martedì 8 aprile 2014

Cronache romane parte prima. I libri al centro al Centro commerciale: Marco Lodoli e «Vapore»



Lodoli, Ippolito e Ciccaglioni
Cinecittà si tinge di pagine, di parole, di scrittura: la lodevole iniziativa «Libri al centro. Una settimana con gli autori a Cinecittàdue» ha preso il via lunedì 7 aprile e proseguirà sino a domenica 13 aprile. Libri al centro come cardine di un discorso non meramente letterario, ma anche antropologico, sociale e culturale latu sensu. Libri al Centro, perché gli scrittori, i volumi escono dai loro “luoghi deputati” e invadono uno spazio non convenzionale, insolito, ma altrettanto vivo e dinamico, forse vero specchio della società: un centro commerciale, nello specifico quello di Cinecittàdue. 

Libri in dialogo, autori parlanti (e non solo scriventi), interagenti, disposti a fare due chiacchiere con gli addetti ai lavori, ma anche con le persone che si trovano lì per caso: una cultura che parla di sé, che fa il (provvisorio) punto della situazione. Ma anche una cultura che si mostra, che si fa immagine. Infatti, non appena si salgono le scale che portano alla terrazza del terzo piano del centro commerciale, si può vedere la mostra fotografica, realizzata dall’Archivio Riccardi e curata da Giovanni Currado, «Vita da Strega»: una scelta di immagini, in bianco e nero, che ripercorrono le tappe più importanti della storia del premio letterario, che, da poco, ha ufficialmente dato il via alla sessantottesima edizione. 
Le forbici per tagliare il filo d’inaugurazione sono state impugnate da Roberto Ippolito, scrittore e direttore editoriale della manifestazione, e da Marcello Ciccaglioni, presidente dell’Associazione Commercianti di Cinecittàdue e del gruppo Arion. Entrambi hanno sottolineato l’eccezionalità dell’evento: il centro commerciale, infatti, svela durante questa settimana un lato inedito, più umano se si vuole. Lo scopo è quello di veicolare il messaggio che si deve ricomprendere la centralità della lettura e anche dell’oggetto libro. Un luogo come un centro commerciale ha tutte le carte in regola per diventare lo spazio deputato alla creazione di condizioni per incontri vivi nella società civile, senza l’intermediazione delle istituzioni “canoniche”. L’iniziativa «Libri al centro» si prefigge di lanciare un messaggio ben preciso, che è quello di reagire all’appiattimento culturale, alla noia, alla considerazione che la cultura sia, ormai, un “fatto elitario”, chiusa nella torre d’avorio di biblioteche polverose o di aule universitarie. L’arte si può incontrare in ogni angolo della strada: basta saperla riconoscere e accogliere come un qualcosa che dà e non toglie nulla. 

Il primo scrittore che ha dato voce alla carta stampata è stato Marco Lodoli, il quale, prima di parlare del suo libro Vapore (Einaudi, 2013) ha voluto esprimere alcune considerazioni relative a «Libri al centro». 
Lodoli ha sottolineato come la letteratura, e l’arte in generale, debba uscire dalla dimensione facilmente moralistica. Il centro commerciale è indubbiamente un luogo di esposizione e vendita della merce, ma, se si guarda all’oggi, ci si rende facilmente conto come esso sia anche lo spazio dove scorre la vita: esso, infatti, non è più, e forse non lo è mai stato, un insieme di vetrine, ma uno spazio di persone, di sentimenti, della gamma diacronica di emozioni eterne. Lo scrittore ha fatto notare come nei suoi libri vi siano sempre personaggi portatori di una marginalità, che si oppone alla centralità borghese (non si dimentichi che Lodoli è professore in un istituto della periferia di Roma). 

Per l’autore, infatti, il centro commerciale, il grande raccordo anulare (si ricordi che un suo romanzo porta il titolo di Grande raccordo - Bompiani, 2000 -), così come la letteratura, sono in grado di abbracciare tutto, le diversità, il bello, il brutto, il triste e il felice, in un modo altro, non canonico, non duale. In questa prospettiva il brutto non esclude più il bello (e viceversa), ma c’è un’accoglienza dell’uno nell’altro e una convivenza pacifica, che si nutre, anzi, dell’ossimoro inevitabile. 
Per Lodoli, il centro commerciale (ma anche il grande raccordo anulare) non è la fiera dell’impersonale, ma uno spazio in cui scorre la vita di persone che, anche solo per un attimo impercettibile, fanno incontrare le loro individualità. Per fare in modo che la cultura esca dai luoghi solitamente deputati, e si ponga come un fatto di crescita collettiva, bisogna cominciare a togliere le etichette, a vivere non con i compartimenti stagni, ma spalancando le finestre anche all’insolito e al diverso. 
L’auspicio di Lodoli è che la cultura sia in grado di sapersi scontrare e incontrare con la contemporaneità, con la bellezza, con il fremito e con la sporcizia del presente. 

Beha e Roberto Ippolito
Dopo questo breve e appassionato appello, Vapore ha occupato la scena, ponendosi al centro della conversazione. Marco Lodoli ha iniziato ponendosi una domanda: di cosa si parla quando si parla di letteratura? Per lo scrittore la letteratura è un qualcosa di vaporoso, che sfugge: la sua generazione, ha ricordato, faceva largo uso del «cioè», sottintendendo una volontà di spiegare tutto, a trecentosessanta gradi. La generazione di oggi, e il riferimento non può andare ai suoi studenti, tende a usare l’avverbio «praticamente» (anche per spiegare l’Infinito di Leopardi), per la necessità di un rimbalzo immediato della pagina letteraria sul loro “qui e ora”. 
E il carattere ineffabile del “fatto narrativo” è insito nella definizione stessa che Lodoli dà delle sue opere (a partire da I Fannulloni - Einaudi, 2005 -): ovvero delle «favole contemporanee», le cui ultime tre (Sorella, Italia, Vapore) formano un trittico ben preciso. 
Roberto Ippoliti ha fatto notare come le tre ultime favole abbiano al centro una donna di età avanzata. In risposta, Lodoli ha spiegato come, secondo lui, la vita, per un certo periodo, tende ad accumulare, ma poi vira verso lo “sbaraccare”. Il perché è racchiuso nel fatto che per l’uomo, in fin dei conti, è l’ultima storia quella che conta davvero, quella che lo identifica, perché è la sua. 
La professoressa di Vapore è mossa dalla volontà di recuperare il mistero della sua vita. Il pretesto narrativo per dare il via al percorrere del “viale dei ricordi” è la visita di un giovane agente immobiliare che vuole vendere la sua casa in campagna. L’anziana signora e il giovane trascorrono le giornate su una panchina di fronte alla casa in attesa di acquirenti, che, pur arrivando, non comprano. Il motivo delle vendite che non vanno in porto è la pignoleria dell’agente immobiliare, il quale pretende che la casa, per essere veramente venduta, debba essere prima svuotata. Lo scrittore ha fatto notare come svuotare una casa significhi svuotarla della storia che la occupa. 
Roberto Ippoliti, in un sapiente gioco di controcanti, ha fatto notare come, nella professoressa, sia ravvisabile una paura della memoria che va perdendosi con il tempo. 

Marco Lodoli e Roberto Ippolito

Lodoli ha sottolineato come le sue narrazioni non siano popolate di molti personaggi (Vapore racconta la storia di una piccola famiglia, composta da tre membri), perché egli predilige la semplicità. Per lui l’arte è una forma sacra, quasi religiosa, di risposta alla solitudine dell’uomo. La risposta dell’arte italiana, tuttavia, presenta una peculiarità rispetto alle altre culture: quella della convergenza prospettica verso un punto di fuga, che non complica, ma semplifica. Per chiarire l’affermazione, ha portato l’esempio dei grandi geni della pittura italiana (Leonardo in primis) che, pur dipingendo con tecniche raffinatissime, mosse da istanze complesse, hanno dato vita a quadri coronati, per esempio, da una Madonna con in braccio il Bambino; e ha richiamato la celebre definizione di Brancusi per cui la semplicità è una complessità risolta. 
Le favole romane di Lodoli, per sua stessa ammissione, vogliono arrivare a un punto esemplare e assoluto.
Il controcanto di Ippoliti non ha tardato: egli, infatti, ha fatto notare come la professoressa di Vapore apra la porta all’agente immobiliare per dimostrare di non avere paura.
A questo punto, venendo meno alla sibillinità che di solito connota gli autori, Lodoli ha messo l’accento su un particolare: la professoressa si chiama Maria, l’agente immobiliare Gabriele. E non ha aggiunto altro, e, forse per non dare il tempo agli ascoltatori di fare “due più due”, ha iniziato a parlare della struttura “ariosa” del romanzo (l’elemento dell’aria ricorre spesso nella sua narrativa: basti pensare al titolo di un romanzo, edito da Einaudi nel 2006, Bolle). La scrittura (e l’arte in generale), per l’autore romano, infatti riesce a creare quel punto invisibile di passaggio tra il tempo della contingenza e l’eternità. Nell’attraversare il valico, quello che si sa si sbriciola, e si apre per mostrare l’immensità del cielo. 
E, tornando sul “sistema dei personaggi”, lo scrittore ha lasciato trapelare come il giovane agente immobiliare, in fin dei conti, sia qualcosa di più, un qualcuno che già sa la storia della professoressa Salviati. 
Nel botta e risposta, Ippoliti ha posto l’accento sulle altre due figure presenti nel romanzo: il marito di Maria, scomparso (non per morte) da circa trenta anni, e il figlio.
Rispondendo alla (implicita) domanda del suo interlocutore, Lodoli ha ammesso che Vapore, nome del marito della professoressa, sia il personaggio portatore della sua cifra estetica: l’uomo, infatti, è un mago, un cialtrone, un inaffidabile, ma che ha la grazia di saper far ruotare per aria tre palline. É l’immagine dell’arte circense, dei funamboli, esemplare, secondo lo scrittore, nei quadri di Picasso. 
Il lettore è messo dall’autore, volutamente, di fronte a un ossimoro: come può una professoressa di chimica sposare un mago, un uomo che è tutto dalla parte della poesia? 
Citando Simone Weil, Lodoli ha fatto notare come la pesantezza sia necessaria alla grazia: se manca l’aria in un canotto, questi sarà destinato a sgonfiarsi. Il mondo (pesantezza) così com’è non basta: la cultura (grazia) serve a portare energia, fantasia, a costruire mondi paralleli, ad ampliare la nostra piccola stanza. 
Tornando ai personaggi, lo scrittore parla del figlio, Pietro (altro nome “spia”) nato dall’unione di Maria e Vapore, e altro motore dell’intera vicenda. In relazione a questa figura “socialmente impegnata”, Lodoli ha ripercorso i tre mondi descritti negli ultimi tre romanzi. Se Sorella esplora il cattolicesimo, se Italia disegna l’ambiente borghese parafascista, Vapore guarda al mondo degli anni Settanta. Pietro, infatti, è mosso da una particolare sensibilità verso le ingiustizie del mondo: egli ama profondamente suo padre, al quale rivela di aver abbracciato la “fede” comunista. 
In chiusura, Lodoli ha posto l’accento su un dialogo tra Pietro e Vapore: il figlio chiede al padre se si è mai accorto dell’ingiustizia che permea il mondo. Vapore risponde che sa, che è consapevole, che vede il male, l’orrore, il malessere del mondo. Ma che, nonostante ciò, egli è felice. E per definirlo, lo scrittore prende in prestito le parole di un giovane cantautore, Vasco Brandi, il quale, in una sua canzone, si definisce «felice da fare schifo». 
Lodoli non conclude, forse perché non c’è una conclusione a tutto quello che è riuscito a esprimere in un limitato lasso di tempo. Ma, in maniera lapidaria, afferma che Vapore ha scelto di contrapporre la fantasia al meccanismo arrugginito del mondo. 

E, forse, i libri servono proprio a questo: a volare in un cronotopo altro, diverso, impensato. Ma servono anche a tornare alla realtà, senza la pretesa di cambiare il meccanismo. Forse, a mettere semplicemente un po’ d’olio su quello vecchio. 

Ilaria Batassa

Ringraziamo Libri Come per la gentile concessione delle immagini presenti nell'articolo! 

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