mercoledì 13 agosto 2014

La ballata di Charley Thompson

La ballata di Charley Thompson
di Willy Vlautin
Mondadori, 2014

pp. 264
€ 17




Se esiste un genere in cui gli scrittori nord americani sono da sempre maestri difficili da eguagliare è il romanzo di formazione on the road: chilometri e chilometri di strada e di vita da percorrere, avventura, scoperta di sé, un po’ vagabondando in quell’America polverosa e ribelle che abbiamo imparato ad amare da Kerouac in poi. L’Inghilterra ha l’orfano dickensiano e le sue innumerevoli declinazioni, gli Stati Uniti il giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo. Un genere che ha dato ovviamente esiti assai differenti, ma che ancora resta terreno fertile e che più di altri è diventato emblema di una letteratura giovane, spesso audace e sperimentale, da tempo ormai affrancata dal modello europeo e che aveva trovato nel romanzo on the road il mezzo ideale per rappresentare miti e insicurezze di generazioni di giovani ribelli. Oggi il più recente straordinario romanzo di formazione è senza dubbio Il cardellino, ma se il talento della Tartt resterà difficile da eguagliare non mancano altri esempi di un genere con cui ancora molti scrittori si misurano. 
Un caso per certi aspetti interessante è l’ultimo lavoro di Willy Vlautin, già noto come leader del gruppo alternative country dei Richmond Fontaine, che torna in libreria con un breve romanzo malinconico e allo stesso tempo pieno di speranza, protagonista un ragazzino rimasto solo in viaggio attraverso un’America polverosa e violenta, popolata di personaggi eccentrici.
Al seguito di un padre dall’anima vagabonda e tormentata ma affezionatissimo al figlio quindicenne Charley, il ragazzino che sogna di diventare giocatore di football si sposta insieme a lui da un luogo all’altro di quella periferia americana tanto spesso descritta nei romanzi; sempre in fuga da qualcosa, è impossibile mettere radici e costruire rapporti duraturi. Eppure, nonostante le lunghissime assenze del padre che Charley vive sempre con moltissima angoscia e le turbolente relazioni che intreccia con donne sposate o un po’ fuori di testa, l’esistenza dei Thompson resiste in qualche modo in un equilibrio precario ma sufficiente per Charley a non pensare troppo alla grande mancanza nella sua famiglia (la madre, che li ha abbandonati diversi anni prima) e alla stravaganza di una vita nomade e sgangherata. In quell’estate solitaria a Portland, dove i giorni scorrono lenti tra assenze e ritorni del padre, Charley scorge poco lontano da casa un vecchio ippodromo e un po’ per fascinazione di quello strano mondo un po’ per necessità di racimolare qualche soldo, inizia a lavorare per lo strano Del Montogomery proprietario di alcuni cavalli che il ragazzino inizia ad accudire. È un mondo competitivo e violento, dove le sconfitte si pagano a carissimo prezzo e lasciano segni indelebili sulla pelle. Ma è anche un mondo pieno di fascino e mistero, di cui giorno dopo giorno Charley inizia a intuire i meccanismi e si affeziona a quegli animali sfruttati senza pietà. Le lunghe giornate solitarie e le troppe notti in cui la casa rimane vuota, Charley trova nell’ippodromo un nascondiglio perfetto dove ignorare il caos e la solitudine della propria vita: a quel cavallo nero che non vince quasi mai, Lean on Pete, il ragazzino confessa sogni e frustrazioni, i mille dubbi di quella vita sconclusionata che si trova a vivere, la paura che gli stringe lo stomaco quando il padre resta lontano da casa per troppo tempo. E le brutte cose di cui è stato suo malgrado testimone:
Ho visto papà colpire in faccia la zia e chiamarla in dei modi bruttissimi quando lei gli aveva semplicemente detto di tornare quando non era così sbronzo e cattivo. L’ho visto distruggere la macchina della zia e abbandonarla per la strada. L’ho visto parlare con la polizia. […] Ho visto Del dare un pugno a un cavallo con tutta la forza e ho visto un cavallo spezzarsi una zampa e traballare sulle altre mentre quella rotta restava lì appesa solo per la pelle. Ho continuato a correre e correre finché non sono stato troppo stanco per pensare a tutte quelle cose. C’è voluto un sacco di tempo. Ci vuole sempre un sacco di tempo, ma funziona ogni volta.
È una vita nomade, spesso violenta e incomprensibile per un ragazzino ingenuo, che si regge su un fragile equilibrio destinato di lì a poco ad infrangersi. Quando Charley alla fine rimane solo, senza più un padre da aspettare e alcuna protezione o sicurezza, è nell’ippodromo e nella compagnia silenziosa del cavallo Pete che cerca rifugio. Tra competizioni, imbrogli, fantini sovrappeso e frustrazioni, Charley si addentra in un mondo corrotto e violento, troppo crudele per un ragazzino solo incapace di arrendersi alle regole brutali di quell’ambiente. Al pari del peggior antieroe dickensiano, Del Montgomery attrae e allo stesso tempo spaventa il ragazzino; scostante, crudele, disonesto, Del sfrutta le povere bestie e le persone che lavorano per lui, organizza imbrogli e spinge i cavalli fino allo stremo delle loro forze facendoli correre spesso imbottiti di droghe e malati. Ma quando, dopo l’ennesima sconfitta e la mancata vendita, decide di disfarsi del povero Pete, Charley intuisce il tragico destino che aspetta l’animale:
dagli sguardi degli uomini al tavolo da gioco era chiaro che Del stava per vendere Lean on Pete a quelli che la gente dell’ippodromo chiamava “gli assassini”. Sapevo che prima o poi sarebbe finito su un carro bestiame pieno di altri cavalli che non conosceva, diretto in Messico.
E in Messico, Pete avrebbe trovato sicuramente la morte. Così, senza troppo riflettere, Charley fugge rubando il vecchio furgone di Del e il cavallo nel tentativo di salvarlo dal macello. Inizia un vagabondaggio sempre più disperato, prima in auto e poi a piedi, lungo strade secondarie polverose ed assolate: uno stravagante duo, un ragazzino e un cavallo nero, che fuggono da Portland decisi a raggiungere il Wyoming dove Charley spera di trovare la zia Margy e finalmente un rifugio sicuro per sé e Pete. È un viaggio davvero on the road, durante il quale condividere la strada con personaggi sempre più bizzarri, tra fughe rocambolesche, fame e paura. Pete, silenzioso compagno d’avventura, è il confidente a cui Charley non nasconde timori e malinconie e insieme al quale spera di trovare alla fine un luogo sicuro da poter chiamare casa; in quel lento procedere su strade assolate, il lettore entra nel cuore di Charley, ne avverte la disperata solitudine e la paura che spesso lo accompagna, mentre i ricordi di una vita vagabonda affiorano qui e là nel racconto:
Ho continuato a parlare con lui. Gli ho raccontato di una volta in cui papà e io e alcuni suoi amici abbiamo passato un fine settimana in una capanna in mezzo alla neve, e della scuola, dei professori che avevo avuto. Di com’è cambiare scuola quattro volte. Delle ragazze che avevo visto e che si erano sedute vicino a me, degli amici che avevo. […] Poi gli ho raccontato della mamma. Che avevo una sua foto, ma l’avevo buttata via una notte in cui ero arrabbiato, e che cercavo di non pensare mai a lei.
Il padre, Ray, che nonostante le continue assenze gli manca tantissimo, il ricordo sbiadito di giornate serene insieme a lui o alla zia Margy, i compagni di scuola, il desiderio di diventare giocatore di football. E quando anche Pete lo lascia per sempre, la disperazione di Charley si fa ancora più acuta e ritrovare la zia diviene vitale per salvarsi. Completamente solo, costretto a piccoli furti per sopravvivere, il viaggio di Charley è un’altalena di angoscia e spiragli di speranza, dove ad inquietanti personaggi (il predicatore mezzo matto, il vagabondo violento) si alternano benevoli compagni di viaggio che seppur per un momento ridanno al ragazzino la fiducia in quell’umanità struggente con cui condivide la strada. Attimi di vita famigliare che lacerano il cuore «perché vedere qualcosa di bello ti può buttare giù» e rendono ancor più insopportabile la solitudine. Tra fughe dalla polizia, fame e disperazione, Charley non perde mai del tutto la speranza, deciso a ritrovare la sola famiglia rimasta. È un romanzo struggente e malinconico, il vagabondaggio di un ragazzino preso a schiaffi dalla vita che tuttavia conserva ancora intatta la propria innocenza e la speranza nella salvezza. È faticoso seguire Charley in questo suo viaggio sulla strada e nel suo cuore, guardarlo impotenti mentre fugge da personaggi loschi e situazioni pericolose o commuoversi di fronte alla fame e alla profonda tristezza della sua solitudine in quelle notti senza un posto dove andare, alla ricerca di un luogo da poter chiamare finalmente casa. 

È un’America senza tempo, di strade secondarie e stravaganti personaggi, soldati in licenza che cercano di dimenticare l’orrore della guerra, famiglie da cui tornare dopo una giornata di pesante lavoro, giovani in cerca di fortuna, ragazze in fuga; ma anche squilibrati e violenti, genitori affidatari e ragazzini bugiardi, ladri e alcolizzati, vagabondi come Charley ognuno in cerca di qualcosa. Ma niente in fondo sembra annientare la cieca speranza del giovane Thompson, che ostinatamente supera ogni prova, mette a tacere paura e insicurezze, fantasmi del passato che puntualmente tornano a tormentare le sue notti e il senso di incertezza di una vita costantemente in bilico sul baratro più profondo. Charley è un innocente Oliver Twist continuamente messo alla prova, un Hucleberry Finn in fuga in un mondo di adulti complicati; è un giovane solo e spaventato che nonostante tutto cerca disperatamente di conservare un poco di quella purezza rimasta. 

Per mezzo del racconto in prima persona di Charley, l’autore ci guida nel cuore del protagonista scegliendo un linguaggio semplice e diretto plasmato sul suo giovane eroe, ingenuo e determinato nel raggiungere la meta agognata. Un viaggio on the road in cui tuttavia sentiamo fortissima la mancanza di una descrizione più potente del paesaggio che scorre miglio dopo miglio, della complessa umanità che il protagonista incontra lungo la strada, dei fantasmi del passato che lo tormentano; rimane il vagabondare solitario e avventuroso lungo le strade di un’America di periferia, tra struggimento e pathos disperato, mentre il non detto è malamente evocato, troppo sfuggente per intrigare davvero il lettore. Ci si aspettava di più, molto di più: un ragazzino in fuga, un viaggio on the road alla ricerca di sé stesso e del proprio posto nel mondo, il romanzo americano ha saputo costruire su pochi semplici elementi come quelli appena evocati il proprio mito più riconoscibile. Kerouac, Hemingway, Twain, Fante, Salinger, solo per citare alcuni di quei grandi che hanno saputo ognuno a loro modo rappresentare la disperata ribellione della propria generazione, costruendo la leggenda di un continente da scoprire sulla strada raccontato con voce spesso cruda ma vivissima, dove la storia è un iceberg in cui l’immerso è tutto da scoprire. Vlautin consegna al lettore un romanzo veloce e struggente, in cui non mancano spunti di un certo interesse, ma che purtroppo non convince fino in fondo ed esce inevitabilmente sconfitto dal paragone con il mito cui si ascrive. Ci manca la sconfinata grandezza di quegli spazi capaci di prendere vita, il desiderio di ribellione e scoperta, il viaggio concreto che diventa viaggio interiore.

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