domenica 7 settembre 2014

Pillole d'Autore - Osservare il mondo con gli occhi di David Sedaris

Difficile definire un libro come Quando siete inghiottiti dalle fiamme, raccolta di racconti autobiografici in cui David Sedaris, al suo solito, ci racconta un sacco di storie, episodi e aneddoti tutti a prima vista indipendenti l'uno dall'altro, se non per il fatto di ruotare sempre intorno a lui. Quella volta, per esempio, in cui girò mezza Parigi alla ricerca di un autentico scheletro umano da regalare per Natale al suo compagno Hugh (Memento mori). Oppure la volta in cui la casa estiva dei due in Normandia fu bersagliata da uno stormo di fringuelli che voleva a tutti i costi sfondare le finestre (Creature del cielo). Oppure ancora l'irresistibile storia della convivenza condominiale con la terribile Helen, la vicina di casa di David e Hugh a New York, arrogante, egoista, razzista e sessista (That's Amore).

Eppure, anche nella loro autonomia, a riunire ogni esperienza in un insieme narrativamente omogeneo ritroviamo sempre lo stesso minimo comun denominatore: il punto di vista imparziale, cinico e sempre travolgentemente divertente a cui Sedaris sottopone ogni avvenimento della sua vita. Già il titolo della raccolta, per una volta, ci cala perfettamente nello spirito del libro: Quando siete inghiottiti dalle fiamme è la paradossale intestazione di un opuscolo sulle misure di sicurezza di un hotel di Hiroshima in cui Sedaris soggiornò durante un viaggio in Giappone, e diventa la chiave perfetta per interpretare tutta una serie di avvenimenti quotidiani, tra il surreale e il grottesco, che Sedaris analizza sempre e comunque con lo sguardo impietoso e il finto distacco di chi si muove nel mondo cercando di comprenderlo e, al tempo stesso, di sopravvivergli. E l'unico modo per sopravvivere al mondo è capire le differenze tra lui e noi, e riderci su.

I passi che seguono sono tratti dal racconto più ampio della raccolta, Spazio fumatori: il resoconto in forma di diario del viaggio di tre mesi in Giappone intrapreso da Sedaris nel tentativo di smettere di fumare, per adeguarsi a un mondo in cui fumare stava ormai rapidamente diventando quasi un crimine ovunque. Tranquilli, nel racconto non troverete nessun moralismo da ex fumatore ("moralismo" e "Sedaris" non possono stare insieme nella stessa frase), anzi: se avete smesso di fumare non è escluso che a un certo punto vi venga voglia di una sigaretta. Quello che troverete sarà invece una cospicua dose di Sedaris-ità, cioè un corso accelerato sul modo di Sedaris di guardare il mondo. E se siete appena tornati dalle vacanze, non è escluso che alcune di queste riflessioni sia capitato di farle anche a voi.

Ah, nel caso foste interessati, il metodo di Sedaris per smettere di fumare funziona; se volete provarci anche voi, costa solo 23.000 dollari.


(Edizione di riferimento: David Sedaris, Quando siete inghiottiti dalle fiamme, traduzione di Matteo Colombo, Milano, Mondadori, 2009, pp. 297, € 17,00 [anche disponibile in Piccola Biblioteca Oscar, pp. 308, € 10,00])


Se rifiuti un drink negli Stati Uniti, la gente capisce senza che tu debba spiegare. «Ah» dicono, vergognandosi di aver dato per scontato il contrario. «Già. Probabilmente anch'io... dovrei smettere.» In Europa, invece, non sei alcolizzato finché non vivi seminudo per strada, bevendo antigelo da una scarpa trovata per terra. Tutto il resto è "divertirsi" o "darci dentro". Copri con una mano il bicchiere in Francia o in Germania – o peggio: in Inghilterra – e con il tono di chi ha subito un affronto personale, il padrone di casa ti chiederà perché non bevi.«No, è solo che stamattina non mi va.»«E perché no?»«Sarà che non sono dell'umore.»«Te lo faccio venire io, l'umore. To', bevi.»«No, davvero, grazie.»«Un sorsino.»«Il fatto è che... avrei un problema con l'alcol.»«Mezzo bicchiere?»

A Parigi le cassiere stanno sedute anziché in piedi. Passano i prodotti su uno scanner, calcolano il totale e quindi ti chiedono i soldi esatti. La scusa è che non ci sono abbastanza euro in giro. «In tutta Europa scarseggia la moneta.»E io rispondo: «Davvero?» perché in Germania ce n'è un sacco. Non mi sento mai chiedere la somma esatta in Spagna, in Olanda o in Italia, perciò penso che il problema sia delle cassiere parigine, che sono, in poche parole, pigre. Qui a Tokyo non soltanto sono grandi lavoratrici, ma anche di un'allegria quasi violenta. Al Peacock [il supermercato nei sotterranei del palazzo in cui Sedaris alloggia] le monete per dare il resto sgorgano come l'acqua dal rubinetto. Le signore dietro i registratori di cassa ti fanno l'inchino, e non nel senso che abbassano leggermente la testa come quando incroci qualcuno per strada. Loro si piegano in avanti all'altezza della vita, e con le mani giunte. Poi dicono una cosa che a me suona come: "Noi, lavoratori di questo negozio, la veneriamo come venereremmo un dio".

Poi c'è stata la nostra recente visita all'Asakura Choso Museum, la casa-studio ristrutturata del famoso scultore defunto. Entrando devi metterti le ciabatte, e se vuoi uscire nel patio devi mettertene delle altre. Te le togli per salire al secondo piano, ma te le rimetti per accedere al terzo, e se vuoi vedere la terrazza giardino ti tocca un altro cambio. Le sculture dell'artista sono esposte in tutta la casa, e benché ce ne siano parecchie, di sicuro avrebbe potuto realizzarne almeno il doppio, se solo non avesse dovuto cambiarsi le dannate scarpe ogni tre minuti.

Ieri ho preso il treno per Yokohama, ed eravamo fermi nella stazione di Shinagawa quando è salita una coppia con il figlio, che avrà avuto sì e no un anno e mezzo. Il bambino per qualche minuto è rimasto seduto in braccio alla madre. Poi ha cominciato a fare i capricci perché evidentemente voleva guardare dal finestrino. Il padre gli ha detto qualcosa il cui tono suonava come: "Hai già guardato fuori dal finestrino due giorni fa". Poi, con un sospiro, si è chinato in avanti e gli ha tolto le scarpe. La madre, nel frattempo, si è messa a frugare nella borsetta e ha tirato fuori un piccolo asciugamano, che ha allargato sul sedile. Il bambino, rimasto in calzini, ci è salito sopra, e mentre contemplava il paesaggio in movimento ha battuto le mani contro il vetro. «Ba» diceva, e io mi sono chiesto se fosse una parola o solo un suono. «Ba, ba.»Sono così trascorsi dieci piacevoli minuti, e poco prima che il treno raggiungesse la loro fermata, il padre ha rimesso le scarpe al bambino. La moglie ha riposto l'asciugamano nella borsetta, dopodiché, con un apposito straccetto, ha pulito le impronte delle dita dal finestrino. Per chi come viene dalla Francia, dove la gente appoggia tranquillamente i piedi sui sedili dei treni, e dall'America, dove sui finestrini non solo battono i pugni, ma incidono le proprie iniziali, il rispetto dimostrato da quella famiglia mi è sembrato quasi surreale. "Ba", ho quindi stabilito, in giapponese vuol dire: "Osserva attentamente e fai come noi".

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