venerdì 15 agosto 2014

Un #Ferragosto in viaggio con la letteratura (parte 1)

Foto di Claudia Consoli

Buon Ferragosto!

Cari amici lettori,
quest'anno per augurarvi un bellissimo weekend di Ferragosto, vi portiamo nelle nostre mete preferite con le parole che secondo noi hanno raccontato al meglio quella terra... 

Oggi e domani parole e foto ci accompagneranno a spasso per l'Italia! 

Buona lettura e buon relax,
La Redazione




Laura e la Sicilia di Sciascia

"È vero" disse il professore, un po' abbattuto. Ma subito trovò da esaltarsi di fronte al mare di Taormina. "Che mare! E dove c'è un mare così?"
"Sembra vino" disse Nenè.
"Vino?" fece il professore perplesso. "Io non so questo bambino come veda i colori: come se ancora non li conoscesse. A voi sembra colore di vino, questo mare?".
"Non so: ma mi pare ci sia qualche vena rossastra" disse la ragazza.
"L'ho sentito dire, o l'ho letto da qualche parte: il mare colore del vino" disse l'ingegnere.
"Qualche poeta l'avrà magari scritto, ma io un mare colore del vino non l'ho mai visto" disse il professore; e a Nenè spiegò "Vedi: qui sotto, vicino agli scogli, il mare è verde; più lontano è azzurro, azzurro cupo".
"A me sembra vino" disse il bambino, con sicurezza. [...]
'Il mare colore del vino: ma dove l'ho sentito' si chiedeva l'ingegnere. 'Il mare non è colore del vino, ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, o nel tramonto: ma non in quest'ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l'effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza'.

L. Sciascia, da Il mare colore del vino



Alessio e la Genova di Caproni
Foto di Debora Lambruschini

"Genova mia città intera,
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.
Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria, scale.
Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.
Genova mio rimario,
Puerizia. Sillabario.
[…]
Genova di lamenti.
Enea. Bombaradamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.
Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
partenza senza ritorno.
Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stoccafisso,
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima." 

Giorgio Caproni, Litania



Isabella e il Metaponto di Sinisgalli

Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.

Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.

Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odorosa palato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.

Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.

In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatte per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.

Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse.
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Udrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i letti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri?

L. Sinisgalli, Lucania, da I nuovi Campi Elisi



Luca e l'Italia di Hesse
Foto di Gloria Ghioni

E ancora una volta mi trovai a pensare: che cosa spinge dunque la gente come noi a viaggiare [addirittura a intraprendere viaggi culturali?] Perché, anno dopo anno, percorriamo miglia e miglia, in lungo e in largo, sostiamo lieti e riconoscenti davanti alle opere pittoriche e architettoniche di tempi più illustri, osserviamo soddisfatti e curiosi la vita di popoli stranieri così lontani da noi, chiacchieriamo su treni [e su navi] con gente sconosciuta e tendiamo l'orecchio in solitudine al viavai delle grandi città? Ci fu un tempo in cui questo impulso mi sembrava una sorta di sete di conoscenza, di bisogno di cultura. Allora avevo taccuini pieni di appunti sugli affreschi di antiche chiese italiane e volentieri investivo in fotografie di sculture antiche il denaro che risparmiavo sul cibo... Ma, a ben vedere, non sono avventure quelle che si vivono in viaggio, a meno che non si vogliano considerare come tali le valige disperse, il furto del pastrano, i serpenti in camere e le zanzare a letto. Oggi, che della sete di cultura sopravvive in me solo un pallido resto, che volentieri rinuncio al Baedeker e al taccuino, quando passeggio per le città italiane, e poco m'importa se mi sfuggono chiese e intere raccolte di capolavori, perché assaporo in compenso con un amore e un'intensità ben maggiori di allora quelle stesse cose, quando mi capita di trovarle e di vederle; oggi che ho smesso anche di credere al carattere avventuroso del viaggio, ebbene oggi io continuo tuttavia a viaggiare spinto da un desiderio e da un'urgenza non minori che quindici, dieci o cinque anni fa.

H. Hesse, da Dall'Italia. Diari, poesie, saggi e racconti



Samantha e la Sicilia di Sapienza
Foto di Samantha Viva

Chi fai scimuzza, cascasti ‘nt’o sonnu?
- No, non dormo. Stavo pensando.
- Ah, perché, pensi pure? Scemuzza cu i pensieri, eh! E a che pensavi? Si può avere l’onore di saperlo?
- Pensavo di chiederti…
- Cosa? E dai, parla! ‘Na gallina ca sta per essere strangolata mi pari! E che sarà mai, parla!
- Oh, niente, niente. Ti volevo chiedere cos’è il mare.
- E dai cu ‘stu mari! Cocciuta sei! Cento volte te lo spiegai, cento volte! Il mare è una distesa d’acqua fonda come l’acqua del pozzo che sta fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa. Solo che è blu, e che per quanto giri l’occhi non puoi vedere dove finisce. Ma che vuoi capire! Locca sei e pure se non fussi locca, le femmine, come dice mio padre, da quando mondo è mondo non capiscono niente.
- E invece capiscono: un’acqua fonda come quella del pozzo ma blu.
- E brava, mi congratulo! Allora , sùsiti e guardati intorno!La vedi la chiana? Come si chiama ‘sta chiana, eh? Vediamo se sei degna di imparare.
- ‘Sta chiana si chiama Chiana del Bove.
- Ecco, il mare è una chiana d’acqua blu, ma senza le montagne di lava che noi vediamo là in fondo. Guardando la chiana del mare non si vede niente in fondo, niente che chiude la vista, o meglio, si vede una linea sottile che non è altro che il mare che si va a mescolare col cielo. E questa linea si chiama orizzonte.
- E che cos’è l’orizzonte?
- Te l’ho detto, è tutta una chiana di acqua blu che va a finire al cielo, in fondo in fondo, dove l’occhio può arrivare.
- Una chiana d’acqua blu come i tuoi occhi che si vanno a unire al cielo della tua fronte!"
  
G. Sapienza, da L’arte della Gioia



Claudia e la Sicilia di Bufalino

Foto di Claudia Consoli
Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.
Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio...
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.

Gesualdo Bufalino, "L'isola plurale" da Cere Perse




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