lunedì 27 ottobre 2014

#Scrittori in ascolto: con Emanuele Trevi

Marco Caneschi ed Emanuele Trevi


A costo di apparire pedante, non posso che partire da una citazione, quella di quarta di copertina di “Qualcosa di scritto”, perché non saprei fare di meglio verso un libro per il quale ho finito per nutrire una forma di rispetto (sottinteso anche per il suo autore). “Sono rarissimi, gli incontri, che davvero, come si dice, lasciano un segno. La maggior parte delle persone, che incontriamo, è triste dirlo, non determina in noi nessuna reazione profonda, meno che mai un cambiamento anche minimo. Saremmo perfettamente gli stessi senza averle mai conosciute. Ma questa deprimente regola non fa che rendere l’eccezione più pericolosa. Ci sono pur sempre degli individui che svolgono nella vita dei loro simili un ruolo che non saprei definire meglio che catastrofico”. Ecco, Emanuele Trevi a un certo punto della sua vita si trova a frequentare il Fondo Pier Paolo Pasolini e di sicuro vi avrà incontrato tante persone. Persone educate, allegre, stabili, amanti del proprio lavoro. Fra tutte però sceglie di riportare l’esperienza avuta con la Pazza, ovvero la cantante, attrice, intima amica di P.P.P., Laura Betti, che dirigeva all’epoca il Fondo, scaricando su tutto ciò che le capitava a tiro, uomini e cose, la sua rabbiosa follia e verso la quale l’autore, bersaglio privilegiato della donna, nutre un sentimento di repulsione e attrazione.
«Lavoravo all’epoca a “Nuovi Argomenti” la rivista fondata da Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, diretta da Enzo Siciliano. Vi facevo il ragazzo di bottega. Un giorno Enzo mi parlò di un lavoro all’archivio Pasolini, un bel lavoro, e la proposta mi piacque. Non avevo fatto i conti con Laura Betti ma ce li avrei fatti presto. Subito, al primo appuntamento, che Laura mi offrì per un primo gennaio alle 8 del mattino. Festeggiai, neanche andai a letto e mi presentai al cospetto di questa signora che mi disse: “Tu non vali un cazzo”. Testuali parole. Credevo quindi che questa fosse la fine immediata dell’esperienza invece lei aggiunse: “Vieni da domani tanto nessuno vale niente al mondo”. Era una donna che viveva nella sua bellezza sepolta e avvolta dal fumo delle centinaia di sigarette che accendeva ogni giorno. Molte ovviamente le fumava anche. Grazie a Laura, all’archivio io ho potuto avvertire la presenza fisica di Pier Paolo Pasolini, non solo quella culturale. Ho capito che Pasolini era stato un autentico uragano. L’uragano non lo vedi, è aria impazzita, ma lo riconosci dalle tracce che lascia al suo passaggio. Questo passaggio era stato tremendo nella mente di Laura, il suo era stato il caso del classico amore potente non corrisposto. Ma non a causa della sua omosessualità quanto perché Pasolini era incapace di restituire simmetria a un sentimento individuale. La sua morte improvvisa, accidentale, aveva lasciato Laura nella situazione di chi aveva potuto, in un amore, vivere solo la fase delle dedizione, totale, senza passare attraverso la fase della delusione».

Veniamo all’altro filo del libro di Emanuele Trevi: l’analisi critica di “Petrolio”, il romanzo postumo e incompiuto di P.P.P. Analisi dettata non solo dalla competente lettura del testo, ma anche dall’opera cinematografica che lo ha immediatamente preceduto, “Salò e le 120 giornate di Sodoma”, sullo sfondo degli ultimi mesi di vita dello scrittore. Cos’è che lega intimamente Laura Betti persona a “Petrolio” libro? Tu dici che la natura di questo testo è di essere vivente: un qualcosa di umano. Immagino che Laura Betti abbia avuto la sensazione di ritrovarsi dinanzi un Pasolini in carne e ossa.
«L’uscita di “Petrolio” nel 1992, l’apparizione del manoscritto, fu una bomba. Diventò subito chiaro che era impossibile controllare, definire, qualcosa di non interpretabile. Magari Pasolini voleva arrivare a scrivere un falso incompiuto ma la sua morte lo aveva trasformato realmente in un incompiuto accidentale. Nell’ultima fase della vita che il destino gli ha concesso di vivere, Pasolini aveva subito una conversione. Dobbiamo intendere questa parola in senso laico, platonico: come occhio dell’anima che ruota. Pasolini aveva cominciato a sospettare, dal 1972, che la sua visione del mondo, la sua visione del ruolo dell’intellettuale, andava rivista, rovesciata. L’intellettuale prima era colui che con la sua parola penetrava un mistero. Aveva in mano un’arma di natura fallica. Adesso dubita fortemente della valenza di questo assunto e “Petrolio” è la raffigurazione dei suoi dubbi. Grazie all’uso che fa di una delle invenzioni letterarie supreme, quella del doppio, affianca il protagonista Carlo con un Carlo secondo, uomo dedito al sesso, che mostra invece come sia il mondo a stupire, stuprare. Poi anche questo non basta e Pasolini trasforma i due Carlo in donne che arrivano esattamente dove gli uomini non possono arrivare: ad accogliere la verità senza manifestare alcuna violenza. Sulla violenza, Pasolini stava conducendo una grande meditazione, estrema direi: lui stesso stava prediligendo pratiche sessuali dove si lasciava sottoporre ad autentiche botte. Lo stesso “Salò e le 120 giornate di Sodoma” rappresenta un totale rovesciamento della prospettiva di De Sade visto che il film è vissuto dal punto di vista delle vittime. Pasolini nel momento in cui scriveva “Petrolio” stava studiando i vangeli gnostici, saggi sugli aborigeni australiani dove emergevano riti di iniziazione consistenti in incisioni sul ventre a forma di vagina. Era affascinato da questo ideale androgino. Sia chiara una cosa: “Petrolio” non è il dossier dei segreti di Stato, non è la storia di Enrico Mattei e dell’Eni, non c’entrano i servizi segreti allarmati da chissà quali rivelazioni con la sua morte».

Non basta quanto scritto di “Petrolio” per definirlo un’opera completa? Mi pare che alla riflessione di Pasolini tu riesca a dare un significato compiuto.
«No, “Petrolio” doveva essere l’opera su cui Pier Paolo avrebbe lavorato fino alla morte. Così aveva concepito. Noi abbiamo di 2.000 pagine un frammento corrispondente a un quarto. È chiaro che è caratteristica delle grandi opere quella di essere intere anche se non concluse. Tuttavia, resta un rimpianto ed è quello che porta a pensare che Pasolini muore quando era in un momento di evoluzione e grazia creativa, di maturità artistica suprema».

In questa grazia creativa, citi perfino le interviste: Pasolini le concepiva come genere letterario.
«L’intervista per lui era un lavoro serio, costringeva l’intervistatore a cambiare idea, a cambiare le domande. A proposito di interviste non si può non citare quella che rilasciò a Furio Colombo due ore prima di morire: un’intervista bellissima le cui parole vengono oggi portate a teatro da Fabrizio Gifuni. Dice Pasolini: quando esco da casa Moravia io non vado a letto, vado dall’altra parte, nell’abisso sociale dove vivono i trafficanti di armi, di droga, i delinquenti, i marginali, i violenti. Questo mondo vi sfugge. Gli intellettuali non lo vanno a vedere. Pensiamo proprio a come è decaduto il ruolo dell’intellettuale in questo paese a partire dalla morte di Pasolini. Quest’ultimo scavava fino a cercare il contrario del suo pensiero. Perché fra il nostro pensiero e l’opposto c’è un punto che è quello che permette di avvicinarci alla verità».

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