giovedì 3 aprile 2014

#vivasheherazade - Rileggere Sibilla Aleramo



Una donna
di Sibilla Aleramo
Milano, Feltrinelli, 1906

Qualcosa in me si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozione sorda, senza cagione fissa, mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni, un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote…Quando mi scotevo, non riuscivo a riguardar intera la realtà.[1]

Una donna di Sibilla Aleramo esce nel 1906. Si tratta più che di un’autobiografia di un’esperienza di sé tradotta in scrittura. Il romanzo ha una struttura tripartita: nella prima parte, la scrittrice narra la propria memoria d’infanzia e la sua prima giovinezza; nella seconda, dal racconto emerge la consapevolezza “del venire al mondo della donna”, e nell’ultima parte la scrittrice descrive la sofferta separazione dal proprio nucleo familiare e l’inizio di una nuova fase che reca la storia dell’anima dell’autrice. A partire dalla biografia intellettuale e dalla città natale dell’autrice, Alessandria, la vicenda ha inizio nel 1876.
La famiglia medio borghese della protagonista di Una donna ha nella figura del padre il riferimento più importante per la ragazza, un modello esemplare e con cui lei stabilisce una relazione magistrale accompagnata da una vera e propria idealizzazione. La madre, seppur acculturata, è  invece una figura più defilata e si dimostra succube del marito. Socio in un’impresa industriale il marito ottiene una proposta di avanzamento in carriera a Civitanove Marche, dove si trasferisce anche la figlia.
La ragazza, entusiasta di aver avuto dal padre un incarico importante in fabbrica, si trova però ben presto a vivere in una città di provincia, in un paesaggio totalmente nuovo. L’uomo non ha un buon rapporto con il resto della cittadinanza e tra i dipendenti, Sibilla incontrerà un giovane che di lì a poco sarebbe diventato suo marito. Il matrimonio a cui arriva la protagonista è segnato da una precoce e inattesa violenza. Nonostante le perplessità paterne, la ragazza decide di sposarsi.
Ben presto le differenze culturali tra i due iniziano a pesare fortemente sul matrimonio. Anche la  nascita felice di un figlio non riesce ad abbattere i confini relazionali, sociali e culturali tra i due coniugi. La donna nonostante la “schiavizzazione e le umiliazioni che è costretta a subire dal marito, riesce a trovare spazio per una propria crescita professionale e a Roma, approfittando di  un periodo di lontananza dal marito, inizia a collaborare a qualche rivista entrando in contatto con ambienti che la stimolano sul piano letterario e culturale.
Nel frattempo la protagonista scopre le continue infedeltà del padre e inizia un processo di deroicizzazione del mito paterno che viene infranto: si assiste ad una progressiva metamorfosi e  la ragazza perde il punto di forza in cui credeva fortemente: il padre passa dall’essere un oggetto d’amore, a oggetto d’orrore.
 La donna sente tutta l’infelicità che ha accompagnato l’esistenza della madre. Decide quindi di compiere una scelta drastica e assolutamente non permessa a quel tempo: abbandonerà la famiglia lottando tenacemente per vedersi riconoscere i diritti fondamentali per ogni madre. La tutela genitoriale però le verrà brutalmente negata.
Il libro diventa un caso letterario e sono gli stessi scrittori a lei contemporanei, a non condividere le scelte di Sibilla. Qual è il significato di “dovere” per una madre?
Il libro è un’occasione per entrare nel mondo dell’emancipazione femminile. Una donna  diventa un’opera di verità, di cultura del materno osservata in un’ottica garantista, di una letteratura sociale  e ideologica all’interno di una voluta battaglia rivoluzionaria. Elsa Morante ricevendo una lettera da Sibilla Aleramo, intravede l’ansia profonda che pervade la scrittrice nel comunicare la propria esperienza. Si tratta di un passaggio generazionale in cui emergono le motivazioni della scrittrice enunciate come esigenza vitale nel trasmettere una traccia significativa a partire dalla propria immagine di donna in lotta e in movimento verso l’acquisizione dei diritti fondamentali. “Mi volgo indietro a contemplare la mia storia con ammirazione e soddisfazione per quello che sono riuscita a fare;” Orgoglio nella diversità di genere denunciate con forza, senza nessun interlocutore.
Una donna come tempo della scrittura dell’anima diviene un percorso di introspezione per ricercare la radice del proprio sé. La parte finale possiamo interpretarla come un giornale intimo in cui la scrittrice esplicita in modo diretto ciò che prova, ciò che pensa e ciò che gli interessa fare.
 Le ultime pagine rappresentano una decisa volontà di riconoscimento, una scrittura osservata come barometro dell’anima che reca in sé grumi di pensiero. Un romanzo in cui finalmente l’autrice dà ascolto al proprio io, svelandosi attraverso una scrittura che assume una veste salvifica di liberazione.



[1]S. ALERAMO, Una donna, Milano, Feltrinelli, 1906, p. 187.

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