lunedì 9 giugno 2014

Festival Letteratura Milano - "Giovanni e Nori - Una storia di amore e resistenza" di Daniele Biacchessi


Giovedì 5 giugno, presso la Biblioteca Crescenzago di via Don Orione 19, in occasione di uno dei numerosi incontri organizzati nell'ambito del Festival della Letteratura di Milano (in programma dal 4 all'8 giugno 2014), Daniele Biacchessi ha presentato il suo ultimo libro: "Giovanni e Nori - Una storia di amore e di resistenza" (Editori Laterza).

Ripercorrendo le tappe salienti della vita di Giovanni Pesce, comandante partigiano responsabile dei Gap di Torino e di Milano, nonché una delle figure-chiave della Liberazione, Biacchessi stimola un'attenta riflessione sulle dinamiche della Resistenza e sull'imprescindibilità del suo ruolo nell'ambito della costruzione di uno Stato democratico.
Giovanni Pesce nasce a Visone d'Acqui, un piccolo borgo in provincia di Alessandria, il 22 febbraio 1918, quando l'Italia sta ancora combattendo contro l'impero austro-ungarico. Mancano parecchi mesi all'armistizio del 4 novembre che sancisce la vittoria italiana nella Grande Guerra, una vittoria che tuttavia è ben lungi dal permettere al Paese di affrancarsi da una povertà destinata anzi ad assumere delle proporzioni sempre più inquietanti. La stragrande maggioranza della popolazione è costituita da
  donne vedove a causa dei numerosi uomini morti sui fronti di guerra, vecchi e bambini. Le aspettative di vita si attestano intorno ai quarant'anni. [...] Aumenta a dismisura il debito pubblico, si registra un deficit della bilancia dei pagamenti, crolla il valore della lira, i salari scendono e perdono il potere d'acquisto, peggiorano le condizioni di vita della classe operaia e dei contadini.
L'Italia è allo sbando e il popolo invoca a gran voce un cambiamento ad opera di una classe politica in grado di attuare delle riforme strutturali davvero efficaci. E' in questo tessuto sociale a brandelli che si dipana la matrice del Fascismo: nel giorno della marcia su Roma, Giovanni Pesce ha poco più di quattro anni ma sta già assimilando quei principi spiccatamente progressisti che si imprimeranno indelebilmente nel suo DNA. Il padre Riccardo, antifascista convinto, si rifiuta di prendere la tessera del Partito nazionale fascista e non può più svolgere la sua attività di scalpellino. Decide pertanto di emigrare nel Sud della Francia, a La Grand'Combe dove, qualche mese più tardi, lo raggiungeranno la moglie Maria e i due figli Giovanni e Gilfredo. Come la stragrande maggioranza della popolazione maschile di quel villaggio, Riccardo fa il minatore. Sua moglie, per integrare il misero salario familiare, organizza una cantina in cui serve polenta, spezzatini e baccalà ai minatori italiani, polacchi, algerini, tedeschi e slavi. Ascoltando i loro racconti, Giovanni scopre che molti di loro, esattamente come suo padre, sono fuggiti dai loro Paesi d'origine a causa della repressione fascista e nazista. Ma il prezzo da pagare è altissimo poiché la vita del minatore, come lo stesso Giovanni sperimenterà sulla sua pelle nel volgere di alcuni anni, è a dir poco spaventosa:
ritmi di lavoro esasperanti, senza le più elementari norme di sicurezza e igieniche, multe inflitte senza alcun motivo, minacce di espulsione dalla Francia. I minatori sono costretti a vivere intorno a sei metri quadrati per riposare, raccogliersi, ricordare. C'è chi si ubriaca per dimenticare, chi litiga e si azzuffa nelle baracche, chi cade stremato dalla stanchezza, chi respira rotolando per la silicosi.
A distanza di anni, Giovanni dirà:
La mia coscienza politica comunista prese corpo in quel modo, fra il peso dell'emigrazione, il lavoro, la fatica, la miseria, la miniera.
Il 16 febbraio 1936, il Frente popular, una coalizione formata da repubblicani moderati, socialisti, comunisti, trotzkisti e cattolici baschi autonomisti, vince le elezioni in Spagna, suscitando un enorme disappunto fra le autorità ecclesiastiche e militari. Si moltiplicano gli scontri fra i gruppi di sinistra e i falangisti che culmineranno nella guerra civile spagnola.
Operai, contadini e volontari si schierano dalla parte dell'Ejército popular repubblicano. Mussolini e Hitler inviano in Spagna militari, armi, aerei e navi da guerra per contrastare l'insurrezione popolare appoggiata dalla Polonia, dal Messico ma soprattutto dall'Unione Sovietica, che ha organizzato le Brigate Internazionali, in cui confluiscono 59mila uomini provenienti da 53 nazioni. Fra gli italiani, troviamo Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Carlo Rosselli e anche il diciottenne Giovanni Pesce. Archiviato un periodo di istruzione militare, Giovanni prende parte a numerose operazioni belliche prima di rimanere seriamente ferito durante la battaglia dell'Ebro, che ha segnato la disfatta delle forze repubblicane impossibilitate a contrastare l'avanzata delle truppe franchiste.
Giovanni deciderà di tornare a La Grand'Combe quando, una volta dimesso dall'ospedale, verrà a conoscenza dello scioglimento delle Brigate Internazionali. Seppur deluso e avvilito, non si sente per nulla sconfitto poiché questa esperienza ha cementato in lui un afflato idealistico che lo spinge a voler sconfiggere il fascismo e il nazismo.
Nel frattempo, la fine della guerra civile spagnola sancisce la vittoria del fascismo e del nazismo, oltre che l'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Come molti italiani, Giovanni decide di lasciare la Francia, ormai apertamente ostile agli italiani antifascisti, ma anche ai dirigenti comunisti transalpini, e di rientrare clandestinamente in patria. Viene assunto alla Fiat di Torino, ma poche ore dopo un delatore lo denuncia alla polizia fascista che lo arresta con l'accusa di antifascismo e di aver combattuto con le Brigate internazionali nella guerra civile spagnola. Verrà trasferito al confino di Ventotene dove dovrà scontare una condanna di cinque anni.
Nell'isola di Ventotene vivono circa 800 confinati antifascisti, di cui la metà è composta da comunisti, e il resto da cattolici, socialisti, repubblicani, militanti di Giustizia e libertà, anarchici.
Sotto la direzione di Mauro Scoccimarro e Luigi Longo, i militanti comunisti formano a Ventotene un collettivo organizzato: seguono le lezioni di Girolamo Li Causi e Pietro Secchia, studiano i classici del marxismo, le opere di Lenin e Stalin, gestiscono sette mense e una lavanderia, coltivano un podere con bovini, conigli, pollame. 
Fra i comunisti, troviamo Giorgio Amendola, Giuseppe di Vittorio e Umberto Terracini. C'è anche il socialista Sandro Pertini e l'anarchico Giobatta Domaschi.
Ventotene segnerà una svolta decisiva nel percorso formativo, soprattutto intellettuale, di Giovanni Pesce, grazie all'incontro con Umberto Terracini, di cui diventa grande amico, e Camilla Ravera.
Dopo il 25 luglio 1943, data in cui viene diramato l'annuncio che il re ha assunto il Comando supremo delle forze armate e Pietro Badoglio è a capo del governo militare del Paese con pieni poteri, viene messo a punto un piano di evacuazione dei confinati. Giovanni Pesce lascerà Ventotene il 23 agosto, circa un paio di settimane prima dell'armistizio annunciato da Badoglio ai microfoni dell'Eiar.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane di ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.
L'Italia diviene ostaggio dei nazisti, poiché il suo esercito non è in grado di contrastare la potente controffensiva tedesca.
Dalle rovine della guerra del regime, prende corpo la Resistenza, la guerra dell'Italia partigiana che affonda le radici nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole e tra i confinati a Ventotene.
Nel frattempo, nell'Italia occupata dai nazisti, Mussolini fonda la Repubblica di Salò. I soldati fascisti e nazisti si schierano contro le bande partigiane. Giovanni Pesce diviene uno dei principali fondatori dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica). A Torino, con il nome di battaglia "Ivaldi", compie numerose azioni, anche in solitaria. Ormai, Giovanni è nel mirino dei nazifascisti che lo vogliono vivo o morto; viene dunque organizzato il suo trasferimento a Milano. Qui conosce Onorina (Nori) Brambilla, che diventa la sua staffetta partigiana con il nome di battaglia Sandra. Ben presto, tra Giovanni e Nori inizia una storia d'amore che durerà l'intera vita.
Giovanni diventa il comandante Visone, e si accinge ad affrontare lunghi mesi di freddo, solitudine ma anche di grande speranza. La situazione è devastante per molti "gappisti", che vengono arrestati, torturati e fucilati, ma Giovanni non si perde d'animo poiché è abituato a combattere nelle situazioni più difficili. Nei primi mesi del 1945, Milano è letteralmente in ginocchio. La luce, il gas e l'acqua vengono erogati solo per qualche ora al giorno e non tutti i giorni. Diminuiscono le razioni alimentari. Ciononostante, nessuno ha intenzione di arrendersi.

La strada verso la democrazia si sta delineando sempre più, ma la conquista della libertà esige ancora numerosi sacrifici prima dell'epilogo definitivo della Seconda Guerra Mondiale e del regime nazifascista, grazie anche all'arrivo degli alleati americani a Torino, Milano, Treviso e Trieste mentre i sovietici si accingono a fare il loro ingresso a Berlino. L'incubo della guerra, delle repressioni e dei regimi dittatoriali sembrerebbe dunque definitivamente archiviato ma, di fatto, come ha sottolineato l'autore poco prima di concludere il suo intervento, non è mai stato così né lo sarà mai. La libertà è un bene estremamente prezioso, difficile da conquistare ma soprattutto da mantenere, a causa delle continue insidie pronte a materializzarsi in qualsiasi momento. Lo dimostrano i gruppi neofascisti che entrano in azione, già nell'immediato dopoguerra, organizzando attentati e sparatorie contro le sedi dei partiti, dei sindacati e delle organizzazioni della sinistra, generando un clima da guerra civile soprattutto fra il 1945 e il 1949, che raggiunge il culmine in occasione dell'attentato a Palmiro Togliatti.
Dopo la parentesi del boom economico, lo spettro degli attentati dinamitardi si riaffaccia, sempre ad opera dei neofascisti, nel 1969. Il 12 dicembre di quell'anno, avviene la strage di Piazza Fontana a Milano che segna forse "ufficialmente" l'inizio degli anni di piombo. Una nuova guerra che mira a colpire al cuore quella democrazia conquistata dai partigiani al prezzo della loro stessa libertà e, spesso, della loro stessa vita, un prezzo che, peraltro, erano ben consapevoli di pagare in nome di un ideale che non conosce egoismi di sorta. Gli anni Settanta sono l'ultimo decennio in cui non si esita a combattere in nome di questo ideale. La commozione è palpabile quando Daniele Biacchessi ricorda la morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (meglio noti come Fausto e Iaio), due ragazzi che frequentano il centro sociale Leoncavallo. Il 18 marzo 1978, mentre percorrono a piedi una strada senza luce, vengono bloccati da due persone e trucidati con otto proiettili Winchester calibro 7,65. Secondo la versione ufficiale, si tratterebbe di un omicidio politico compiuto due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. In realtà, pare che i due ragazzi stessero conducendo delle indagini approfondite su un traffico di droga gestito dalla malavita organizzata e dall'estrema destra milanese.
Con l'arrivo degli anni '80, si assiste a un progressivo appannamento della coscienza sociale, complice il dilagare del materialismo e dei suoi falsi valori. Con una punta di amarezza, Biacchessi ci mette in guardia sulla pericolosità di questo "sonno" delle coscienze: se oggi tornassero gli anni di piombo, le nostre istituzioni ma anche noi, in quanto cittadini di questo Paese, non avremmo la forza per contrastarli. Non si tratta comunque di un fenomeno esclusivamente italiano; a tale proposito, Biacchessi cita il recente trionfo del Front National di Marine Le Pen alle elezioni Europee, a riprova del fatto che la crisi economica ha esacerbato nelle masse l'individualismo e l'intolleranza figlie di quel materialismo illusorio spacciato da certi poteri forti come l'unico viatico per la libertà, quando in realtà è vero il contrario giacché crea falsi bisogni che incatenano le coscienze, anziché liberarle.

Purtroppo, molti partigiani non avevano messo in conto il fatto che il fascismo e il nazifascismo sarebbero tornati a più riprese per seminare violenza e morte, piuttosto che per plagiare in modo più subdolo e impalpabile le nostre coscienze. Giovanni Pesce non ha mai sottovalutato questo aspetto, tant'è vero che, sin dall'immediato dopoguerra, si è sempre battuto a favore di un antifascismo fatto di cultura. Daniele Biacchessi condivide appieno tale assunto ed è convinto che oggi la Resistenza parte anche dalle biblioteche di periferia, dove è più difficile far passare certi messaggi e ripristinare la memoria storica soprattutto nelle ultime generazioni, spiegando loro che la storia della Repubblica Italiana è stata scritta dai partigiani. Ed è ai partigiani che dobbiamo la libertà di cui tuttora beneficiamo.

La storia di Giovanni e Nori è diventata anche un'opera teatrale disponibile su CD (registrato dal vivo il 24 gennaio 2014 al Teatro Edi Barrio's di Milano).



Cristina Luisa Coronelli


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