martedì 19 agosto 2014

#PagineCritiche - Renato Venturelli, L'età del noir



L’età del noir
di Renato Venturelli,
Einaudi, Torino, 2007




Genere (per quanto tale termine sia superato o forse solo inefficace nel delimitare frontiere e demarcazioni relative a meccanismi inclusivi/esclusivi) alquanto duttile e trasformista, transepocale e difficilmente inquadrabile in estetiche esatte, il noir dagli anni novanta del secolo scorso in poi ha invaso l'immaginario telecomandato delle mode contemporanee, proponendosi come un marchio che al di là del cinema si espande nella letteratura, nel fumetto, nei videoclip e quant’altro. Ma come definirlo in termini critici senza risultare imprecisi, o peggio estenderlo ad ogni tipo di narrazione criminale con forti connotazioni di violenza? Volendolo affrontare con rigore filologico e da un’esclusiva angolazione cinematografica, è necessario ricostruire le diverse tappe della sua nascita, sviluppo ed evoluzione, ipotizzandone il suo esordio intorno al 1940, quando in un ampio bacino di raccolta confluiscono incroci e contaminazioni di generi in voga nel cinema americano del decennio precedente: gangster-film, poliziesco, horror, giallo, thriller, melodramma, woman's film apporterebbero ognuno un contributo al nuovo mood di rendere in termini cinematografici storie a sfondo criminale, dall'atmosfera cupa e opprimente, girate con uno stile visivo ben delineato: bianco e nero contrastato, giochi di luce e ombra con netta prevalenza della seconda, profondità di campo, illuminazione artificiale e senza filtri, evidenti debiti con l'espressionismo tedesco e il realismo poetico francese, distorsioni visive e narrative, caratterizzazione dei personaggi in senso cinico e disilluso, forse anche esistenzialista. La nota saliente che rende queste pellicole diverse dai crime movie precedenti si rivela l’interiorizzazione del racconto criminale, lo spostamento dell’attenzione dalle dinamiche esterne (la soluzione di un giallo, l’ascesa di un gangster, lo sfondo sociale) a quelle interne (i traumi del passato, i sensi di colpa, la lotta impotente contro il destino, il rapporto con la morte, ecc).
Una buona dose di violenza e sadismo (quasi sempre fuori quadro e più suggeriti che mostrati, secondo una lezione che il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato del tutto) completano il quadro di un universo narrativo spesso attinto dagli scrittori statunitensi cosiddetti hard-boiled e dai tascabili pulp.
La puntuale ricognizione di Venturelli parte proprio dagli albori per poi percorrere diacronicamente l’evoluzione del noir americano fino alla sua deflagrazione alla fine degli anni ’50 (tesi condivisa con altri autorevoli studiosi del settore come Paul Schrader), motivandola con diversi fattori che pongono termine alla sua stagione aurea: avvento del colore, diffusione del mezzo televisivo, crisi dello Studio System con riorganizzazione del sistema produttivo e conseguente fine delle compagnie indipendenti o minori.

Curiosamente, la denominazione noir è stata coniata solo nel 1955 da alcuni critici francesi, influenzati dalla collana Série Noire che cominciava ad uscire proprio in quegli anni, e di conseguenza il termine è un’invenzione francese cui nel periodo classico non ha mai corrisposto negli Stati Uniti una vera coscienza produttiva. Lasciando per fortuna da parte il post/neo-noir con relative rimodulazioni americane, europee e perfino asiatiche ad opera di registi postmoderni che amano particolarmente il citazionismo e il tritatutto dell'affabulazione caotica, il libro di Renato Venturelli si concentra esclusivamente sulla stagione classica del noir americano, inquadrandolo tra due date precise di inizio e di fine: Lo sconosciuto del terzo piano (Stranger on the third floor, 1940) aprirebbe così la serie e L'infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958) la chiuderebbe perentoriamente. Naturalmente anche qui la questione rimane aperta: alcuni toni e accenti noir si possono già scorgere in alcune pellicole anni ’30 (per esempio in alcuni lavori di Joseph von Sternberg), come del resto se ne possono rintracciare altri dopo il 1958 (un titolo su tutti, La vendetta del gangster – Underworld U.S.A, 1961). In ogni caso la delimitazione di Venturelli risulta appropriata, in quanto gli anni ’60 in America portano all’avvento di una società profondamente cambiata rispetto al clima cupo degli anni bellici e poi del periodo maccartista, sicchè il noir nella sua forma primigenia e più marcata può ritenersi esaurito, almeno per quanto riguarda il riflettere un preciso scorcio storico e una data stagione di produzione filmica.

L'indagine su un crimine rappresenta spesso il punto di partenza, ma a differenza del giallo tradizionale o del poliziesco a tutto tondo, nelle pellicole nere degli anni '40 e '50 ci si muove su territori più ambigui, lontani da una sistemazione razionalistica e una ricomposizione dell’ordine; qui l'eroe non si presenta più senza macchia e senza paura, i buoni si confondono coi cattivi, e il lieto fine, se anche c'è, lascia l'amaro in bocca e un senso diffuso di sotterranea disperazione.
L'onirico è una delle componenti principali di questa nuova sensibilità (dedotto anche dalla moda della psicanalisi che in quegli anni si diffondeva oltreoceano, sia pure mediata e semantizzata secondo schemi poco ortodossi), ed effettivamente in molti dei film che Venturelli analizza compaiono atmosfere da “subcosciente”, allucinazioni, flashback o semplicemente scenari onirici che, seppure d’impianto reale, mostrano dettagli e visioni imparentati coi sogni. Per quanto il noir abbia poco a che fare col fantastico tout-court, pure le sue regioni sono dislocate all'ombra dell’incubo e dell'oscurità.

Le vicende criminali di solito riguardano un detective incaricato di far luce su casi piuttosto intricati, oppure il classico triangolo dell'adulterio o ancora, l'omicidio, il furto, la rapina, il ricatto, il tradimento, il passato più o meno fuorilegge che incombe e non dà scampo. In una lettura iperfreudiana del noir il crimine starebbe al posto dell'atto sessuale, vista anche l’insistita caratterizzazione delle proprietà di genere. Nella schematizzazione piuttosto rigida di questi film, infatti, uomini tutti d’un pezzo (ma che poi tendono a sgretolarsi affondando in rapporti sempre più problematici con la realtà circostante e perfino con la propria identità) si avvicendano in scena con donne ultra-seduttive che sembrano incarnare una sorta di eterno femminino, offrendo abbondante materiale d’analisi a livello di gender studies. Proprio questi ultimi hanno messo in evidenza la rappresentazione del femminile in qualità di donna fatale o più propriamente dark-lady: una visione da attribuire alla misoginia di uno sguardo maschile atterrito dagli spazi sempre più ampi riservati alle donne - dal forzato inserimento lavorativo negli anni di guerra, al ritorno a casa dei reduci che faticano a reinserirsi in una società profondamente cambiata soprattutto a livello di genere e di rapporto con l’altro sesso. Sia così o altrimenti, la dark-lady figura come  irrinunciabile presenza nella galassia noir, vestendo i panni di una donna cinica e calcolatrice, spesso anaffettiva e amorale, forse frigida e certamente disillusa, sistematicamente determinata a manovrare il maschio per raggiungere i suoi scopi materiali, e ovviamente fonte di perdizione per gli uomini che vogliono possederla o ridurla ad angelo del focolare. Qui subentra un altro aspetto che Venturelli sfiora ma che in altri studi emerge in tutta la sua evidenza, e cioè lo sradicamento esistenziale dei protagonisti del noir, connotati quasi sempre dal rifiuto dell'istituzione familiare e di affetti stabili. Donne e uomini, il cui unico scopo è quello di fare soldi facili e di restare indipendenti da ogni legame, (soprav)vivono solitari e sghembi - come le ombre prodotte da luci sapientemente piazzate in alto o in basso - violando la legge e svuotandosi da ogni sincera relazione. Liberi e intrappolati allo stesso tempo, vengono spesso invischiati in destini perdenti e infelici, là dove proprio l'infelicità costituisce l'essenza della loro natura criminale tesa a sostituire con i soldi il loro vuoto affettivo ed esistenziale. Denaro e sesso dominano in ogni caso l’azione, almeno per quanto riguarda i moventi, dietro ai quali però sussistono motivi e spazi profondamente allusivi e simbolici, come lo stesso buio, la città anonima e spersonalizzante, una soggettività che va franando, il confine tra veglia e sogno, i locali da ballo e le bische, le tavole calde (alla Hopper), le auto e gli hotel, ma anche le case borghesi dove avvengono insospettati delitti. A ben guardare, un campionario di non-luoghi che raccontano la deriva esistenziale di queste figure imparentate col nulla e l'evanescenza dei sogni (come esplicitato nel finale del Mistero del falco (The Maltese Falcon, 1941).

La scansione del libro procede secondo una ripartizione in capitoli che, dopo un’introduzione riassuntiva, si susseguono per nuclei cronologico-tematici, inquadrando esaurientemente gli aspetti contenutistici, i protagonisti, il clima sociale, i percorsi e gli snodi di questo sorprendente e importante filone cinamatografico. Il merito di Venturelli sta nell’ avvicinare alla scoperta del noir i neofiti, e al contempo permettere di approfondirne lo studio a coloro che conoscono già questi territori e desiderano trarre ulteriori spunti di riflessione da un lavoro competente, scrupoloso e di indubbia vivacità intellettuale. Per entrambe le categorie l’essenziale è amare il cinema e  possedere un minimo bagaglio di visioni cinematografiche, preferibilmente d’antan. Completano opportunamente il volume un apparato fotografico (rigorosamente in bianco e nero), gli indici dei film menzionati e dei nomi con relativo rimando alle pagine.

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