venerdì 12 settembre 2014

Un impero bianco fondato su sangue e petrolio

Il figlio
(The Son)
di Philipp Meyer
Einaudi, 2014 (2013)


pp. 546




Prima di Houston e Dallas c’è una storia, sia chiaro a tutti. Prima di grattacieli, petrolieri e famiglia Bush possiamo andare a ritroso, più o meno in prossimità dell’infanzia del mondo. Scoprire che c’erano i Mogollon. E chi sono? Non si sa: spariti all’improvviso, pare, tipo i dinosauri. Erano umani e avevano fondato una civiltà, sembra, niente male. È l’America precolombiana, ma non aztechi e incas bensì... el norte. Sì, perché oltre il Rio Bravo, o Rio Grande, dipende da quale sponda ci si tuffa, stavano abitanti autoctoni.
Comunque a un certo punto i Mogollon si dissolvono e arrivano gli indiani, proprio quelli dei film: Apache, soprattutto. E via, un altro impero. Dopo gli Apache ecco i Comanche che scacciano i primi letteralmente a calci e a colpi di ascia. Gente, ardimentosa, tosta, neppure gli spagnoli che intanto fondano colonie a ripetizione ne riescono ad avere ragione e queste colonie spagnole sono tutte Messico, su su fino al… Texas. Perché in questo libro siamo in Texas.
Poi la storia ha una strana parabola e sconfitto per l’ennesima volta dagli indiani il governo del Messico oramai indipendente pensa a un piano disperato per colonizzare il Texas e offre terra come caramelle a favore di chiunque sia disposto a trasferirvisi. Purtroppo per i messicani gli unici pronti a rischiare lo scalpo sono yankee anglosassoni che vengono da est. Questi avanzi di galera, o se andava bene nullatenenti attratti da chissà quale sogno, spingono il Texas a entrare in guerra contro i messicani, a proclamare perfino un’effimera indipendenza e a chiudere il discorso entrando negli Stati Uniti che tolgono al Messico praticamente un terzo del territorio originario.
A questo punto, i nuovi padroni bianchi possono liberarsi dalle ultime minacce: i texani residui di origine messicana per impossessarsi dei loro acri di terra e la civiltà indigena dei Comanche, sempre attratti da acri di terra. Riescono in entrambe le cose, con violenza inaudita: i coloni messicani sono soppiantati a colpi di spedizioni punitive che nascono da pretesti, gli indiani vengono sterminati a forza di guerre. E l’impero dell’uomo bianco si stabilisce su questi luoghi, prima fondato sulle mandrie e gli allevamenti, poi sul petrolio. Sangue e oro nero.

In questa successione di imperi, o se vogliamo essere modesti di civiltà, a qualcuno spetta la parte di osservatore privilegiato. Lo è Eli McCullough, uno dei tre protagonisti di questo libro furente, il vero protagonista, perché in fondo, senza di lui, non avremmo la pronipote Jeanne e il figlio del titolo: Peter. Sono le tre voci narranti di un affresco superbo, come gli scrittori americani sanno offrire: spazi confinati della natura, mandrie di bisonti, villaggi del far west, fattorie come fortezze a guardia di terre contese, vincoli parentali che si infrangono a causa di sentimenti primordiali e passato che si riaffaccia ineluttabile.
Eli McCullough è catturato dagli indiani ancora ragazzo, dopo che la sua famiglia viene sterminata perché «la filosofia comanche verso i forestieri era di una precisione quasi dogmatica: torturare e uccidere gli uomini, stuprare e uccidere le donne, prendere i bambini come schiavi o adottarli». Non è che seguano pagine di indulgenza verso questo popolo che domina prima dell’arrivo dei bianchi, la prospettiva è sempre quella di Eli, che assume con fatica rispettabilità all’interno della tribù, si lega ad altri indiani, in particolare al padre putativo Toshawai e alla sua famiglia, ha le prime esperienze sessuali e quando viene scaraventato nella società yankee che sta affermandosi capisce che non c’è nulla da regalare a nessuno perché nessuno ti regala nulla.

Perseguitato dalle regole che questa società si è imposta, Eli non si ferma neppure davanti alla strage di una famiglia dell’antica aristocrazia ispano-messicana, i Garcia, che fanno ombra al suo sogno di potenza e arricchimento. Ma un errore lo commette: trascina nell’impresa il figlio Peter che si nutrirà del senso di colpa per l’eccidio compiuto e troverà modo di riscattarsi prima salvando una ragazzina poi innamorandosi di lei. L’ultima discendente di questi Garcia. A Peter non importa di essere rinnegato, scende nel Messico moderno, profondo e violento, in preda a una rivoluzione senza sbocco, pur di ritrovare la sua amata.

Jeanne, di cui Peter è il nonno, tenterà di tenere in piedi l’eredità familiare barcamenandosi fra terra, bovini e la nuova ricchezza del petrolio. Sarà lei, in pagine di strenua sofferenza, a capire come possa finire un impero, quello dei McCullough. Se poi debba per forza seguire il crollo del più vasto impero dell’America bianca non è dato sapere. Certo è che la storia è strana e se al posto dei texani il petrolio lo avessero trovato con qualche anno di anticipo gli ottomani impegnati nella prima guerra mondiale… chissà quali strade avrebbero seguito le sorti del conflitto. Sappiamo invece che la fonte energetica fu trovata lungo le sponde del Tigri e dell’Eufrate quando il califfato turco si era dissolto e l’attuale Iraq era diventato mandato britannico. Sarà un caso che la pagina finale del libro riporti la citazione di “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano” di Gibbon? Che sia questa la vicenda di ogni impero, specie se le sue fondamenta sono sangue e petrolio, ovvero qualcosa di liquido, informe? Non certo solido come le rocce dei canyon del Colorado.

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