mercoledì 26 marzo 2014

«Figli dello stesso padre» di Romana Petri: la prospettiva anticata

Figli dello stesso padre
di Romana Petri
Longanesi, 2013

pp. 297



«Ciò implica che l’interiorità umana non si costituisce e non comincia a divenire cosciente di sé se non a contatto della resistenza del mondo eterno». 
Sembrerebbe che Romana Petri avesse presente la frase di Jean Starobinski (L’occhio vivente) quando ha cominciato a pensare al suo romanzo, Figli dello stesso padre. Una «profondità della superficie», per dirla alla Savinio, che spalanca al lettore un mondo senza tempo, un cronotopo a sé stante, in cui il classico coesiste con il moderno e il contemporaneo, in cui il mito si fa quotidianità, in cui il coro, preso in prestito dalla tragedia greca, può chiosare l’azione dell’uomo del Duemila. Una continua corsa, a perdifiato, lungo i sentieri costellati di alberi genealogici, di fallimenti presunti e reali, di figure, di metafore, di ellissi, di apocrifi, di non detto, di troppo detto, di implicito, di esplicito. 
La scrittrice gioca sempre in bilico tra l’idea comune, il topos, e la realtà, che infrange le illusioni e gli idilli, ma è anche in grado di ricostruirli: attraverso una catabasi necessaria. È forse per questo che il romanzo poco ha di sperimentale: un romanzo ottocentesco, verrebbe da pensare, ma consapevole delle istanze, delle lacerazioni, ma anche delle gioie del Novecento. Un romanzo di debiti, a partire da Omero per finire con Tabucchi: ma il debito diventa anche il limite oltre cui spingersi. E l’oltre di Romana Petri è la sua scrittura androgina, a grado zero, che permette ai lettori di ambo i sessi di fruire delle parole nella loro essenza, di dialogare con i personaggi che escono dalla carta, perché, in fondo, hanno qualcosa di tutti. Una scrittura neutra, ma al tempo stesso elegante e raffinata: Romana Petri nomina rarissimamente i colori. Forse perché li dipinge con le parole, anche quando non sono necessari alla scena. 

E la trama si gioca tutti sul rapporto più elementare, più semplice: quello della famiglia. Emilio e Germano sono due fratelli nati dallo stesso padre, ma da madri diverse: il loro rapporto difficile e contrastato li ha portati a scelte di vita radicalmente diverse. Emilio vive a Pittsburgh dove insegna matematica: la sua fisionomia, minuta e regolare, è specchio del suo carattere votato ai numeri e alla famiglia. Germano, scapolo per scelta, o meglio per rifiuto di legami, è un artista romano, disordinato, caotico, chiassoso. 

Il loro comun denominatore è un padre ingombrante, senza certezze (nemmeno quella dell’incertezza, direbbe Borges), egocentrico, incostante: abbandona prima la madre di Germano, poi quella di Emilio, innescando un circolo vizioso di sensi di colpa e di addossamenti reciproci. 
Germano, infatti, vede in Emilio la causa del divorzio dei genitori. Il tempo passa, e un giorno il fratello artista decide di invitare il fratello matematico a una sua mostra a Roma: il fulmen in clausola è in incipit. Una scrittura e una narrazione a spirale porteranno il lettore in un viaggio di catabasi e di catarsi. Il finale non può essere tragico: perché la tragedia si consuma, ma non può perdurare per sempre. Perché arriva la resa dei conti. Arriva la resistenza dell’altro, sia esso fratello, sia esso padre, sia esso mondo: la scelta è tutta nell’accettarlo o nel rifiutarlo. 

Ilaria Batassa



Anche Paolo Mantioni ha scritto di Figli dello stesso padre: leggi la sua recensione