venerdì 18 aprile 2014

Federico Fascetti: la mia voce, il mio fiato, la mia corsa, le mie parole

Tutti i chilometri che servono 
di Federico Fascetti
Fermento, 2012


Ci sono in noi infiniti segni che si sono incisi
e la memoria opera tra questi scegliendo misteriosamente,
forse secondo il senso che ognuno vorrebbe dare alla propria esistenza
(Giuseppe Zigaina)

Il sottotitolo del romanzo di Federico Fascetti potrebbe essere: «…e anche tutte le parole». 
Ed è strano per  un romanzo che si basa interamente sul non detto, sul taciuto, su muri che si ergono, continuamente, in un attrito incessante e che tende all’accumulo. 
Perché servono le parole, così come servono i chilometri? Perché entrambi sono una strada, un cammino, una fatica: ma, allo stesso tempo, anche un riscatto, un’accettazione del limite, e la volontà potenziale di superarlo. Le parole, come i chilometri, esigono una responsabilità, una scelta iniziale, un fiato che regga, un cuore che pompi. 
Ma i chilometri e le parole possono incontrarsi? E, in caso affermativo, dove? 
Il romanzo di Federico Fascetti fornisce un possibile luogo di incontro: la memoria, e la volontà di lasciare qualcosa di scritto, qualcosa che scava dentro, qualcosa che resta. 
In una conversazione sui generis con l’autore (eravamo seduti in una panchina soleggiata di fronte all’edificio B della Macroarea di Lettere e Filosofia di Tor Vergata) sono stati messi sulla graticola tanti argomenti, tra cui la genesi di questo romanzo. 
Una nascita tutta particolare, tutta personale, che parla d’amore, di un quaderno, di una matita e di ore spese a scrivere. Un manoscritto, nel vero senso del termine, che da piccolo anatroccolo è volato a Parigi, ad accompagnare, a fare da memorandum. Chi parte porta via anche una parte di chi resta: e se questo qualcosa fosse fissato dalla scrittura? Si espliciterebbe il connubio parola/chilometri. 
La parola sarebbe lo spazio della distanza che si assottiglia, quasi ad appiattirsi. Ma non si appiattirebbe mai del tutto. Perché? Perché uno scrittore bravo sa dare fiato, carne, anima alla propria opera. E Fascetti lo sa fare. 
La letteratura che piace a Federico, quella che vorrebbe fare, è quella che si sporca le mani con la realtà, che vi entra con tutta se stessa, che inciampa, si rialza, ma che sa anche rimanere distesa con una ferita sanguinante. 
É una letteratura che guarda ai contemporanei, così come ai classici, senza, tuttavia, uscirne leziosa, ma solo arricchita. In controluce si vedono i debiti, gli apporti di un canone tutto personale, il quale, però, viene manipolato alla luce delle proprie emozioni, della propria storia, del proprio vissuto. 
É una letteratura che usa una lingua semplice, non banale, immediata, icastica, visuale, priva di lirismi, totalmente aderente al mondo e alle sue sfaccettature.
Gli occhi del protagonista di Tutti i chilometri che servono, l’adolescente Alessio, sono quelli di Federico Fascetti. Le fatiche di Alessio, il suo affanno dopo le corse, il suo cuore capriccioso sono in Federico, e passano attraverso Federico. 

Avevo imparato che, per quanto potesse essere bastardo il terreno o tagliente la pioggia che ti rimbalza sulle guance, i piedi che metti uno davanti all’altro in una raffica di passi alternati sono sempre e comunque i tuoi, e a muoverli è la tua volontà. Che il mondo girasse storto, l’avevo capito da un pezzo. Ma almeno avevo trovato un sistema per raddrizzarlo, il mio spicchio personale. 

Alessio trova il suo spicchio personale nel correre, nonostante la medicina e la famiglia glielo avessero proibito; Federico trova il suo spicchio personale nella scrittura, microcosmo in fieri che accoglie tutte le sue passioni: lo sport, la scuola (Fascetti è un insegnante), la letteratura, le parole, la creatività. E ogni virgola, ogni pausa, ogni parola non è casuale in questo romanzo, che, sbagliando, si potrebbe considerare di formazione. Indubbiamente c’è un percorso formativo, ma, in realtà, l’istanza più profonda è un’altra: 
E poi, ripensando a quel momento meraviglioso, tutt’oggi sono convinto che sia stato più bello così, che il sapore di una rimonta incompiuta sia più intenso di quello di una qualsiasi vittoria. C’è una dignità, nella sconfitta, che i vincitori non riusciranno mai ad apprezzare; al massimo potranno invidiarla.
Alessio sta per vincere la gara che aveva voluto con tutte le sue forze: eppure, lascia che il campione in carica resti imbattuto. Perché non lo ha superato, perché non ha voluto provare l’ebbrezza di tagliare il nastro per primo? 
Forse perché il suo percorso è stato costellato di persone che hanno fatto del compromesso il vero aspetto formativo della realtà: la madre, donna abbandonata dal marito, che quotidianamente convive con la malinconia e con i muri; Grigio, bidello dal passato glorioso nell’atletica, che si è allontanato dallo sport dopo il grave incidente del figlio, e che intravede in Alessio quello scintillio perso in lui; la nonna, personaggio strambo, ma profondo, icastico, presente anche nell’assenza, che ha deciso di mettersi in un angolino del mondo e osservare, in silenzio; il padre, che ha rincorso una felicità giovanile, preferendola al canone familiare; Cratere, il nemico, poi amico, poi nemico, e infine amico di Alessio. 
Sono personaggi che sono arrivati secondi, e non perché non volessero vincere, ma semplicemente perché si sono resi conto che la vita implica anche una rimonta incompiuta. 
Forse il fatto di non essere capiti - o comunque di non esserlo appieno - è la maledizione che si porta appresso chi ha avuto in dono dalla natura la passione per qualcosa di immateriale: le parole, appunto. Se non sbaglio, era proprio Carver a dire che le parole sono tutto quello che abbiamo e, dunque, usarle nel modo giusto è un dovere. Usare le parole significa viverle, farle nostre, respirarne l'essenza fino in fondo. Un compito non semplice, una ricerca perennemente inappagata e una buona dose di malinconia sono tutto ciò che spesso torna indietro... Naturale che, per molta gente, questo sia più che altro un giochetto mentale. A ogni modo, sono convinto che non saprei vivere diversamente da così neanche se mi sforzassi con tutte le mie forze: non troverei il senso. Hai ragione quando dici di non abbattersi. È una lezione, purtroppo, che ho dovuto imparare a mie spese e non soltanto nel campo della scrittura: bisogna andare avanti a testa bassa e caricare fino all'obiettivo, con onestà ma anche con incrollabile determinazione. Tanto rimane vero che, se non siano noi i primi a credere in noi stessi, nessuno lo farà al posto nostro. Lo dico a te, ma, in fondo, è pure a me che lo devo ricordare.
Non sono parole di Alessio, di Grigio, di Cratere, o di altri personaggi di Tutti i chilometri che servono. Non sono nemmeno parole di Federico Fascetti narratore. É la voce di Federico Fascetti uomo. 

Ilaria Batassa

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