giovedì 5 giugno 2014

Alice B. Toklas, I biscotti di Baudelaire. Ricette e ricordi, profumi e sapori tra le eccentricità e la grande arte della Parigi tra le due guerre




I biscotti di Baudelaire
di Alice B. Toklas
Traduzione di Marisa Caramella
Bollati Boringhieri, 2013

pp. 234

euro 16,50

«Come se un libro di cucina
avesse qualcosa a che fare con lo scrivere».

Quando The Alice B. Toklas Cook Book viene pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti è il lontano 1954, né più né meno che sessanta anni fa. L'omonima autrice – compagna di vita di Gertrude Stein, con la quale animò uno dei più celebri salotti artistici e letterari della Parigi del primo Novecento – lo ha “cucinato”, per richiesta del suo editore, a qualche anno dalla morte dell'amata (1946), nonché, precisa lei stessa, «durante i primi tre mesi di un attacco di itterizia». E questo, si capisce, con tutte le conseguenze che la descrizione di cibi e banchetti può avere nella psiche di una persona costretta a una dieta rigorosa. Da allora, il volumetto concepito dall'autrice come «miscuglio di ricette e ricordi» ha conosciuto un enorme successo e un considerevole numero di ristampe, fino ad uscire anche nella sua versione italiana, tradotta da Marisa Caramella per Bollati Boringhieri (2013) con un titolo premeditatamente accattivante – I biscotti di Baudelaire – e una copertina a dir poco sibillina, che nulla ha da invidiare ai manuali e alle riviste di gastronomia how-to. Difatti, fotografate in primissimo piano e in pieno stile food-porn, campeggiano delle piccole madeleines, una delle quali, debitamente morsicata, svela al lettore un interno verde brillante; perché come rivelerà la stessa Toklas nella penultima sezione del libro – Ricette degli amici – il segreto di questi “paradisiaci” dolcetti «perfetti per le giornate di pioggia» altro non consiste che nell'aggiunta all'impasto di un bel mazzetto di cannabis sativa. La scelta editoriale di evocare visivamente il pasticcino così caro a Proust, invece, fa il resto, e non può che dirla lunga sul contenuto evocativo e nostalgico del volume.


Benché contenga decine e decine di istruzioni per preparare le pietanze più disparate, I biscotti di Baudelaire è molto più che un semplice ricettario: è un testo fecondamente ibrido e “lievitante”, in cui l'abilità dell'eccentrica autrice consiste nel dosare l'esattezza impersonale dei testi di cucina con le divagazioni estemporanee della diaristica, il reportage storico con la saggistica antropologica, la critica artistica con la cronaca mondana. Americana di San Francisco trapiantata a Parigi, Toklas dedica interi capitoli ad analizzare La tradizione francese, Il cibo nelle case francesi e i Piatti francesi poco conosciuti adatti per la cucina inglese e americana, dando prova di saper raccogliere con spirito i frutti di una vita da esule cosmopolita: ciò emerge, per esempio, anche in Ricette scoperte grazie a zia Pauline e lady Godiva, in cui Toklas rende conto dei vantaggi “gnoseologici” derivati a lei e Gertrude Stein dal fatto di essere due donne autonome alla guida, nonché avvezze a quello che oggi definiremmo “turismo enogastronomico”; lo stesso accade quando, quasi etnografa di se stessa, si diverte a descrivere il Cibo negli Stati Uniti nel 1934 e nel 1935 come esito di un lungo e memorabile soggiorno in patria nella metà degli anni Trenta; o, ancora meglio, quando rivela con orgoglio i singolari Piatti per artisti esito delle eccezionali frequentazioni: ecco dunque scorrere le ricette del “Branzino Picasso” e delle “Oeufs Francis Picabia”, ma anche quelle fornite da amici del calibro di Dora Maar (“Minestra di alloro”), Pierre Belmain (“Pollo vent vert”), Cecil Beaton (“Mele glassate”) e Fernanda Pivano Sottsass (con il tris italianissimo di “Gnocchi alla romana”, “Pesto alla genovese” e “Pizza alla napoletana”).

Nel suo andamento cronologico, I Biscotti di Baudelaire non accumula solo ricette, ma restituisce uno spaccato della prima metà del secolo senza risparmiarne gli aspetti tragici e dolorosi, come emerge soprattutto in Cibo nel Bugey durante l'occupazione, in cui la rievocazione della guerra passa anche attraverso il ricordo delle restrizioni, del cibo solo “letto” sui manuali di cucina, del mercato nero e delle abitudini alimentari dei soldati tedeschi, francesi, italiani e americani che di volta in volta Stein e Toklas si trovarono ad ospitare. Il tutto – il che è tra i pregi maggiori del volume – senza che venga mai meno quella nota leggiadra e briosa che è spia del temperamento sopra le righe della cuoca-intellettuale e della sua compagna. La stessa spassosissima sezione dedicata all'avvicendarsi del personale di servizio – Domestici in Francia – pur assumendo talvolta i tratti della commedia grottesca, non prescinde mai dal rivelare l'eccezionalità delle padrone di casa: così, l'autrice ricorda come una delle prime fedelissime cameriere – l'ammirevole Hélène – fosse talmente esperta nelle faccende pratiche che un amico della coppia, sinceramente preoccupato, sperò che la donna «lasciasse scegliere a Gertrude Stein almeno i Picasso»; viceversa, un'anonima inserviente di passaggio piantò in asso le sue datrici di lavoro a causa della loro passione per il Cubismo: «la donna aveva preso la fatidica decisione dopo aver visto i quadri dello studio. L'avevano spaventata».

Il sapore che I biscotti di Baudelaire lascia in bocca, a fine lettura, è quello soddisfatto di chi ha risolto con pacifica positività l'annosa questione se la gastronomia sia o meno un'arte alla pari di quelle maggiori. L'autrice non ha dubbi, e lo spiega bene in una delle sezioni centrali del libro, denominata, significativamente, Tesori:

«Quando i tesori sono ricette li si ricorda meno chiaramente, meno distintamente che non gli oggetti tangibili. Evocano però una sensazione egualmente vivida... almeno per quelli di noi che considerano la cucina un'arte, ben sapendo come possa procurare emozioni molto simili a quelle estetiche. Che altro posso dire? Se si potesse scegliere tra ascoltare ancora Pachmann eseguire le due sonate di Chopin o cenare ancora una volta al Café Anglais, che decisione si prenderebbe?».

Evidentemente quella di rivivere entrambe le cose. Magari contemporaneamente.

Cecilia Mariani

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