lunedì 4 agosto 2014

#LibrinTrincea: Ernst Jünger, "Nelle tempeste d'acciaio"

Nelle tempeste d'acciaio (In Stahlgewittern, 1920)
di Ernst Jünger

Traduzione dal tedesco di Giorgio Zampaglione
Guanda Editore, Parma 2014
pp. 329



Avevamo lasciato aule universitarie, banchi di scuola, officine; e poche settimane d'istruzione militare avevano fatto di noi un sol corpo bruciante d'entusiasmo. Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l'irresistibile attrattiva dell'incognito, il fascino dei grandi pericoli. La guerra ci aveva afferrati come un'ubriacatura. Partiti sotto un diluvio di fiori, eravamo ebbri di rose e di sangue. Non il minimo dubbio che la guerra ci avrebbe offerto grandezza, forza, dignità. Essa ci appariva azione da veri uomini: vivaci combattimenti a colpi di fucile su prati fioriti dove il sangue sarebbe sceso come rugiada. "Non v'è al mondo morte più bella..." cantavamo. Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prender parte a quella grande prova, Non chiedevamo altro.

Agli inizi del 1915 il giovane Ernst Jünger si arruola nell'esercito tedesco e raggiunge il Fronte Occidentale, ansioso di partecipare a quella che a lui e a innumerevoli suoi coetanei si presenta come una meravigliosa avventura, un passo obbligato nel cammino verso l'età adulta.

Jünger, soldato semplice prima, poi allievo ufficiale e infine comandante di plotone, trascorrerà su quel fronte - una serpentina di trincee lunga migliaia di chilometri, dal Mare del Nord alla Svizzera - tutto il periodo della guerra, allontanandosene definitivamente nell'estate del 1918 a causa di una grave ferita al petto, la più grave delle quattordici ferite "collezionate" negli oltre tre anni di combattimenti. Tre anni nei quali il Tenente Jünger, con teutonica precisione, annota minuziosamente gli eventi quotidiani in un diario che sarà il nucleo portante di questo In Stahlgewittern, pubblicato nel 1920 dopo che il padre, letti gli appunti sparsi, lo aveva invitato a organizzarli e a integrarli in senso narrativo in modo da crearne un'opera da dare alle stampe.


Nelle tempeste d'acciaio divenne ben presto un classico della memorialistica bellica, apprezzato particolarmente negli ambienti della destra germanica, a partire dal periodo weimariano, più per motivi ideologici che letterari. Nell'opera, infatti, furono letti toni eroici e patriottici, inneggianti alla guerra e alla "bella morte", e fu quindi considerata un'ode al coraggio dei soldati germanici, sconfitti solo dalla superiorità tecnica del nemico ma determinati a resistere sino alla morte.

Tuttavia, un'analisi non ideologica dell'opera permette di individuarne una diversa chiave di lettura; più che il fervore ideologico - di fatto assente - altre paiono caratteristiche fondamentali, prima fra tutte il distacco quasi scientifico con cui Jünger descrive i fatti, quasi intendesse osservare un fenomeno al microscopio. Non compaiono toni retorici, le descrizioni sono precise, oggettive e - nel caso degli scontri e delle uccisioni - vivide e cruente; la partecipazione emotiva è limitata e traspare un senso di stoica accettazione per uno stato di cose ineluttabile. In altri termini, Jünger, che in nessun caso mette in dubbio la giustificatezza intrinseca di quella guerra, esprime rammarico e dolore per i compagni che, uno dopo l'altro, vede cadere, ma sul dolore per le perdite campeggia la consapevolezza del fatto che la guerra è un male necessario e che la priorità assoluta rimane comunque compiere il proprio dovere di soldati.

Una "scientificità" interessante quindi, che però finisce con il gravare sulla leggibilità dell'opera, che tende a ripetersi in quanto restituisce, di fatto, il puro resoconto di una serie infinita di scontri a suon di bombe a mano e cannonate. Non c'è spazio, ad esempio, per grandi descrizioni dei personaggi, che vengono presentati solo per raccontarne la morte o il ferimento poche righe oltre; anche i dialoghi sono praticamente inesistenti, trattandosi - come già detto - di una narrazione basata su un diario.

Jünger presenta anche se stesso, descrivendosi mentre negli intervalli fra gli assalti ozia leggendo il Tristram Shandy o conversando amabilmente con i civili cui aveva requisito l'alloggio, oppure mentre trascorre i brevi periodi di convalescenza per le numerose e continue ferite riportate, nell'attesa di riprendere il suo posto in prima linea, pronto a un nuovo fatto d'armi.

Nessuna condanna della guerra, nessun giudizio etico sul massacro di milioni di uomini a fronte di obiettivi risibili o indeterminati, nessun accenno alla condizione inumana delle trincee: forse questo è ciò che manca nel libro, che comunque si rivela un'opera interessante e assolutamente degna di lettura attenta e rispettosa, se non altro perché espressione di chi quella guerra perse.


Stefano Crivelli