lunedì 2 giugno 2014

Generazioni in contrasto 2/ Un’autoaccusa: I figli della Repubblica


I figli della Repubblica. Un'invettiva
di Maurizio Maggiani
Feltrinelli, 2014

pp. 64
€ 8




I – L’incontro
Nel sabato dell’appena trascorso Salone del libro di Torino Maurizio Maggiani ha presentato, insieme a Paolo Di Paolo, il suo ultimo libro: I figli della Repubblica. Un’invettiva. L’autore introduce l’opera affermando che si dovrebbe leggere a voce alta mettendoci l’enfasi che l’indignazione produce. Il giovane moderatore parla poco e copre la sua targhetta identificativa che campeggia sull’altare dell’incontro: l’officiante non è lui.
Maggiani spiega in breve l’origine del genere e la sua antichità, ma soprattutto da dove è sgorgato tutto il libro: «sono incazzato con la mia generazione e contro di me – mette subito in chiaro – abbiamo avuto in eredità una bellissima Repubblica e l’abbiamo trasformata in questo spettacolo immondo». Il tono colpisce subito e stupisce persino, anche perché pare dissonante da un certo refrain che spesso si ascolta: auto-assolutorio prima e poco dopo accusatorio.
La lettura inizia e ci si rende conto in breve che la forma è curata, che la rabbia è ben addestrata a non cedere all’abbaio scomposto. Con una certa frequenza si incontrano frasi evocative ed eufoniche, e altre forti e precise. La declamazione è teatrale e si nota subito come gli esempi della retorica latina – anche nella sua declinazione cinematografica – siano ben presenti.
Quando prende la parola Paolo Di Paolo sottolinea subito come sia sorprendente un’autoaccusa di un uomo della generazione di Maggiani, quella che ha fatto il ’68, quella che ha edificato un modo di pensare e di agire che in diversi modi ha influenzato e influenza ancora la nostra società. Il moderatore stimola la discussione citando una frase: «Ci hanno nutrito come meglio non avrebbero potuto, come noi non abbiamo più nutrito nessuno.» (p. 27) e l’autore rinforza la sua catilinaria dicendo: «Noi abbiamo vissuto a credito e ci siamo costruiti una follia, quella di poter diventare immortali.»
Una domanda sorge spontanea dal pubblico: cosa ha fatto eruttare l’invettiva? Maggiani spiega immediatamente: «Stiamo arrivando alla fine della nostra vita attiva e non abbiamo ancora pagato dazio. Abbiamo soffocato ogni possibilità di rivolta giusta con oggetti o gadget. È ingiusto essere dimenticato prima di essere denunciato!»
Le sue parole stimolano gli applausi e – voltandosi tra il pubblico – tante smorfie canute e bianche. Alcuni sembrano non condividere a pieno la prospettiva, anzi di essere piuttosto dubbiosi: perché mettersi e metterci sul banco degli imputati? Abbiamo sbagliato, e chi non lo fa? Non è certo la ricchezza che manca ai miei figli o nipoti? Ma sono solo brevi e fugaci omen ascoltati all’uscita dalla sala.

II – Il libro
La presentazione stuzzicava la curiosità e, dato il contesto di una fiera del libro che somiglia ad un mercato, anche io ho preso il mio etto di cultura sul banco dell’editore. Prima sorpresa, e non così positiva, è stata il rapporto quantità-prezzo: 64 pagine, di cui solo 50 effettive, stampate larghe e pagate 8 euro. Ma tant’è, la letteratura d’altronde non va mica a peso!
La lettura conferma la buona impressione formale sperimentata durante l’incontro, ma meno il contenuto. La voce declamante ripete come un ritornello “beati noi” che vorrebbe mostrare il capitale ricevuto e dissipato dalla generazione dei figli, ma questa parte si dilunga forse un po’ troppo. La collera, quella più aperta e furiosa, stenta a decollare soffocata in buona parte del libro da una malcelata nostalgia per il tempo dell’infanzia di Maggiani e della Repubblica.
L’incedere cambia allo spuntare nella memoria del ’68 con un tono che si fa più sarcastico:

«In che curiosa evenienza incappammo. Con tutto quello che avevamo cogitato e vagheggiato, l’agire ci si palesò come un’ovvia propaggine somatica, una costruzione onirica di straordinaria vividezza sensoriale.» (p.42)

Per Maggiani la rivoluzione culturale, come molti la chiamano, è stata il lento tradimento di quel capitale valoriale avuto dai padri, preludio allo sperpero che avverrà pienamente negli anni ’80, l’autore perciò ci va abbastanza leggero con la rabbia, limitandosi ad uno scherno ironico.
L’invettiva avanza ad intermittenze anche qui: dopo alcune taglienti battute sui rivoluzionari a parole e sui terroristi approdati «alla serafica contemplazione dell’indulto eterno.», c’è il ricordo dei funerali di Togliatti, di Moro e di Berlinguer. Il punto più veemente dell’attacco arriva quasi alla fine del librino ed è scagliato contro chi, dopo la sbornia politica, si è rimboccato le maniche per ingozzarsi a credito:

«perché in quella sudicia alba epocale, in quel memorabile dì di trucida festa, pagarono tutti con il pane dei loro padri, saccheggiarono la loro eredità, diedero in pegno l’onore altrui, e per essere certi di scolarsi fino in fondo in tutta calma l’agognato elisir della novella giovinezza, strapparono i coglioni agli amatissimi figli e le ovaie alle dilettissime figlie.» (pp. 57-58)

Un picco che arriva in chiusura e che conferma, in parte e in breve, la durezza dei giudizi pronunciati durante il Salone del libro, eppure vien da chiedersi: tutta l’opera - seppur scritta magistralmente - è davvero un’invettiva?

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