mercoledì 9 aprile 2014

Cronache romane parte seconda. I libri al centro commerciale: Paolo Di Paolo, il corpo, i corpi

Paolo di Paolo e Roberto Ippolito



Nulla è cambiato. / Il corpo prova dolore, / deve mangiare e respirare e dormire, / ha la pelle sottile, e subito/ sotto – sangue, / ha una buona scorta di denti e di unghie, / le ossa fragili, le giunture stirabili./ Nelle torture di tutto ciò si tiene conto. / Nulla è cambiato. / Il corpo trema, come tremava / prima e dopo la fondazione di Roma, / nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo, / le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola / e qualunque cosa accada, è come dietro la porta. / Nulla è cambiato. / C’è soltanto più gente, / alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove, / reali, fittizie, temporanee e inesistenti, / ma il grido con cui il corpo / ne risponde / era, è / e sarà un grido di innocenza, / secondo un registro e una scala eterni. / Nulla è cambiato. / Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze. / Il gesto delle mani che proteggono il capo / è rimasto però lo stesso, / il corpo si torce, si dimena e si divincola, / fiaccato cade, raggomitola le ginocchia, / illividisce, si gonfia, sbava e sanguina. / Nulla è cambiato. / Tranne il corso dei fiumi, / la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai. / Tra questi paesaggi l’anima vaga, / sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana, / a se stessa estranea, inafferrabile, 7 ora certa, ora incerta della propria esistenza, / mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è / e non trova riparo.
Torture di Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura 1998

Con questo omaggio, letto da Ilaria Parisella, si è aperto il terzo incontro di «Libri al centro», presso Cinecittàdue.
Roberto Ippolito, prima di dare la parola a Paolo Di Paolo, ha ricordato come il giovane scrittore, appena trentunenne, sia stato tra i finalisti del Premio Strega del 2013 con Mandami tanta vita (Feltrinelli), romanzo sulla vita di Gobetti, opera che ha dimostrato come dietro i suoi libri ci sia sempre una quantità notevolissima di studio e documentazione. 
Il libro (nel cui retro di copertina sono riprodotti due versi della poesia di Wislawa Szymborska) di cui si è parlato durante la seconda giornata di «Libri al centro» è Piccola storia del corpo (Giulio Perrone), un viaggio all’interno dell’arte e della letteratura che vuole esplorare le modalità di rappresentazione, di percezione e di visione del corpo umano. Lo scrittore ha voluto indagare come il corpo è stato visto, osservato, percepito in tutta la gamma delle sfaccettature possibili. Un discrimine importante, ha sottolineato Ippolito, è segnato dall’apparizione dell’oggetto specchio. 
La volata è servita a Di Paolo per entrare nel vivo del suo volume: l’autore, infatti, ha esordito sottolineando come l’immagine riflessa sia concatenata all’uomo, che, a differenza degli animali, ha uno sguardo distanziante. Per esemplificare, ha fatto riferimento al dipinto di Caravaggio, conservato presso la Galleria Barberini di Roma, Narciso: lo sguardo del mitico giovane non è fisso, immobilizzato dalla tela, ma provoca nell’osservatore la sensazione che si stia svolgendo, sotto i suoi occhi, il momento del riconoscimento, l’incipit dello slancio d’amore per il corpo che porterà Narciso alla punizione divina. 
Lo specchio è già negli elementi naturali, ma l’oggetto vero e proprio entra nelle case borghesi soltanto nel sedicesimo secolo: la possibilità di guardarsi per intero ha avuto delle conseguenze e dei risvolti culturali e antropologici. 
Nell’Ottocento lo specchio arrivò anche negli strati più bassi della popolazione, suscitando stupore e meraviglia, descritte egregiamente in Malombra di Antonio Fogazzaro e in Nanà di Émile Zola. Soprattutto nel romanzo francese, ha notato Di Paolo, sentiamo il riconoscimento come corpo, come un qualcosa che si può vedere a distanza. Io sono il mio corpo, io ho il mio corpo. Questa visione della distanza è tutta spostata dalla parte della modernità. 

E proprio sull’accenno alla modernità, Roberto Ippolito ha messo sul tavolo il nome di Antonio Tabucchi. All’accenno al grande scrittore, Paolo Di Paolo ha svelato la genesi del volume in questione. Perché si decide di fare un’indagine sulla presenza del corpo nelle arti, consapevoli che il risultato sarà sempre impari rispetto alla potenziale bibliografia? Il corpo ossessiona da sempre gli artisti. Antonio Tabucchi scrisse, sul «Corriere della Sera», un articolo intitolato Le civiltà parlarono con il corpo, nel quale si insisteva sull’uomo vitruviano di Leonardo, inciso in un cerchio (da sempre simbolo di perfezione). Di Paolo ha deciso di riprendere il filo di Tabucchi, il quale vedeva un contatto magico tra la perfezione del Rinascimento e quella ellenica. Il giovane scrittore ha ricordato il David di Donatello: un corpo perfetto, bianchissimo, che suscita quella che può essere definita come la “sindrome di Stendhal”. Il corpo della statua, però, non coincide con l’ideale di perfezione ellenistica, se non altro perché non è colorato: il bianco, infatti, sarebbe la proiezione dell’immagine della perfezione secondo il Rinascimento. 
Leonardo ha disegnato un mondo di perfezione ideale, modellata sull’ideale ellenistico, ma non perfettamente pedissequa. 
L’idea del corpo varia in base alle epoche, alle culture dominanti, alle mode: Di Paolo ha ricordato come, fino a due secoli fa, il modello della bellezza fosse il corpo grasso. 
Facendo un salto nel tempo, proprio a proposito di mode, Roberto Ippolito ha fatto notare come il Settecento sia considerato dall’autore il secolo della cipria e delle parrucche. 
Di Paolo ha, dunque, spiegato che il diciottesimo ha inventato il trucco come un abbellimento, forse anche in relazione alla nascente considerazione del corpo dall’ottica erotica. Il Re Sole diventa l’emblema del corpo esposto. Anche il profumo è specificità settecentesca. 
Il corpo è una stratificazione di immagini e proiezioni di corpi, diverse tra loro, se non addirittura ossimoriche. 
A proposito di ossimori, Ippolito ha posto l’attenzione sulla definizione di Ottocento come secolo che ha sdoganato il brutto. 
Per Di Paolo, l’Ottocento è un secolo che ha provato attrazione per qualcosa che prima era laterale rispetto alla dominate ricerca di bellezza e armonia. 
Anche nel Medio Evo c’era il brutto (e il giovane scrittore non ha potuto tacere un ricordo del grande Le Goff, scomparso pochi giorni fa, il quale ha fornito le chiavi per scoprire il periodo medioevale, e per scardinare i luoghi comuni): ma il deforme aveva spazio solo nell’accezione grottesca e ironica. 
Ricordando Fosca di Tarchetti, l’autore ha sottolineato che l’Ottocento ha rappresentato l’attrazione erotica per la bruttezza. 
La provocazione di Ippolito non ha tardato: come si può parlare di corpo svestito e di corpo vestito, di moralismo e ossessione, e, allo stesso tempo fare riferimento ai Promessi Sposi?
Di Paolo ha definito il romanzo manzoniano come eccessivamente critico alla prima lettura, ma straordinario se letto a posteriori. Per lui è il romanzo del desiderio: i corpi sono vestiti, ma riescono a creare una tensione desiderante. Il corpo di Lucia è la molla del desiderio, pur nella sua totale pudicizia. L’Ottocento è un secolo di pruderie: ma dietro i troppi veli, c’è dell’altro. 
Solo il Novecento sarà in grado di scoprire le gambe dei romanzi: e la prima opera che mette in scena il corpo nudo (sia Nanà sia Madame Bovary, infatti, non avevano rappresentato pienamente il corpo nudo intriso d’eros) è L’amante di Lady Chatterley, dove l’apparizione dell’amante agli occhi della donna si rivela in tutta la sua unicità carnale. Corpo sensuale che sarà ripreso da Gabriele D’Annunzio. 
A questo punto, Roberto Ippolito ha sottolineato come sia difficile scrivere un romanzo dalla forte carica sensuale. E Di Paolo, in risposta, ha fatto notare come una volta spogliato il corpo ci sia poco da dire. E tutto il primo Novecento pullula di esperimenti che vanno in questa direzione allusiva. 
Ma la vera novità novecentesca è quella di guardare al corpo non più nella sua interezza, ma spezzettandolo: si pensi al naso che apre la scena del pirandelliano Uno, nessuno, centomila. Un membro isolato del corpo è in grado di deflagrare un’identità, perché l’immagine che l’uomo ha nella testa del proprio corpo non coincide con quella che ne hanno gli altri. E da questa dicotomia consegue lo sforzo della costruzione dell’immagine ideale. 

A proposito di spezzettare, Ippolito ha indicato una peculiarità di Piccola storia del corpo umano, ovvero la divisione in capitoletti, ciascuno dedicato a indagare una parte dell’anatomia, chiedendo il perché di questa scelta all’autore. Questi, nei limiti del dicibile, ha preso delle parti del corpo e ne ha raccontato le suggestioni letterarie e artistiche. Mentre il giovane scrittore era intento a spiegare le labbra di Nunziatella che tanto potere hanno nell’Arturo di Elsa Morante, Ippolito, con un fuori programma, ha invitato Ilaria Parisella a leggere le cinque righe dedicate al sedere, indagato attraverso le parole di Moravia. Il grande scrittore romano, per Di Paolo, è stato uno tra i più grandi raccontatori del corpo umano, in grado di rendere autonomo ogni membro anatomico (si pensi a Io e lui, in cui il protagonista dialoga con il suo pene). 
Di contro ai veli assenti di Moravia, Calvino non ha (quasi) mai descritto un corpo nudo, fatta eccezione, per esempio, per Palomar, dove la descrizione di un seno rientra nel paesaggio circostante. Forse perché il nostro corpo si inserisce veramente nel paesaggio, è un paesaggio. 
Ricordando un’intervista di Moravia a Claudia Cardinale, Di Paolo ha ricordato che le insistenti domande dello scrittore romano avevano indispettito l’attrice, la quale alla domanda «Quando la Cardinale è priva di vestiti chi è?», si era rifiutata di rispondere. L’autore de Gli Indifferenti aveva spiegato come egli fosse convinto che i vestiti siano il mondo, ma che dietro di essi ci nasconda un corpo. 
A proposito della Cardinale, Ippolito, facendo riferimento alla mostra «Vita da Strega» allestita all’ingresso della terrazza dove si svolgono gli incontri con gli scrittori, ha ricordato quando, nel 1961, alla finale del Premio Strega (che avrebbe vinto con La ragazza di Bube), Carlo Cassola si presentò con Claudia Cardinale, indicata come la protagonista del film tratto dal suo romanzo. La pellicola sarebbe, però, uscita due anni dopo. Questo aneddoto ha dato la possibilità a Di Paolo di spiegare come il cinema permetta la saldatura di un corpo (quello dell’attore) a un determinato personaggio. 
Il direttore editoriale di «Libri al centro» non ha nascosto la sua sorpresa per il capitolo dedicato ai capelli, di sole quattro righe. 
L’autore di Mandami tanta vita ha ammesso di aver proceduto per scelte e selezioni. I capelli avrebbero permesso di inventariare molti materiali, ma, alla fine, la scelta è caduta sull’immagine violentissima della montagna di capelli tagliati nei lager, dipinta da Primo Levi in Se questo è un uomo. Scelta che sottolinea come nel Novecento il corpo abbia assunto storicamente un aspetto tragico (e il riferimento immediato è stato alla tela di Carlo Levi, dei tardi anni trenta, Lager presentito, titolo ex post).
Il Novecento parla di una storia che non si può districare dai corpi delle vittime. 

Ippolito ha richiamato l’approccio al corpo di Dacia Maraini e Melania Mazzucco. Per Paolo Di Paolo, infatti, nella letteratura italiana le donne hanno dettato un magistero: le scrittrici hanno, infatti, insegnato molto sul sentire il mondo attraverso i sensi. La stessa Dacia Maraini ha parlato di cinque madri letterarie: Morante, Romano, Banti, Ortese e Ginzburg, tutte erroneamente etichettate sotto la denominazione (derivata da una critica fortemente misogena) di “letteratura femminile”. Le donne andrebbero riscoperte: lo scrittore ha portato l’esempio di Gina Lagoria, coraggiosa nel raccontare il suo stesso corpo “mangiato” dalla malattia. 
Roberto Ippolito ha sottolineato il fatto che tra qualche giorno esce il nuovo libro di Paolo, dedicato a una figura storica. 
Di Paolo, rivelando come i romanzi richiedano energia fisica, a differenza di un saggio o di un articolo di giornale, ha rivelato come la sua opera in uscita sia dedicata a Indro Montanelli, del quale racconta a ritroso la storia. Il giornalista, scomparso nel 2001, ha sempre diviso, esponendosi alla critica, per la sua indipendenza e libertà di pensiero. Lo scrittore ha sfiorato la sua vita nel momento in cui egli si stava spegnendo. Il giovane quindicenne scriveva molteplici lettere al grande giornalista, il quale, insospettito per lo strano nome del ragazzo, nell’aprile del 1998 lo chiamò a casa. Alla telefonata seguì un incontro. 
Montanelli è morto il 22 luglio del 2001, anno importante sia per l’imperversare a Genova delle contestazioni per il G8, sia per l’attacco terrorista dell’11 settembre: due importanti spartiacque. Il giornalista è morto congedandosi da un Novecento che si stava spegnendo a sua volta. 
E non casualmente il titolo del libro è Tutte le speranze

Dal pubblico, un signore ha espresso, implicitamente, a Di Paolo una curiosità e ha posto una domanda: «biograficamente di te non hai detto nulla» la prima; «un corpo nudo si racconta o deve essere raccontato?» la seconda. 
Il giovane scrittore, “punzecchiato” anche da Ippolito, ha risposto che il corpo si racconta da solo, perché ognuno di noi ha segni marcati, le rughe. Un corpo vecchio porta i segni e si racconta da solo: non a caso il lavoro fotografico più recente si è concentrato sul corpo vecchio, ribaltando il canone che voleva la rappresentazione della freschezza della gioventù. Un corpo imperfetto che si racconta è un corpo intenso, depositario dell’esperienza (e la citazione della parabola di Borges è stata immediata). Il corpo si racconta a nostra insaputa, misteriosamente mostra una parte di noi. 
Roberto Ippolito ha ricordato la curiosità del pubblico sulla «Di Paolo’s story». E lo scrittore ha rivelato come inizialmente volesse fare il disegnatore, ma che poi ha capito che non faceva per lui, senza perdere, però, la voglia di raccontare qualcosa. Ha, quindi, iniziato a scrivere, prima per giornaletti locali, poi racconti. 
La storia scolastica è, a dirla con le sue stesse parole, banale: un diploma di maturità classica, conseguito presso un distaccamento del Liceo “Augusto” ad Albano Laziale, e una laurea in Lettere presso la “Sapienza” di Roma. 
Nel 2003, grazie al Premio Campiello e al Premio Calvino (in entrambi finalista) ha avuto modo di incontrare personalità determinanti per la sua formazione come scrittore. 
A oggi scrive, consapevole della difficoltà del vivere di libri, di scrittura, la quale si deve declinare in una raggiera variegata. 
L’incontro, perfettamente circolare, si è chiuso con la lettura della poesia con cui si era aperto, che, come già ricordato, si trova sul retro della copertina del libro di Di Paolo. 

Forse perché il corpo, come la scrittura, è un microcosmo, con le sue imperfezioni, le sue rughe, i suoi segni di un’esistenza che marchia a fuoco chiunque decida di attraversarla. Un microcosmo circolarmente imperfetto: un cerchio che si chiude, ma mai del tutto. Perché ogni corpo, ogni scrittura, ogni cerchio necessita di una fessura da cui far entrare l’aria, sia essa storia, sia essa bellezza, sia essa dolore, sia essa gioia. 

Ilaria Batassa

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