lunedì 7 luglio 2014

#LibrinTrincea - "La pazzia di Dio" di Luigi De Pascalis: un piccolo mondo antico distrutto dalla Grande Guerra

La pazzia di Dio
di Luigi De Pascalis
La Lepre, 2010

pp. 302
€ 22,00

(1° ed. tascabile 2014, pp. 304, € 14,00)


Tra i tanti racconti mitici sull'origine della guerra di Troia, una particolarmente bizzarra è contenuta nei Cypria, poema epico anonimo di cui ci sono giunti solo una cinquantina di frammenti. Secondo quella versione, Gea, la Terra, appesantita dall'eccesso di uomini che vivevano su di lei, un giorno avrebbe pregato Zeus di inventarsi qualcosa per "sfoltirci" un po'; e Zeus, senza pensarci troppo, scatenò una bella guerra – la guerra di Troia, appunto. Con il duplice risultato di alleggerire di parecchio la povera Gea e inaugurare, a modo suo, una versione embrionale del concetto di "guerra sola igiene del mondo". 700 a. C.: Zeus 1, Marinetti 0.

Questa storiella per dire che, anche se siamo abituati a pensare alla guerra come a una punizione divina, non sempre è così. A volte gli dèi (o Dio, come volete) hanno motivazioni più egoistiche, come nella versione dei Cypria.

A volte si limitano a distogliere lo sguardo, abbandonando l'uomo alla violenza della natura e dei suoi simili (come in alcune interpretazioni dell'Olocausto).

E a volte, semplicemente, impazziscono. Come avvenne nel 1914, quando gettarono il mondo in una guerra di proporzioni così immani da meritarsi, per la prima volta nella storia, la qualifica di "Mondiale". Una guerra che, per estensione territoriale, quantità e potenza dei contendenti, modalità di svolgimento, numero di morti e ricadute sulla psiche collettiva, non aveva nulla in comune con nessun altro conflitto precedente. Nessuna sorpresa, dunque, che la Grande Guerra abbia agito fin da subito da spartiacque storico, scavando un solco profondissimo in cui si inabissarono, disperdendosi, storie e memorie di quel piccolo mondo antico che precedette l'inutile strage, e che non potè mai più essere, per nessuno, lo stesso di prima.

La pazzia di Dio di Luigi De Pascalis è proprio questo: la storia di una generazione cresciuta tra i miti e i riti di un'era inconsapevolmente crepuscolare, gettata di colpo nel caos senza nome delle trincee e costretta, alla fine di tutto, a contare i morti e ricostruire dalle macerie un mondo ormai irriconoscibile.

Siamo in Abruzzo, nell'immaginario Borgo San Rocco in cui De Pascalis aveva già ambientato Il labirinto dei Sarra; ed è la stessa voce di Andrea Sarra, secondogenito della famiglia, a raccontarci "in presa diretta" le vicende della propria vita, dal 12 marzo 1895 (quando venne al mondo nel mezzo di un'animatissima confusione di preghiere, rosari, fumo di sigari e superstizioni familiari) al 28 ottobre 1922, giorno della Marcia su Roma. Le date sono importanti per un romanzo incentrato sul valore delle memorie, e infatti il racconto di De Pascalis è puntualmente scandito, a maglie ora più ora meno larghe, dal richiamo costante al trascorrere del tempo. Giorni, mesi e anni si susseguono inesorabili, portando con sé ognuno la propria peculiare trasformazione, modificando, perfezionando o concludendo il ruolo di ognuno nel mondo:
... quei primi anni passarono come dovevano passare.Chi doveva morire, morì.Chi doveva invecchiare, invecchiò.Chi doveva imparare, imparò.E chi doveva crescere, crebbe.

Un fluire costante, ma non uniforme: il tempo è un fiume che non scorre mai alla stessa velocità. C'è il tempo dell'infanzia, eroica, leggendaria, innocente ed effimera come ogni infanzia che si rispetti: con le storie raccontate davanti al camino, le amicizie per la vita, la nascita delle prime passioni (il disegno). Un tempo in cui genitori e parenti sono giganti, torri, antiche montagne, porte da scassinare per accedere a mondi che intravediamo, ma che non si lasciano ancora comprendere. Brucia intensamente, l'infanzia, e lascia segni perenni: ma dura poco.

Così è anche per Andrea, che ben presto si ritrova costretto a lasciare Borgo San Rocco alla volta di Napoli, per frequentare lo stesso "collegio degli scarrafoni" in cui da giovane era andato il padre Filippo. Proprio suo padre lo accompagna a Napoli, e, dopo un pranzo da re al ristorante e una visita veloce in carrozza alla città, lo lascia sulla porta del collegio, in fretta e furia, per scongiurare le lacrime. È il primo dei due o tre momenti in cui, nel corso del romanzo, Andrea e il padre cercano di sfondare il muro che li divide, per mettere in comunicazione i rispettivi mondi interiori, così distanti e così simili. Lo fanno con affetto, tenerezza, imbarazzo, com'è norma tra padre e figlio; e, ovviamente, scarso successo. Sono tra i momenti più dolci e commoventi del libro.

Il collegio degli scarrafoni apre ad Andrea tutto un altro mondo: la tetraggine dell'edificio, l'ipocrità rigidità dei preti, la noia delle lezioni di latino e greco, ma anche la fervida amicizia con Polpetta, il suo compagno di stanza, grassoccio, timido e geniale. Il collegio e l'adolescenza richiedono un tempo più lento, perché ci sono più cose da imparare: cose che riguardano il rancore verso le prevaricazioni, la nostalgia di casa, il sesso, la scoperta di ciò che si ama e di ciò che fa paura, gli ideali politici, la roboante propaganda neo-risorgimentale. E i primi boati, sordi, lontanti, ma costanti, della guerra.

Con la guerra, il fiume del tempo sembra irrigidirsi: congelarsi in un unico, interminabile istante.

Andrea Sarra si ritrova sbalzato al fronte, e proprio nel settore più caldo: Oslavia, Gorizia, San Martino del Carso, Bosco Cappuccio. Il fronte dell'Isonzo: e Isonzo significa trincee. Andrea può finalmente sperimentare sulla propria pelle che la guerra di trincea non ha niente da spartire con l'idealismo propagandistico della stampa e i proclami strategici degli ufficiali del Comando Supremo. I caporioni se ne stanno nei bordelli a disegnare schemi strategici sul culo delle puttane, mentre i soldati, carne da macello, se la giocano ogni giorno con miseria, puzza e morte.
Non m'aspettavo niente più di quello che trovai: un inferno spoglio e freddo, ingombro di detriti e d'immondizia. Di inatteso c'era solo l'odore, un misto di sudore, escrementi umani e animali, polvere da sparo, creolina, rifiuti di cucina e qualcos'altro d'indefinibile che forse era paura e forse disperazione. In autunno quel tanfo stagnava nelle trincee, nei mesi più freddi si rintanava sotto la neve, a primavera tornava a farsi sentire e, nel corso della breve e afosa estate carsica, esplodeva insieme a tifo e dissenteria. Nei mesi caldi, peraltro, le operazioni militari s'intensificavano, sicché quel lezzo furibondo si arricchiva, si fa per dire, del fetore dei corpi umani abbandonati a marcire fra le sassaie.




La guerra occupa l'intera parte centrale del romanzo, e De Pascalis non si risparmia in potenza ed efficacia narrativa: spinge l'acceleratore al momento dell'arrivo di Andrea al fronte e lo tiene schiacciato a tavoletta fino al giorno dell'armistizio, alternando toni e registri, ma mantenendo sempre costante il medesimo, intensissimo livello di partecipazione alle vicende. Nel corso delle quali, tra combattimenti devastanti e turni di riposo al comando, la vita di Andrea Sarra si arricchisce di un elemento di cui finora era stata del tutto priva: il disincanto. Come spegnendo un interruttore, l'orrore che Andrea vede e vive disattiva in lui qualsiasi capacità di sentimento o empatia per tutto ciò che succede al di fuori sé. Con il risultato che, al ritorno a casa dopo quattro anni infiniti, la prima rovina da ricostruire sarà quella della propria personalità.

Il tempo ricomincia a scorrere velocemente, persino troppo: il paese è cambiato, la gente è cambiata. La guerra ha lasciato solchi anche in chi non l'ha combattuta, sotto pelle palpita la sensazione che un mondo scomparso stia per essere sostituito da un altro (il Fascismo prepara il suo avvento). I cafoni sostituiranno i signori, chi prima teneva la testa bassa ora la alza con arroganza, la situazione sociale è più che precaria. Ad aumentare la confusione, la falcidia prodotta dalla spagnola, che rade definitivamente al suolo ciò che resta della mitica età d'oro di Borgo San Rocco.
Assieme alla vita di tanta gente la guerra e la spagnola avevano disperso memorie preziose che riguardavano gli anni trascorsi, gli inizi del secolo o addirittura i tempi dei tempi, quando uomini e campi erano tutt'uno. Memorie a cui nessuno avrebbe più saputo dare nome, ma che erano state la bussola di tutti, in casa e in paese.

Ma ogni fine è un inizio, e questa non fa eccezione. Quando il vento dell'epidemia cala, Andrea saprà trovare nuove memorie, riallacciando inaspettatamente la propria esistenza a quella del padre, e rifugiandosi nei suoi ricordi per costruirne di propri. Il tempo riparte con la velocità di un nuovo entusiasmo: e stavolta è il tempo della vita di Andrea, pronto a lasciarsi per sempre alle spalle un mondo scomparso e ad avventurarsi in uno nuovo, esotico e sconosciuto.

Arrivati a questo punto (se ci siete arrivati), penserete che vi ho raccontato tutto il libro; eppure non vi ho detto quasi nulla. Perché ci sono libri che sono scrittura quasi quanto sono storia; e quella di De Pascalis è parte integrante della storia che narra, e non si lascia imprigionare in nessun riassunto. Profondamente innervata di dialetto, a tratti rocciosa, fiabesca o ruvida, malinconica o sensuale, la scrittura de La pazzia di Dio sa modulare il racconto dando ad ogni parte della storia la voce che gli spetta.


Ed è una voce reale e forte, come la vita di Andrea: che sembra la storia di una fuga, invece è il racconto di una rinascita.

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