sabato 12 aprile 2014

#CriticaLibera - I Comizi di Pasolini: quale amore?


Tra il 1963 e il 1965, in un tour italiano in compagnia di telecamere e microfono, Pasolini concepisce un format televisivo sui generis, non riconducibile ad alcun genere cinematografico specifico, piuttosto vicino – citando Moravia – al cinemaverità francese ma senza alcuna pretesa di rielaborazione artistica. Vediamo secondo quali sequenze cronachistiche si snoda questo filmato in due tempi con titolo Comizi d'amore (durata: 90' circa):

Primo tempo

Ricerche 1 - Grande fritto misto all'italiana. [didascalia: Dove si vede una specie di commesso viaggiatore che gira per l'Italia a sondare gli italiani sui loro gusti sessuali: e ciò non per lanciare un prodotto, ma nel più sincero proposito di capire e di riferire fedelmente.]
      Come gli italiani accolgono l'idea di film di questo genere?
      Come si comportano di fronte all'idea d'importanza del sesso nella vita?
    Ricerche 2 - Schifo o pietà?
Fine primo tempo [didascalia: (Vi consigliamo di approfittare dell'intervallo, per pensare a tutt'altro. Non c'è niente di più faticoso infatti che parlare del sesso – e il peggio deve ancora venire!)]

Secondo tempo
    Ricerche 3 - La vera Italia?
      Comizi nelle spiagge romane o il sesso come sesso
      Comizi sulle spiagge milanesi o il sesso come hobby
      Comizi sulle spiagge meridionali o il sesso come onore
      Comizi al lido o il sesso come successo
      Comizi sulle spiagge toscane (popolari) o il sesso come piacere
      Comizi sulle spiagge toscane (borghesi) o il sesso come dovere

    Ricerche 4 - Dal basso e dal profondo


Il materiale documentario comprende interviste ad alcune categorie di cittadini italiani contemporanei: proletari urbani e figli; contadini e figli; borghesi urbani e figli; a queste interviste in strada o sulla spiaggia o nelle campagne, si alterna il confronto con alcuni intellettuali, scrittori e giornalisti non in strada, non sulla spiaggia, non nei campi, a cui viene – per così dire – sottoposto il prodotto non grezzo ma già in parte scremato delle interviste. Si chiedono, inoltre, opinioni sull'argomento anche a personaggi dello spettacolo, attrici, cantanti e calciatori. 
L'argomento centrale su cui insistono le domande di Pasolini è una sua fissazione, il Sesso, attorno a cui ruotano altri argomenti-satellite (che altrove nella sua opera, invece, sono principali) come lo Scandalo, la Religione, la Prostituzione (la legge Merlin, con cui si chiudevano le cosiddette “case di tolleranza”, è del '58), il Matrimonio e il Divorzio (sul cui tema il Partito Radicale si era già mobilitato ma la cui introduzione nell'ordinamento giuridico italiano sarebbe avvenuta solo nel 1970), e il Femminicidio.

In genere le risposte delle persone comuni, si capisce bene, sono evasive e non dicono chiaramente. Quando incalza con le domande, Pasolini è indiscreto e masochista, ma è un'indiscrezione e un masochismo che travalicano l'esigenza dichiarata del film di scardinare il tabù sessuale: laddove, ad esempio, richiede un maggiore sforzo di approfondimento della risposta su argomenti come le “anormalità” sessuali, egli sa benissimo che genere di risposta otterrà, in ispecie da coloro che si professano “padri di famiglia” e dai soldati. Interviene, inoltre, negli intervistati incolti un timore quasi reverenziale dinanzi all'interlocutore, un uomo di cultura che certo dovevano sapere piuttosto discusso. Non così i bambini, che accolgono le domande come giochi davanti la telecamera, rispondono cioè per esibizionismo; e in parte le giovani donne e i giovani uomini incontrati nelle balere, che dimostrano una certa impudenza, che altro non è poi che una reazione uguale e contraria al tenore delle interrogazioni, una imbranata difesa della propria intimità che intuiscono come terribile. Sulla questione dell'anormalità sessuale, è dirimente l'intervista a Ungaretti. Il poeta delle trincee raffredda la smania di scandalo che riscalda lo stesso Pasolini:
Senta, ogni uomo è fatto in modo diverso, dico, nella sua struttura fisica e nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo fin dal primo momento; l'atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.
La anormalità è un fenomeno dell'umanità tutta, non riducibile al problema esclusivo di una biografia, non alla vita di Pasolini, non alla vita di un qualsiasi dongiovanni calabrese, non alla vita di una studentessa universitaria di estrazione borghese. Ma è un fenomeno che, nell'Italietta democristiana di quegli anni, non si pone di per sé come riconosciuto elemento di tutte le dinamiche sociali ed economiche. Sono ancora vibranti, d'altronde, i toni aspri – di un'asprezza che già più non è accoramento – de La religione del mio tempo (1961 – Alla nazione: Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo).

Perché la Mostra del cinema di Venezia ha deciso di segnalare Comizi d'amore tra “le 100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978”? Il documentario, che è una presunzione di realtà perché non intercetta tutta la realtà ma allude soprattutto all'Italia che ha preferito tacere, viene tradotto nella lingua del cinema d'autore soltanto in un secondo momento. Pasolini aveva altri progetti: stava girovagando per la penisola alla ricerca del luogo in cui girare il Vangelo secondo Matteo, quando maturò il proposito di misurare la temperatura della società sulle parole-chiave della sua esistenza violenta: dall'abnormità del conformismo nei postumi del miracolo economico alla prestoricità dell'eros e al fallimento della sacralità confessionale (Moravia taglia corto: “Cristo non s'è mai scandalizzato”). 
Tutte queste persecuzioni del poeta delle ceneri sono, ancora una volta, riconducibili al conflitto con il Sé medesimo, al disagio di dichiarare a questo Sé medesimo il "dramma" dell'omosessualità che è divenuta covo del disamore, (di “inversione”, lo ripete ossessivamente!), e poi di riscattarsi agli occhi della madre – che sarà la Vergine Maria nel Vangelo, ovvero l'incarnazione, definitivamente suggellata nel linguaggio dell'arte, della Pietà.
I Comizi sono comizi nel senso etimologico della parola: la gente si raduna attorno al giornalista, smaniosa di esporsi e non dire (che è un abito di distinta foggia italiana) o di esporsi e dire poco o niente, e il niente è tutto quello con cui sono stati equipaggiati, il niente come esercizio catechistico a non sconfinare in se stessi.
Guardare il film, di per sé, non apporta alcunché di rilevante o di rivelatorio; forse gli assidui frequentatori del giornalismo d'inchiesta vi attingeranno come a una discreta fonte di immagini di repertorio, ma i moralisti se ne laveranno le mani come una questione archiviata e superata da anni. Eppure così non è.

Andrea Gatto


Per approfondire: 
P. P. Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti (1972)
A. Ferrero, Il cinema di Pier Paolo Pasolini, Milano, Mondadori (1979)
M. Giori, «Parlavo vivo a un popolo di morti». Comizi d'amore, cinema-verità e film a tesi, in 'Studi Pasoliniani' 6 Pisa-Roma, Serra Editore (2012) pp. 99-112

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