mercoledì 21 maggio 2014

CriticARTe - James Westcott, "Quando Marina Abramović morirà"

Quando Marina Abramović morirà
di James Westcott
Johan & Levi, 2011



Immaginate di trovarvi a New York e di partecipare a un funerale. La persona deceduta è una, ma le bare (ormai chiuse) sono tre. Sapete che solo una contiene il suo vero corpo – nelle altre due ci sono delle esatte riproduzioni – ma che ciascuna verrà sotterrata in una località significativa dell'America, dell'Europa e dell'Asia. Non sapete, però, a chi sarà affidato questo compito – pare sia e debba restare top-secret – ma, del resto, non vi riguarda. Date un'occhiata intorno, e siete presto confortati dal fatto che tutti i presenti hanno rispettato il dress-code cromatico prescritto dall'invito: non c'è traccia di nero, e nel trionfo di tenute arcobaleno cominciate a sentirvi più a vostro agio nell'abito sgargiante che anche voi avete scelto per l'occasione. Vi avvisano che la cerimonia sta per cominciare. Prendete posto. Le note di My Way di Frank Sinatra cantata da Antony di Antony and the Johnsons danno il via alla funzione, un'esaltazione ibrida del potere della vita e della morte. Assistete assorti. Ancora non sapete che alla fine della celebrazione alcuni ex-allievi presenteranno alla platea un progetto artistico a cui hanno lavorato per l'occasione. E allo stesso modo non saprete come reagire quando un cameriere vi porterà una porzione della grande torta di marzapane che riproduce le fattezze della defunta. Probabilmente avrete una sensazione di déjà vu, anche perché voi avete già mangiato questo dolce che le somiglia così tanto almeno altre due volte: nel 1996 allo Stedelijk Museum voor Actuele Kunst di Gand, per la festa del suo cinquantesimo compleanno, e poi nel 2012 al MOCA di Los Angeles, nella cena di gala per la raccolta di fondi per la cultura che aveva tanto fatto indignare Linda Yablonsky. “Let them eat cake”: così l'aveva ribattezzata la critica, quella serata, sulle pagine di Artforum. E non aveva tutti i torti: Maria Antonietta amava tanto le brioches, e (anche per questo) era morta, secoli fa, sul patibolo. Oggi muore un'altra “regina”. Muore Marina Abramović, e voi siete tutti qui a recitare il copione del suo funerale, proprio come lei l'ha immaginato nel suo testamento. Una persona molto amica dell'artista avanza verso di voi, con il piatto ormai vuoto. Vi sorride: «Ogni volta che Marina racconta una storia, la migliora».

Inizia più o meno così Quando Marina Abramović morirà, la biografia della “nonna della performance art” – come lei stessa ama definirsi – scritta dal fedele assistente personale e critico James Westcott (e tradotta da Irene Inserra e Marcella Mancini per Johan & Levi, 2011). Inizia con una prefazione atipica: le sintetiche istruzioni per le esequie dell'artista contenute nelle sue ultime volontà. Non male, si dirà, come incipit per una specie di retrospettiva-narrativa in vita che accoglie il suo lettore con un titolo all'apparenza così macabro. Scaramanzia? Auto-ironia? Serietà? Facezia? Poco importa: pagina dopo pagina, l'atmosfera vagamente kitsch dell'overture si dirada e si stempera in una narrazione vitalissima, il cui pregio principale sta proprio nel non limitarsi a ripercorrere le tappe principali di un'esistenza e una carriera già molto note, ancora in corso e in divenire, ma nel sottolineare come entrambe siano sempre state caratterizzate da una serie di dicotomie oppositive-esclusive, tra le quali il contrasto vita-morte è solo la più evidente ma non per questo l'unica o la più importante.

Quando Westcott conosce personalmente Abramović, “Marina” – come tutti la chiamano, al pari di dive come Marylin (Monroe) e Audrey (Hepburn) – è ormai all'apice del successo, una vera e propria istituzione nel panorama dell'arte contemporanea: è la fine del novembre 2002, l'ottavo giorno (su dodici totali) in cui l'artista si esibisce nel digiuno del lavoro intitolato The House with the Ocean View, presso la prestigiosa Sean Kelly Gallery della grande mela. A lavoro concluso, Westcott scrive una recensione e la invia all'artista, che per tutta risposta lo invita a colazione, gli regala un melograno, gli legge il quadro astrologico e, infine, gli chiede di lavorare per lei. Questo libro arriva a quasi dieci anni di distanza da quel fatidico incontro, come frutto del contatto prolungato e della profonda conoscenza della sua protagonista, ma anche come risultato di un lungo lavoro di ricerca d'archivio e di interviste a colleghi, oltre che a parenti e conoscenti. La scelta della divisione in tre parti – 1.Jugoslavia 1946-1975, 2.Ulay 1975-1988, 3.Solista: dal 1988... – non è tanto la resa al criterio più comodo (quello cronologico) per organizzare sulla carta un'esistenza sempre sopra le righe, quanto la chiara scelta di mettere in evidenza quelle che se ne possono considerare le costanti più significative: la centralità delle origini balcaniche, il sofferto sodalizio artistico e sentimentale con il fotografo (e poi performer) Ulay, la necessaria rivendicazione di indipendenza di un io/ego tuttavia sempre dipendente dall'approvazione del prossimo, sia nella dimensione pubblica che in quella privata. In questo modo, anche le azioni più sanguinolente o estreme di Abramović – alcune delle quali entrate a pieno titolo nella storia dell'arte contemporanea, da Rhytm 10 (1973), Rhytm 5 (1974), Rhytm 0 e Thomas Lips (entrambe del 1975) alla “solipsistica maratona d'addio” di The lovers (con Ulay, nel 1988) – appaiono solo come la trama più conosciuta (quella meramente performativa e accademica) del vissuto straordinario dell'artista. Pagina dopo pagina, la versione di “Marina” che diviene più familiare al lettore è quella della figlia di due severi e anafettivi funzionari del partito comunista montenegrino, incoraggiata proprio da loro a coltivare le belle arti nell'accezione allora più conservativa e invece destinata a divenire figura di spicco di una nuova e rivoluzionaria modalità di espressione; una giovane donna iper-sensibile ma volitiva che avrebbe scritto un capitolo importantissimo della ricerca estetica sul corpo e con il corpo, sfociata in quello che ormai è noto ai più come “il metodo Abramović”. Tutto concorre a restituirne il ritratto più completo e sfaccettato: dalle emicranie infantili ai rituali per la sopportazione del dolore; dalla precoce e prorompente sessualità al culto della spiritualità; dall'ostentazione del proprio personale carisma all'ossessione per i difetti fisici. L'abilità di Westcott sta proprio nella descrizione precisa e garbata – mai compiaciuta o meramente “scandalistica” – dei retroscena e delle circostanze di ogni esibizione e di ogni mostra, in un percorso che culmina nella consacrazione con il Leone d'oro alla Biennale di Venezia del 1997 vinto per la migliore opera, Balkan Baroque: un maestoso e straziante rito di purificazione per la tragedia della recente guerra nei Balcani, a confermare ancora una volta la necessità di attraversare con coraggio il solco che unisce e divide la vita e la morte.

A chi la interrogava sugli estremi livelli di pericolo delle sue azioni l'artista era solita ripetere: «Muoio, e allora?». Ed è come se con questa biografia Westcott la prendesse in parola: perché quando Marina Abramović morirà, sembra dirci l'autore tra le righe, semplicemente non morirà.

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