martedì 15 aprile 2014

La crociata in Terra Santa parabola del viaggio verso se stessi


Il Pellegrinaggio
di Tiit Aleksejev
Atmosphere Libri, 2013

€16,00

Il pellegrinaggio, già per i primi cristiani, era simbolo di un viaggio spirituale, condotto presso la città santa, nella speranza di rivivere con la fede i luoghi in cui era nato e vissuto Cristo. Divenne un'usanza fissa a partire dal 313 d.C. con l'editto di Costantino, e con la libertà di culto nell'Impero Romano. Tanti erano gli esempi presenti all’interno del Vecchio e Nuovo Testamento, e il rituale del mettersi in viaggio, da parte del peregrinus o homo viator (termini molto simili ma con implicazioni diverse, il primo era colui che si recava fuori dalla città e da straniero cercava di trovare il “suo” cammino, il secondo si metteva in viaggio con una missione personale, un compito che a lui era stato affidato e che doveva portare a termine), inizialmente era solo un fenomeno individuale. Verso la fine del primo millennio, invece, prende corpo il pellegrinaggio collettivo, mentre addirittura nel VII secolo si cominciò a prescriverlo come pratica votiva, come penitenza per i peccati mortali. Nel corso del secolo XI, dall’Europa i pellegrini si recavano in Terra Santa e considerando i benefici economici portati dalla loro venuta, durante il dominio dei califfi Abbasidi di Baghdad, i cristiani erano liberi di visitare i luoghi santi; sbarcando ad Haifa, si recavano così a Gerusalemme. Ma nella seconda metà dello stesso secolo i turchi Selgiuchidi si impossessarono della regione ed iniziarono le stragi.
 Il 27 novembre 1095, decimo giorno del Concilio di Clermont, con lo scopo di liberare la Terra Santa dagli infedeli, papa Urbano II indisse quindi un “pellegrinaggio armato”. Il Papa chiedeva al popolo cristiano d'Occidente di prendere le armi per aiutare i cristiani d'Oriente. 
La peregrinatio propone dunque sia un significato religioso, sia uno militare, riferendosi anche all’esercito crociato in corpore. Il libro di Tiit Aleksejev parla di questo, del  pellegrinaggio della prima crociata, considerando che, in aderenza alla tradizione storica, la parola “crociata” comincia ad essere utilizzata solo duecento anni dopo la caduta di Gerusalemme. Lo fa con cognizione di causa e con un’accurata ricerca linguistica, filologica e storica, tanto che al romanzo è stato tributato nel 2011 il premio dell’Unione Europea per la letteratura. In Italia il libro arriva nel dicembre 2013, grazie alla Atmosphere Libri e con la traduzione di Daniele Monticelli.
La prima crociata vide la partenza di intere schiere di pellegrini armati che gridando “Deus Vult” (Dio lo vuole o è volontà di Dio), si recarono in Terra Santa, attraversando città incantevoli e non disdegnando di passarle a ferro e fuoco per sfamare il loro appetito e conquistare bottini preziosi. Il 21 ottobre 1096 i Selgiuchidi sterminano la crociata dei poveri, ovvero di coloro, che per rispondere alla chiamata si erano messi con pochissimi mezzi in cammino verso la Terra Santa. In pochi raggiunsero le forze di Goffredo di Buglione, giunte nel frattempo a Costantinopoli. Il romanzo di Aleksejev racconta delle imprese dell’esercito dei signori, in particolare degli uomini guidati da Raimondo di Tolosa (al cui servizio è il protagonista, prima da semplice servitore, infine da cavaliere) e dal conte Boemondo, condottiero dei Normanni d’Italia, che scontrandosi in battaglie storiche con il basileus Alessio I, passando attraverso Costantinopoli, l’assedio di Nicea, la battaglia di Dorylaeum, arriva ad assediare Antiochia, fino alla sua caduta, nel giugno 1098. Ogni tappa vedrà una crescita del protagonista e in ogni città Dieter troverà o perderà qualcosa, che sia l’amicizia, la virtù o l’amore, questo poco importa. 
In questo romanzo, definito da molti “romanzo di formazione”, ogni parola, ogni metafora, ogni concetto riesce a ricordare l’esegesi cristiana e gli exempla latini. Grande è l’uso dei segni, visto che, come è noto, nell’epoca medievale le immagini erano il linguaggio privilegiato. A partire dal nome del protagonista, Dieter, che in tedesco è formato da due radici: popolo ed esercito; il suo insieme vuol dire guerriero del popolo.
La sua vita ricalca quella dei grandi animi, dalle origini umili, orfano e adottato da un fabbro, all’incontro con Raimondus, che gli farà scoprire il mondo ma soprattutto incarna quello strano simbolo di vita e morte che gli era apparso in sogno. Due linee, l’impugnatura di un pugnale, due serpenti uniti, che infine si chiamerà croce per chi scopre nello stesso momento la parola Dio. Questo libro è una parabola umana, una ricerca profonda di senso che investe il protagonista mentre cerca qualcos’altro, un po’ come avviene nella vita di ognuno di noi, e questa ricerca lo cambierà profondamente.
Era come se la forza protettrice delle reliquie si fosse distesa sull’intero pellegrinaggio, l’aria era leggera, il sole splendeva sulle correnti del Bosforo, che rotolavano pesanti e unte, come si trattasse di mercurio piuttosto che di acqua marina. E se ora ripenso a quei giorni, ciò che mi viene in mente è proprio quella sensazione di serenità. La serenità che ci prende quando seguiamo una bianca colomba sempre più in alto nel cielo, fino a quando non scompare allo sguardo. Dimenticando che il destino della materia è cadere e farsi polvere, che il Signore trasforma persino al pioggia in polvere e ci cade addosso e scompariamo
Ma quella del cavaliere è anche una continua ricerca di verità, nel ribaltamento di prospettiva che dona un senso nuovo all’incontro con l’altro, rendendo il protagonista peregrinus nella terra straniera ed egualmente homo viator per volontà di chi l’ha inviato in missione (sostantivo che non a caso deriva dal verbo mittere - ovvero mandare) e rendendoci partecipi del suo stupore nei vari incontri che farà durante il cammino, come quello con l’ebreo Mecharim:
"E decideste di recarvi in paesi lontani. Per uccidere le persone e assoggettare tutti quei regni che non si inchinano al Crocifisso. E diceste: è cosa buona e giusta, ma prima uccidiamo gli ebrei. Uccidiamoli tutti, dai neonati ai vegliardi”. “Menti nuovamente!” dissi. “Nessuno ha detto questo”. “Ma è quanto accadde. E quando i figli di Israele che vivevano nel paese dei Franchi udirono quanto era accaduto, furono presi dal terrore. Mandarono messaggi a tutte le comunità in riva al Reno, avvisandoli di digiunare e pregare l’onnipotente e di prepararsi per le sciagure che stavano per abbattersi su di noi. E i capi delle comunità, gli stessi che sono denominati colonne di saggezza, risposero: “Abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere. Preghiamo per voi”. Ma per se stessi non tremavano, perché credevano che, per giungere in Teutonia, i crociati avrebbero avuto bisogno di pane e di frutti e probabilmente anche d’argento, e con tutto ciò sarebbe stato possibile pagare il proprio riscatto. Così come è detto: servite il re di Babilonia e vivrete.”
Tante prospettive in una, tanti significati che convergono verso un’unica meta. Per un gioco di rimandi morali il significato pregnante del libro è già svelato nelle parole che il protagonista, accompagnandoci dentro la narrazione, svela nelle prime pagine; un vademecum al vero viaggio che è in ognuno di noi, quello che ci porta ad affrontare le prove della vita, con una consapevolezza: 
La vera casa è quella verso cui le persone sono in viaggio. Quella che portano nei loro pensieri. Nei miei c’è la città che abbiamo riconquistato agli infedeli. Essa è per me in tutte le cose e ovunque.

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