lunedì 28 aprile 2014

1914, i retroscena e i passi falsi che portarono alla Grande Guerra

1914
di Luciano Canfora
Sellerio

€ 12 

Il titolo è essenziale e racchiude in sé l'intera trama: "1914". Il volume pubblicato da Luciano Canfora per i tipi Sellerio è un'opera al contempo semplice e complessa: dedicato alle cause della Prima Guerra mondiale, si legge facilmente nonostante sia un preciso e puntuale percorso che analizza tutti i motivi - e non uno - che portarono il mondo nel baratro della Grande Guerra.

Con questa nuova edizione, nel centenario del primo grande conflitto mondiale dell'ultimo secolo, Canfora cattura il lettore grazie a una scrittura attuale e prossima che racconta e analizza vicende solo apparentemente lontane nel tempo. Se infatti il 1914 da molti è considerato un anno cruciale e di svolta, lo storico mette in evidenza come la Prima Guerra mondiale sia stata in realtà una tragedia iniziata già nel 1904-1905, con la guerra russa contro il Giappone che sul fronte interno portò alle conseguenze di sangue del 1905. Un "intreccio", come lo definisce lo stesso Canfora, che si "ripresenta" nel 1917.

Nel 1870-71, invece, la Francia aveva perso l'Alasazia e la Lorena, finite in mano tedesca. Il tutto senza dimenticare i conflitti europei che covavano in Africa dove le grandi potenze si stavano spartendo le risorse minerarie di territori come il Congo (che non a caso ancora oggi viene spesso chiamato Belga): "la spartizione coloniale - ricorda l'autore - è pienamente in atto negli anni che precedono immediatamente la guerra". 

Per non parlare di quella Lega balcanica - Serbia, Bulgaria, Montenegro e Grecia - che già nel 1912 e sotto la pressione russa, dichiarano guerra al "grande malato", l'Impero Ottomano. Salvo poi, nel luglio 1913 (un anno e un mese prima dell'inizio ufficiale della Prima Guerra mondiale) dividersi, con la Bulgaria che attacca a sorpresa Grecia e Serbia, scatenando la reazione della Romania. In quegli anni nasce anche un altro Stato: l'Albania. La brace, dunque, covava già sotto la cenere molto prima del 1914. 

Eppure, scrive Canfora, fino all'ultimo i principali attori che hanno avuto una parte nel grande conflitto mondiale avrebbero potuto scegliere la via della pace e rinunciare alla guerra. A quel massacro di massa - spiega lo storico - si arrivò "per progressivi scivolamenti". Quasi che tutti - dall'opinione pubblica, alla politica, a quegli intellettuali (vedi certo Futurismo nostrano) che predicavano la guerra come "igiene del mondo" - congiurassero per trascinare l'Europa nel conflitto.  

Cruciale, in questo senso, l'attentato a Sarajevo del 28 giugno 1914 ai danni dell'erede al trono d'Austria (alleata della Germania, nella Triplice con l'Italia), l'arciduca Francesco Ferdinando. Nel libro Canfora ricostruisce tutti i retroscena dell'attentato, raccontando come già nella mattina di quel 28 giugno un tipografo serbo di nome Kabrinovich avesse lanciato contro il corteo reale una bomba a mano che aveva ferito due soldati. A quel punto, in occasione della visita che si sarebbe tenuta di lì a poche ore, l'arciduca aveva chiesto di cambiare il tragitto rispetto al percorso ufficiale, in modo da scongiurare altri episodi analoghi. La polizia però, stando a quanto racconta Canfora, contravvenne inspiegabilmente gli ordini, non chiuse le strade e guidò il corteo lungo il percorso originario. Quando il sindaco della città si rese conto dell'errore, però, era troppo tardi: due colpi di pistola avevano già ferito a morte l'arciduca e la moglie. A sparare il serbo Gavrilo Princip.

Secondo Canfora qui avviene il cortocircuito storico che ancora oggi dura. Non fu infatti quest'attentato a scatenare - da solo - il conflitto. Fu l'Austria in primis che inviò alla Serbia un ultimatum della cui risposta neanche si interessò, dichiarando guerra poco dopo. E questo è tanto vero se si pensa che una manciata di ore dopo aver consegnato l'ultimatum al governo serbo, l'ambasciatore austriaco aveva già lasciato la città: qualsiasi risposta - e ne arrivò effettivamente una, anche quasi del tutto conciliante con le richieste austriache - non avrebbe trovato alcuno a riceverla. 

Che quello dell'attentato all'arciduca sia stato un mero pretesto, lo dicono anche le perplessità austriache - che emergono con chiarezza da una lettera del conte Tisza al sovrano - circa l'opportunità di una guerra. "Non abbiamo fin'ora - si legge nella missiva - dati sufficienti per fare responsabile la Serbia e provocare, ad onta di eventuali spiegazioni del governo serbo, una guerra contro quello stato".

Stando così le cose, dunque, la classica vulgata diffusa circa la "colpa tedesca" è in gran parte un alibi storico. "La responsabilità tedesca - scrive Canfora - è un alibi comodo, patriottico, ma certamente un alibi. La nostra riflessione ci conduce documentariamente alla conclusione che c'è stata una convergenza di responsabilità sostanziali, che si è intrecciata con casi fortuiti, contrattempi, ritardi, consegne di ultimatum e così via. Ma c'è una responsabilità collettiva profonda". Per non parlare poi delle responsabilità degli allora dirigenti dei partiti socialisti nei diversi Paesi che avrebbero di lì a poco preso parte al conflitto: smentirono se stessi e in molti casi sostennero l'intervento.

Passando per i retroscena sull'invasione del Belgio, sul ruolo dell'Italia e di Mussolini (compromesso, pare, con i servizi francesi durante la sua militanza socialista prima della guerra), Canfora ripercorre una carrellata di eventi, coincidenze e responsabilità tracciando in modo veloce e immediato i tratti principali di un panorama complesso: gli anni, i mesi e i giorni immediatamente precedenti la Grande Guerra.

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