venerdì 23 maggio 2014

Stampa meretrix. Scritti quattrocenteschi contro la stampa


Stampa meretrix. Scritti quattrocenteschi contro la stampa
a cura di Franco Pierno
Venezia, Marsilio, 2011
Collana Albrizziana

10€
pp. 80


“La scrittura è, certamente, degna di venerazione e deve essere ritenuta più nobile di tutti i beni che l’oro ammassa per noi, a patto che non abbia subito brutture nel postribolo delle stampe. Essa è pura, se praticata con la penna, è meretrice, quando viene stampata”.
Quando la stampa arrivò a Venezia e la città lasciò spazio a botteghe mai viste prima, molti umanisti e uomini d’intelletto non accolsero felicemente l’innovazione. Come biasimarli? Dal loro mondo, s’accorsero subito che qualcosa stava cambiando e cercarono in tutti i modi di fermarlo o almeno rallentare il cambiamento.

Stampatori tedeschi arrivati in laguna, torchiatori, stampatori italiani che hanno imparato l’arte, librai e librerie, intellettuali d’ogni rango che collaborano con questi nuovi artigiani della parola.

Sei migliara de anni el mondo ha triumphato
De molti dotti homini senza libro istampato;
hora gentaia che ignoran talliano
te ensegnaranno il parlare tulliano?

(dove “talliano” sta per italiano e “tulliano” sta per latino letterario di Marco Tullio Cicerone)


Cosa resta dell’arte del copista? Della sua attenzione, abilità, cultura? Cosa ne sarà di me e di quella cultura che ho tanto difeso donandola ad altri, e che tantissimi prima di me hanno donato? Si chiede Filippo da Strada, frate domenicano, poeta e copista, nella seconda metà del XV secolo. Alcuni suoi scritti  sono raccolti nell’interessantissimo libriccino Stampa meretrix. Scritti quattrocenteschi contro la stampa, raccolta curata da Franco Pierno edita da Marsilio all’interno della collana Albrizziana (che raccoglie documenti per la storia dell’editoria veneziana). Si tratta di versi talvolta ironici, talvolta stizziti, ma comunque molto vivi nell’attaccare la fiorente attività di creazione, riproduzione e vendita di libri che si stava affermando a Venezia.

È molto interessante leggere questi scritti come testimonianza di un’epoca e  poi rapportarli quindi al nostro presente, ora che viviamo profondi mutamenti innovativi nel campo della comunicazione e nell’industria editoriale.  Cercare così di capire quanti e quali errori superficiali si possono commettere quando si vuole eguagliare la “rivoluzione della stampa” con quella digitale e di internet.

Filippo da Strada usa sapientemente immagini comuni per denigrare la stampa e gli stampatori come degli ignoranti che per soldi rovinano la cultura e la parola. Ad esempio rappresenta la libreria come luogo dove si smerciano libri come fossero oggetti, come fosse carbone venduto in delle ceste. Si vanno formando quindi idee parallele di libro e di diffusone della cultura: quella evidente nelle antitesi del da Strada tra l’alto valore aristocratico del libro e della scrittura e la sozzura della bottega, e l’idea rinascimentale del libro a stampa che non lo considera affatto oggetto culturale marginale pur mettendolo in vendita, ma che piuttosto lo pone a fondamento della cultura moderna e che arriva vigoroso fino ai nostri giorni. Gli artefici di questa cultura del libro sono stampatori come Aldo Manuzio, intellettuali e poeti come Pietro Bembo e Baldesar Castiglione, uomini di gran cultura che hanno contribuito molto alla modernità europea e della lingua italiana.

Il libro moderno, a stampa, resta per il da Strada un oggetto quasi blasfemo, in vendita a poco prezzo, disponibile a chi può permetterselo, agghindato con seducenti rilegature che attirano l’attenzione degli acquirenti. Il paragone con la meretrix, la scrittura-prostituta svenduta e snaturata, senza valore e senza rispetto, è evidente.

Il domenicano usa i suoi componimenti a introduzione di illustri manoscritti destinati a nobili veneziani proprio per sensibilizzare gli altolocati lettori sul degrado a cui la parola stava andando incontro. «Se vuoi» scrive al doge «schiaccia gli stampatori». Vivendo il tempo in cui una tecnica minava le sue certezze professionali e culturali, non può far altro che chiedere sostegno istituzionale alla sua lotta contro il tempo, l’innovazione e un nuovo artigianato letterario.

Una lettura stimolante che suscita molte domande e che magari ci lascia comprendere meglio anche il nostro presente culturale ed editoriale. Ad esempio potremmo chiederci quale rapporto ci sia tra l’artigianato di un amanuense e lo stampatore, tra i redattori e stampatori delle industrie editoriali dall’800 ai nostri giorni e i programmatori dell’editoria digitale. E quindi come è cambiato l’artigianato librario della progettazione e riproduzione nel corso dei secoli.

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