorrotti, prima spersa nel barcone, poi spersa in una festa pugliese con le bancarelle, ma che entrambi ameranno, a debita e forzata distanza, con lo stupore di chi ha una vita da vivere.

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