sabato 24 maggio 2014

CriticaLibera: #SalTo14, "Lettere da Casablanca" e il ruolo dell'intellettuale donna nell'Islam

Un epistolario è già, di per sé, un prezioso contributo letterario, in tempi ormai così poco inclini alla lentezza e alla meditazione. Lo scambio diventa però un unicum, quando i protagonisti delle lettere sono una donna e un uomo, entrambi marocchini, nell’Islam odierno. Le lettere diventano così il primo esempio di una conversazione intellettuale tra due personalità così ricche e diverse, la scrittrice ed etno-psichiatra, Ghita (o Rita) El Khayat, personaggio di spicco della cultura magrebina e Abdelkébir Khatibi, ricercatore e grande filosofo marocchino, scomparso nel 2009. 
Le lettere, scritte tra il 1995 e il 1999, sono confluite nel libro Lettere da Casablanca, edito di recente da Lantana, dopo una prima pubblicazione con Marsam Editions, nel 2005. Il libro, pubblicato in francese in Marocco (dove attualmente è esaurito, non più disponibile), è stato al centro di un incontro, proposto al Salone del Libro, che ha inaugurato lo Spazio Lingua Madre; il dibattito è stato condotto dall’editrice e dagli studenti della Facoltà di Lingue di Torino.

Nell’epistolario le due personalità si interrogano su questioni alte, impostano la discussione sul tema dell’Aimance, definito come “il codice amoroso che afferma un’affinità più attiva tra gli esseri”, capace anche di minare le basi di una società patriarcale come quella marocchina. Poi un tragico evento nella vita della scrittrice la induce ad interrogarsi sul dolore, sulla malattia e sulle difficoltà che la vita ci riserva.


Il titolo originale dell’opera è Correspondance ouverte, e la prima domanda che la rappresentante degli studenti pone alla scrittrice riguarda propria questa apertura, come se vi fosse l’intento di non porre una fine, di lasciare “aperto” e “circolare” il discorso. La risposta dell’autrice chiarisce questo primo punto: 
«Il titolo è stato scelto da Khatibi, probabilmente perché lasciava intendere che un giorno avrebbe potuto riprendere questo scambio di lettere»
 sulla motivazione e la scelta del destinatario delle lettere, Rita El Khayat spiega:
«Non nascono per essere pubblicate e le ultime che ci siamo scambiate sembrano quasi lasciare il posto ad una sorta di ripiegamento di Khatibi su se stesso, quasi che i temi si fossero esauriti tra noi»
e in effetti poi i contatti tra i due si sono interrotti e le lettere sono rimaste conservate in scatoloni per un po’ di tempo. La decisione della pubblicazione è arrivata dopo: “Dopo un incontro di Khatibi con un mio professore di filosofia, esperto di Kant, che lo ha spinto a rendere pubblico il carteggio”.

Rita El Khayat a #SalTo14 (foto di Samantha Viva)

Poi le domande degli studenti hanno indagato il rapporto che legava la scrittrice a Khatibi, e che ha permesso alla scrittrice di raccontare del loro primo incontro, da giovane studentessa di medicina ma anche giornalista presso una tv locale, i due si incontrano per un’intervista sul tema del libro “La memoria tatuata”; da sempre il rapporto che li ha legati è stato quindi quello di una discente col suo docente.
«Io donna, destinata ad avere un ruolo in una posizione secondaria, lui uomo, quindi grande intellettuale. In Marocco non si parla mai dell’intellettuale come di una donna, questo è un ruolo sempre e solo maschile».
Una dura battaglia l’ha portata a diventare medico e scrittrice, infine intellettuale “donna”, nonché prima donna a parlare in radio in Marocco; da sempre paladina della causa femminile, Rita El Khayat non nasconde le difficoltà legate alla sua scelta: 
«La battaglia è stata dura, forse terrificante, talmente difficile che a volte penso di essere stata masochista e se oggi dovessi scegliere di rifarlo probabilmente non lo rifarei. Masochismo anche perché avendo tre specializzazioni, tra cui anche antropologia, avevo tante proposte lavorative in Europa, invece ho preferito la mia terra, in un contesto in cui, per ognuno, uomo o donna che sia, è sempre molto difficile essere se stesso».
La moderatrice la incalza, sulle affermazioni di difficoltà, ricordando che comunque il suo ruolo di portavoce dei diritti delle donne dovrebbe essere sufficiente a farle capire che ha fatto la scelta giusta. La risposta della scrittrice arriva puntuale:
«Io sono diventata un idolo per la causa femminile senza sceglierlo, per questa serie di eventi della mia vita; non ho scelto di battermi per essere una donna, Simone de Beauvoir dice “Non si nasce donna, lo si diventa” e sono diventata così perché volevo combattere contro questa situazione di relegazione e di vittimismo in cui si trovano le donne nei nostri paesi. La mia tristezza è dovuta al fatto che tutto questo mio sforzo è stato annullato dalle attuali politiche religiose imperanti nel mondo arabo islamico».

Nessuna corrispondenza mai avuta con donne, perché “le donne spesso non sono amiche tra loro, questa sorta di aggressività, di competizione che si sviluppa tra le donne, vieta e ostacola un percorso comune”. Anche il rapporto scrittore - lettore, ben delineato nelle lettere, diventa tema di discussione:
«Le mie lettrici, rispetto al primo libro pubblicato, mi hanno chiesto di scrivere in modo più semplice. Io ho risposto che non posso farlo perché penso in maniera difficile; il libro è stato più apprezzato dagli uomini, questo forse perché la lettura corrisponde più ad una abitudine consolidata nell’uomo e molto meno nelle donne nei paesi arabi, in cui la maggioranza delle donne risulta ancora analfabeta; e così pure la relazione coi lettori è molto diversa rispetto a quella occidentale, perché vi è ancora l’arretratezza che c’era in Occidente 100 anni fa».
Il messaggio principale del libro è rivolto ai lettori che amano la grande letteratura: 
«Un epistolario è una forma letteraria così poco conosciuta in Occidente e che vale la pena di conservare, in tempi come i nostri, in cui tutto avviene in forma ormai virtuale. Quando si scrive si pensa a chi riceverà la lettera, e chi la riceve non è detto che la veda, e la legga, con lo spirito di chi l’ha scritta, mentre oggi la relazione è immediata, tramite lo schermo, tra chi digita e chi riceve». 
Un libro raro, lo definisce l’editrice e fondatrice di Lantana editori, Alessandra Gambetti, un epistolario, ma anche una forma di saggio o romanzo, affascinante per la sua capacità di imporsi quasi a dispetto delle persone che lo hanno composto. 
«Mi ha colpito profondamente questo adattarsi alla vita - motiva Alessandra - che procedeva mentre le lettere venivano scritte, un esempio perfetto di quello che è la combinazione tra la lettura, l’arte e la vita, e l’ausilio che possono portare le parole nella vita stessa. Era un libro che doveva essere posto all’attenzione del pubblico che continua a vedere un valore nella letteratura; un libro emozionante».
Perché corrispondere proprio con Khatibi? Chiedono ancora gli studenti: 
«Non so tanto come Khatibi vivesse questo scambio di lettere con me, ma per me scrivergli era una possibilità importante, scambiare le mie riflessioni con un uomo colto, che viaggiava ed era in grado di ricevere i miei messaggi, è stato un privilegio Io non avevo un padre con cui scambiare le mie emozioni ed avere interessi comuni. La nostra era anche una corrispondenza uditiva, ci telefonavamo spesso e anche al telefono continuava la conversazione, questo scambio con lui era un nutrimento spirituale, cibo dell’anima».
Sulla questione delle donne nei paesi arabi, l'intellettuale racconta:
«Da trent’anni a questa parte, da quando c’è stata la rivoluzione islamica in Iran e da quando molti intellettuali occidentali hanno applaudito a questa rivoluzione come ad un grande evento, c’è stato un processo di islamizzazione di tutto il mondo arabo, per le donne alcuni precetti sono vissuti come un vero e proprio dogma e questo processo di re-islamizzazione che conta quasi un miliardo e mezzo di individui è stato vissuto come una risposta rispetto ad un desiderio di ritornare un ritorno alle fonti e un rinnovato desiderio di religiosità, quasi un modo per differenziarsi dal resto del mondo, e vi è anche un modo personale di viverlo da parte delle donne; quindi parlando di emancipazione c’è da chiedersi a quale emancipazione ci riferiamo, se a quella delle donne in senso occidentale o in senso islamico, come per queste donne. Questa sorte di neo-femminismo arabo è visto con favore da molte donne occidentali».
In chiusura, la domanda che gli studenti rivolgono alla scrittrice, riguarda il suo modo di pensare e le influenze occidentali, soprattutto le chiedono, se non avesse studiato in Europa, se avrebbe continuato questo femminismo o non sarebbe rimasta piuttosto immobile come le altre donne:
«Le altre donne in realtà non sono rimaste immobili, proprio allevando i figli continuano a formare e influenzare la società, io in realtà non credo di aver mai ricevuto un’educazione araba, visto che fin dall’asilo ho seguito il sistema educativo francese e anche se non fossi andata a studiare a Parigi, avrei avuto una cultura francese, tanto è vero che non parlo il dialetto arabo ma quello classico; è comunque impossibile generalizzare una situazione delle donne, oggi, ad esempio, le donne esprimono la loro identità araba sempre più attraverso il velo; personalmente non credo sia così semplice, per cui credo che il discorso sia ampio e complesso e debba porre globalmente al centro l’evoluzione della donna, anche nei paesi occidentali. Le donne cercano di esprimere la loro identità diversamente, ritengo importante affermare una maggiore solidarietà tra noi, senza razzismo, senza odio, evitando l’insuccesso. Non penso di essere mai stata una vera e propria attivista, mi presento come un tramite tra le culture, e sono più per un Umanesimo che debba riunirci tutti, anche perché credo che la lotta femminista sia un po’ arrivata al suo tempo, pur apprezzando la battaglia delle Femen; dobbiamo invece riflettere tutti insieme su come vivere sul pianeta, in questo dobbiamo riuscire, senza accettare l’insuccesso; e per dire queste cose non intendo assolutamente mettere il velo».

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