sabato 18 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Sergio Garufi





Ringraziamo Sara Bauducco (visitate il suo blog!) che, dopo aver incontrato Sergio Garufi a #TreQuarti14 a Pavia, ha intervistato in esclusiva l'autore per noi! 

Sara Bauducco e Sergio Garufi alla Libreria CLU
con #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni


Sergio Garufi (1963), già autore di Il nome giusto edito da Ponte alle Grazie nel 2011, è uscito quest’anno con un nuovo romanzo che sta riscuotendo consensi da parte di lettori e critica: Il superlativo di amare, sempre per la stessa casa editrice. Il titolo contiene - non a caso - un gioco linguistico che riassume il dizionario interiore e la vita del protagonista Gino, traduttore cinquantenne che altalena tra collaborazioni precarie e ricerca la pienezza di una relazione affettiva stabile, e degli altri personaggi grazie ai quali si declinano anche amicizia, attenzione e affetto. Ho avuto il piacere di presentare lo scrittore al festival TreQuarti di weekend a Pavia, sabato 11 ottobre ed ecco ora l’intervista.   

Come è nato Il superlativo di amare? Quale è stata la scintilla che ha dato il via alla narrazione?

È nato tutto da una frase, che era presente già nel mio primo romanzo, e che in quest’ultimo ho utilizzato come esergo. La frase è: “che tutti i tuoi desideri si possano realizzare”, ed è un’antica maledizione gitana. Mi ha sempre colpito perché è precisamente il testo più comune degli sms che ricevo per gli auguri a Natale. Da noi è un auspicio, per i gitani una maledizione. Da questa frase mi è venuta voglia di raccontare la storia di un uomo che “ce la fa”, che riesce a realizzare i propri sogni, e di quanto salato sarà poi il conto da pagare.

Nel romanzo tratteggi diverse sfumature dell’amore, da quello più romantico a quello più passionale e persino disincantato. Cosa rappresenta per te l’amore e come lo definiresti? 

Foto ©GMGhioni
Nel romanzo metto in scena diversi modi di intendere l’amore, ma i due principali sono quelli di Gino, il protagonista, e di Martino, il suo migliore amico. Per certi versi queste due concezioni quasi opposte ricalcano il modello dialettico degli Asolani di Pietro Bembo. Gino è un sentimentale. Pur essendo single da molti anni e portando avanti un surrogato di amore, rappresentato dalla relazione adulterina con una donna sposata che incontra saltuariamente, lui continua a crederci, a pensare che l’amore sia il motore del mondo, l’amor che move il sole e l’altre stelle. E in un certo senso fa bene a crederlo, perché proprio l’incontro con una donna di nome Stella imprimerà alla sua vita monotona e grigia una svolta decisiva. Martino è un po’ il suo contraltare, un dongiovanni, un cinico sciupafemmine che considera la passione anzitutto un patire, una sofferenza, qualcosa da temere perché ti rimette in discussione, sconvolge ogni equilibrio. Da che parte sto io non saprei dire. Dipende dai momenti. Cercare un autore nei suoi personaggi è come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Per molti versi la penso come Gino, e quello che è capitato a lui è capitato anche a me. Se oggi faccio quello che ho sempre sognato, e cioè scrivere di professione, lo devo a una donna, la mia fidanzata, che mi ha incoraggiato e sostenuto in ogni modo, ma allo stesso tempo non mi nascondo che la costruzione di un amore è un’impresa ardua, roba da spezzare le vene, come dice una bella canzone.


Il viaggio, geografico o simbolico come percorso interiore di ricerca e autoaffermazione, è un altro tema ricorrente. Uno scrittore viaggia con i suoi personaggi? Come hai vissuto le vicende dei tuoi e quali ti hanno segnato durante la fase di scrittura? 

Il protagonista di Il superlativo di amare è un uomo sedentario, un casalingo, che si limita a sognare dei viaggi guardando i posti su Google Earth, e tuttavia la vita lo porta lo stesso a muoversi. Tornando nel paese natale in Umbria per i problemi di salute della madre, accompagnando la sua donna a Bruxelles, e infine a Parigi, la meta dei suoi desideri e la città dove visse per molti anni il suo beniamino letterario, lo scrittore argentino Julio Cortazar. Pur non credendo alla retorica della “crescita”, secondo la quale da ogni viaggio si torna diversi, Gino resterà segnato da tutti questi spostamenti, a volte non in positivo. I viaggi di Gino sono stati anche miei, nel senso che io non sono capace di descrivere qualcosa che non ho visto, e poi perché le sue passioni sono anche le mie (le case degli scrittori per esempio, o il concepire Parigi come una sorta di Gardaland letteraria). Quanto e in che misura mi abbiano “segnato” non saprei dire.
Foto ©GMGhioni

La letteratura può essere considerata un personaggio del tuo romanzo dato che gioca un ruolo importante attraverso il lavoro di traduttore del protagonista Gino. Allo stesso modo nella prima parte della narrazione ci si imbatte con frequenza nello spirito e nelle avventure di Cortàzar. Con quale libro ti sei innamorato della lettura e a chi lo consiglieresti in particolare?

La letteratura per me è una lente attraverso la quale guardo il mondo. Spesso questa lente è deformante, ingigantisce ciò che è piccolo o mette a fuoco solo alcuni dettagli. All’inizio ho provato a scrivere qualcosa che non avesse nulla a che fare coi libri, ma ormai mi son rassegnato al fatto che la letteratura fa parte del mio DNA, e che è inutile ribellarsi alla propria natura. Io sono così perché ho avuto quell’imprinting, guardando mio padre assorto nella lettura durante tanti weekend oziosi. I primi libri che ricordo e che colpirono la mia immaginazione furono un’Iliade a fumetti ed Ettore Fieramosca, l’epica di cui si nutre ogni bambino, anche se molti di quelli di oggi magari la trovano altrove, in un film o in un videogioco.

La tua narrazione è molto realista, concreta e colorata; lo stile sciolto ma ricco di dettagli. Come sei approdato alla scrittura e quali sono i tuoi progetti futuri?


Ho iniziato a scrivere molto tardi, dopo i trent’anni, e sempre recensioni o piccoli saggi. Ero certo di non possedere una fantasia di primo grado, ma di poter scrivere solo su altri libri. In un certo senso non mi sbagliavo, perché anche quando mi son cimentato con la narrativa alla fine ho prodotto degli ibridi che si appoggiano ad altri libri, o che usano altri libri come basso continuo. Ora mi piacerebbe tornare alla saggistica, che considero meno faticosa, ma cambio idea talmente velocemente che non ci metterei la mano sul fuoco.

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