domenica 13 aprile 2014

Pillole d’Autore: “Il male oscuro”, di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto (1914 - 1978) ottenne le maggiori soddisfazioni, editorialmente e letterariamente parlando, con il romanzo “Il male oscuro” (1964), che vinse il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Gadda (a cui Berto è debitore del titolo) scrisse, nella prefazione:
«L’opera di Giuseppe Berto si contempera dei riscontri d’una assai povera (nel senso economico, sociale) o le molte volte drammatica e talora atroce esperienza del vivere; di una indagata e approfondita conoscenza dei rapporti psicologici tra i componenti di gruppo, per esempio il gruppo di famiglia, vere unità psichiche della gente più di quanto unità non sia il vecchio pupazzo denominato persona singola, persona individua; di un’arte del raccontare che snida accanitamente il disperso branco dei motivi, dei temi reali, con la muta latrante delle idee implacabili, le sue proprie dovute alla nevrosi e quelle di certi altri sciagurati che la follia è pervenuta ad asservire. Questa è l’arte o, se si vuole, la tecnica del romanziere Berto: esprimere l’angoria col descrivere la nevrosi, esprimere la follia col penetrare lucidamente, razionalmente, l’interno delirio.»
Chi, meglio di Gadda (che se ne intendeva di “interni deliri”), può dunque presentarci quest’opera che qualcuno può trovare esasperante (a causa di una sintassi liberista e di una punteggiatura dispersa) ma che per qualcun altro rappresenta l’angosciante epifania di una psiche?

Edizione di riferimento: Giuseppe Berto, Il male oscuro, prefazione di Carlo Emilio Gadda, I Grandi Romanzi BUR 2006, pp. 420, Euro 8,50
«Ora, il mio medico aveva buon gioco nel dire che il fatto di mettermi in collegio a neanche nove anni costituiva una bella crudeltà, tanto più che io gli avevo ben raccontato di che razza di collegio si trattasse, oggi c’è da sperare che non ne esistano più di collegi come quello, almeno a pagamento, e in realtà vi si entrava ai primi di ottobre per uscirne ai primi di giugno e mai si poteva andare a casa manco a Natale e a Pasqua, e se il pane era cattivo la minestra era più cattiva ancora, come anche il caffellatte del mattino che senza dubbio era più acqua che caffellatte, e poi si pativa un grande freddo perché d’inverno ci si lavava con l’acqua ghiacciata e qualche volta per grazia di Dio non ci si lavava per niente dato che l’acqua per il freddo gelava nei tubi, ma in sostanza dovevo accontentarmi perché era un collegio dove si pagava poco, sebbene quel poco fosse fin troppo se confrontato con le nostre possibilità economiche familiari, però bisogna anche riconoscere che per ciò che riguarda strettamente la lotta tra me e il padre mio egli con questa storia dei sacrifici per farmi studiare fece un bello sbalzo in giù nella scala dei valori diciamo pure mitologici, poiché dalla posizione di assoluta grandezza e potenza che bene o male aveva fino allora conservata decadde non dico a rango di povero diavolo ché questa fu una mia conquista successiva, ma insomma non era né più né meno di uno dei tanti che faticavano per campare, però ecco che questa particolarità lo avvicinava un poco a me che non ero nessuno, lo avvicinava simbolicamente e magari sentimentalmente intendo dire, poiché quanto a vicinanza fisica io penso che il collegio gli piaceva poco, e per lo più veniva a trovarmi solo quando ci veniva anche un mio zio mattacchione che faceva ridere tutti con i suoi scherzi, per esempio prendeva la carta sporca di crema o di panna con cui erano state incartate le paste di altri allievi che stavano nel parlatorio e faceva il gesto di pulirsi il sedere, e poi leccava la carta sicché tutti ridevano talvolta perfino con le lacrime agli occhi, mentre io mi sarei sepolto per la vergogna di avere parenti come quelli, li odiavo con tutte le mie forze e dentro di me pregavo che morissero così non sarebbero più venuti a trovarmi, anche mio padre che rideva stavo odiando, lui però non volevo che morisse, ma tante imprese avrei dovuto compiere coprendomi di gloria per riscattare la volgarità delle mie origini.» (pagg. 67-68)
«Ora una cosa è chiara finalmente che mi taglieranno la pancia secondo una prassi a me ben nota, ed un’altra cosa è parimenti chiara se non di più e cioè che non posso farci nulla, proprio mi manca la forza spirituale per oppormi ad un simile sinistro avvenimento e per quanto sia bene stabilire che è per una serie di circostanze tutte chiaramente incasellate in un ordine logico e materialistico che io me ne vado dov’è mio destino andare niente riesce a togliermi dalla mente il pensiero del padre mio che sta prendendosi la sua legittima vendetta, tanto più che non sono affatto persuaso che i due campioni della scienza che presentemente mi hanno in loro potere non stiano prendendo una cantonata, in faccende del genere un piccolo disguido bisogna sempre calcolarlo ed è appunto qui che potrebbe avere plausibilmente luogo l’intervento che io definisco metafisico, ma d’altra parte la sofferenza fisica ha questo di buono che quando supera un dato grado d’intensità fa sembrare auspicabili vie d’uscita perfino i peggiori accidenti, non escluso il decesso in alcuni casi particolari, e il mio caso secondo ogni apparenza era proprio uno di questi sia per l’intensità dei dolori sia per la faccia che avevano entrambi i beccamorti se si esclude una loro trionfante compiacenza per la prodezza che avevano messo in divenire, sia infine per le ragioni che aveva da far valere il defunto mio padre dal loculo borghese dove m’illudevo di averlo seppellito per sempre.» (pag. 116)
«Eccomi dunque di nuovo steso sul letto inclinato all’indietro a meditare sui vari modi di togliersi la vita, tra tutti penso che il meno complicato siano senz’altro i barbiturici per quanto non è che in casa ho i barbiturici, se ne avessi comunque non esiterei ad impiegarne una dose abbondantemente mortale per non rimanere a metà strada come fanno tanti, che conta la vita se ormai perfino la ragazzetta se n’è andata, dicono che i topi se ne vanno dalla nave quando presentono il naufragio e io sono proprio finito, non ho neanche avuto la forza di togliere i vocabolari da sotto i piedi del letto sebbene ormai non esistano dubbi circa la loro scarsa utilità, non è da pensare che si possa porre rimedio ad una tubercolosi renale con un paio di vocabolari, a una malattia del genere non si può contrapporre che la morte magari col gas se mancano i barbiturici, però quanto è triste morire soli abbandonati da tutti guarda un po’ a quale condizione mi ha portato colui che voleva vendicarsi del mio abbandono, è il sistema del contrappasso a quanto sembra, comunque non riesco a convincermi che proprio tutti mi abbiano abbandonato e in effetti dopo un poco sento suonare alla porta e sarebbe bellissimo se fosse la ragazzetta così potrei darle un appropriato addio sul limite estremo della vita, invece non senza delusione constato che è il medico di casa del cui abbandono a dire il vero non mi sarebbe importato gran che, infatti è un uomo senza particolari qualità se si esclude una generica mitezza e d’altra parte ho l’impressione che non sia venuto proprio per me ma per conoscere il responso del luminare onde sentirsi sia pure tanto indirettamente inserito nelle più floride correnti della moderna medicina, mi viene quasi voglia di non dirgli niente così impara ad esercitare la sua vanità sulla mia pelle, e viceversa d’un tratto mi metto a vuotare il sacco, si direbbe che in mancanza d’altro mi va bene anche la presenza di costui, gli parlo del rene tisico e cavernoso che intendono strapparmi dopo che la cura di antibiotici si sarà rivelata com’è prevedibile vana, e per un pezzo lui se ne sta lì non so se più meditabondo o compassionevole, sai che me ne faccio io della sua compassione, quindi con improvvisa reviviscenza vuol vedere le radiografie benché le abbia già viste almeno tre o quattro volte, si mette a studiarle con aria da intenditore contro la lampada dello scrittoio dato che in casa mia non ci sono certo gli appositi schermi fluorescenti, e dopo un poco bontà sua ammette che i calici maggiori del rene destro sono dilatati, molto dilatati dice questo carciofo che ha avuto bisogno della diagnosi del professorone per accorgersene, tutti sono capaci di scoprire l’America dopo Cristoforo Colombo, ma costui evidentemente vuol fare qualcosa di più che scoprire l’America e infatti si è rimesso a pensare come se sperasse di tirar fuori chissà che cosa dalla sua testa, finché si fa coraggio e dice che no la diagnosi del professorone non lo convince, possibile dice che con tutti gli esami delle orine che abbiamo fatto non sia saltato fuori un bacillo nemmeno uno, questo è strano in verità troppo strano lui vorrebbe vederci chiaro prima di cominciare una cura di antibiotici che potrebbe buttarmi più giù di quanto non mi trovi, insomma dice che vuol fare una cultura di bacilli la quale è una cosa che non mi costa dolore perché si fa per mezzo di conigli o cavie, ma io gli dico che se anche non costa dolore costa denaro e certo non voglio fare altre spese sopra la mia vita che apparentemente non vale un soldo bucato, e lui dice se non paghi tu pago io questa cultura bisogna assolutamente farla, e io sebbene nutra una certa diffidenza per questo genere di infatuazioni gli dico di sì tanto non è che ho voglia di farmi bucare il sedere per la streptomicina se ormai ho deciso di ammazzarmi, aspettiamo dunque questi pochi giorni per la cultura di bacilli e poi faremo il salto nel buio liberatorio tempo ce n’è sempre per queste cose, e in realtà se mi fossi ammazzato in quella circostanza a causa della tubercolosi renale avrei sbagliato, perché dalla cultura dei bacilli risultò che non avevo la tubercolosi renale, cosa mai avessi lo sapeva soltanto Iddio, ma la tubercolosi no.» (pagg.140-141-142)
«Ora abbastanza stranamente direi capita che mia moglie e i giovani amici psichiatri e pure il medico di casa si capisce arrivano alla stesa conclusione ossia che nel mio caso la psicoanalisi è da preferire, e io scommetto che il merito di questa decisione in fondo rispettosa va attribuito in gran parte a mia moglie la quale si dev’essere detta stiamo un po’ attenti col cervello di costui perché chissà mai che un giorno o l’altro non riesca a scrivere questo capolavoro di cui chiacchiera tanto, e in verità io penso che per una come lei non insensibile ai valori spirituali sarebbe una bella fregatura essersi coniugalmente unita con uno scombinato di quattrini e di salute e per di più inetto a conquistare per sé e per i propri cari una qualsivoglia celebrità o fama, comunque una volta che si è giunti alla decisione psicoanalitica si è fatto solo il primo passo perché subito dopo bisogna prendere altre decisioni particolareggiate, ossia se è preferibile un analista junghiano dalla psicologia complessa o un freudiano che propende piuttosto per il pansessualismo, e in quest’ultimo caso se è preferibile uno di scuola viennese o svizzera o inglese dato che da noi la scuola americana pare non venga contemplata, e intorno a questi problemi si accendono discussioni anche animate che a me sepolto nei dolori in fondo a un letto sembrano discussioni per le onoranze funebri nell’anticamera di un moribondo, e in realtà a questa psicoanalisi mi sono convertito a scanso di peggio ossia senza convinzione profonda anche perché sull’argomento conosco solo quel poco che mi è giunto attraverso Svevo e se ho ben capito il risultato terapeutico della faccenda viene descritto come scarso nel divertente romanzo che parla di Zeno, e partendo da questa insufficiente piattaforma culturale è chiaro che non me ne frega niente di scuole e di tendenze l’unica cosa che pretendo è un uomo probo e onesto per Dio, ecco mi sembra proprio necessario trovare uno con queste qualità che tutti ben sappiamo quanto siano rare al giorno d’oggi mentre forse al tempo di mio padre non erano altrettanto rare, comunque conosciuto questo mio desiderio che è anche condizione sine qua non gli amici giovani psichiatri cominciano a parlarmi di uno che le qualità richieste sembra possederle perfettamente, e in più è competente nella materia tant’è vero che va a tutti i congressi internazionali freudiani si capisce dato che egli appartiene al ramo originario della scienza, e c’è da giurare che a Roma almeno se non in Italia tutta uno meglio di lui non si trova, insomma siccome io ormai non ce la faccio più ad alzarmi dal letto neppure nelle ore più floride dico che prendano un appuntamento con questo psicoanalista d’eccezione, e ci vado e mi trovo davanti un vecchietto poco alto di statura e tutto sommato miserello come corporatura il quale mi guarda sì in modo aperto e accattivante però mica sono uno alle prime armi che si lascia accalappiare da simili artifici che molti altri medici prima di lui hanno sfoderato al primo incontro, e inoltre questo qui solo per dirmi si accomodi tira fuori un bell’accento meridionale Dio santo sta’ a vedere che costui è terrone e io non sono preparato a un terrone, cosa mi aspettassi non lo so cioè ora lo so benissimo ma allora lo sapeva soltanto il mio inconscio il quale aveva la bella pretesa che quel vecchietto per niente alto di statura che già in sé come colpo d’occhio era una delusione parlasse almeno con una voce mitica, cioè per dirla chiara con la voce di mio padre nel mio perduto ricordo infantile, e siccome questo non accadeva in alcun modo ecco che mi sentivo pieno di scontentezza e perfino diffidenza e invece di ricambiare il suo sguardo aperto mi metto lì a fissare il piano della scrivania e in più mi tormento le mani e non so che dirgli si capisce, ma poi con improvvisa scontrosità e brusca voglia di mettere subito le cose in piazza gli confido che siccome mio padre per prima cosa sembra che mi abbia trasmesso il piacere dell’onestà sento il dovere di dirgli che io alla psicoanalisi non credo gran che, non più di quanto ci credesse Svevo ai suoi tempi in ogni caso, e che se mi vedeva lì davanti a lui era più per disperazione che per convinzione, una forma di resa senza dubbio, ma la meno pericolosa possibile dato il capolavoro che mi restava da scrivere […]» (pagg. 279-280-281)

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