lunedì 24 marzo 2014

Il viaggio di una vita


Quella sera dorata
di Peter Cameron
Adelphi 2012
pp. 318
€ 19

The City of Your Final Destination. Questo è il titolo originale del romanzo di Peter Cameron che noi conosciamo nella versione italian Quella sera dorata, titolo tratto dall'esergo della seconda parte del romanzo:


Quella sera dorata non volevo proprio andare oltre; più di ogni cosa volevo restare un po'...” Elizabeth Bishop, Santarém.


Partiamo da qui. Leggo questo romanzo perché sono affezionato al modo di scrivere di Peter Cameron, diretto, pulito, immediato. Ogni suo romanzo per me vuol dire attraversare mari di sentimenti fino all'approdo dell'ultima pagina e se potessi sarebbe un viaggio senza fermate intermedie. Ma vado a 30 pagine all'ora e alle volte questo è l'unico tempo che mi è concesso.

Nel libro scovo storie d'amore presenti, passate e in contemporanea. Tappezzano il libro e penso di non dover anticipare nulla in merito per lasciarne il gusto al lettore.



Su alcuni aspetti però vorrei proporre un'interpretazione del testo.

La storia è semplice: Omar Razaghi, giovane dottorando imbranato e ancora non pienamente scaltro come i suoi colleghi, riceve la borsa di studio per scrivere una biografia di Jules Gund, autore del romanzo La gondola. L'autore è quasi sconosciuto e per poterne scrivere la biografia deve avere il permesso degli eredi. Un disguido con la domanda per la borsa di studio, l'acribia carrierista della sua ragazza e l'iniziale crisi esistenziale del professorino del Kansas fanno scattare la storia.



La mia riflessione sul romanzo di Cameron riguarda principalmente i titoli. 
In particolare il titolo originale di Cameron mi piace, sì, ma è già una spiegazione della storia. Si parla di una città, e di una destinazione finale così come l'autore racconterà. Il titolo italiano però riesce a rappresentare bene l'originale ed il romanzo su quelle due indicazioni, senza svelare molto: andare oltre e rimanere un po'.

Peter Cameron a Roma

Omar Razaghi, il protagonista, si ritrova catapultato dal freddo Kansas in Uruguay dove resiedono i tre eredi dello scrittore Jules Gund. Conoscere loro tre, Adam Gund fratello dello scrittore, Caroline Gund, moglie di Jules e Arden Langton, amante di Jules, significa incontrare anche altri personaggi: la figlioletta, furba e intelligente di Jules, Porzia ed il compagno di Adam, Pete. Una storia semplice che unisce tutti questi personaggi intorno all'arrivo di Omar nella villa di Ochos Rios dove si svolge il racconto. Quella villa, in un punto sperduto nell'atlante dell'America del Sud, diventa per Omar l'opportunità per staccarsi dal suo mondo e poterlo valutare seriamente da fuori.

Dal mio punto di vista si tratta di un'operazione da eroe. Spesso nella letteratura abbiamo incontrato personaggi che lasciano il loro contesto quotidiano di vita per essere catapultati in tutt'altro. Credo che si possa riconoscere qui un'ombra che riguarda tutti i lettori del romanzo. Finché siamo immersi nella routine della quotidianità tutto è nostro, l'amore, la vita, le amicizie, la casa, il lavoro, ecc... Ma un viaggio dell'anima, un viaggio che non assomiglia alla ricerca delle nostre realtà in scenografie turistiche cangianti, porta scompiglio, facilita il distacco e permette di non dare più nulla per scontato. Lo sanno i pellegrini, gli studenti in scambio all'estero, e chi, come Omar, non ha mai piantato le tende in unico posto, e come lui, tutti coloro che non hanno messo radici, per i motivi più disparati. 

Il romanzo, i titoli, l'intreccio delle storie, suggeriscono proprio, secondo la nostra idea, di non abbandonarsi al quotidiano, di mettere sempre in conto la possibilità di guardare la vita da diverse angolazioni; la città della destinazione finale allora non è solo cambiare residenza e mutare abitudini, è un viaggio interiore in cui si fanno i conti con le proprie realtà, le proprie fragilità e potenzialità per affrontare la vita vera. Acquistano forma e rilievo le due parole d'ordine della Bishop, nella citazione che abbiamo riportato. Si tratta sempre di andare oltre, di non rimanere serrati nelle mura delle proprie sicurezze, del proprio orgoglio. Andare oltre significa anche dare spazio all'altro, creare degli spazi per l'altro, rinunciando a volte ai propri, è il tentativo di non essere inghiottiti dal provincialismo del pensare e dell'agire; andare oltre è superare il conformismo che impone che cosa è normale e cosa non lo è. Ma non si tratta, a nostro avviso, di un continuo perdersi in viaggi sterminati, quasi che la nostra psiche possa tollerare o prediligere la vocazione alla migrazione. Si tratta anche di rimanere un po', di rimanere saldi, e fermi su ciò che realmente conta nell'ossimoro di una dinamicità che sa trovare sempre l'approdo, il luogo sicuro e stabile. E questa alterità tra il viaggio ed il permanere, tra ciò che la ragione comanda ed il sentimento richiede, ritorna più volte in una domanda dei personaggi : “Sei felice?” con la conseguente difficoltà nella risposta. Difficoltà che derivano dalla incapacità di amare veramente l'altro, di farsi carico del mondo che l'altro porta con sé. Da tutto ciò il ricordo finisce su un testo poetico che penso riassuma bene le linee del romanzo. Si tratta del Sonetto 47 di William Shakespeare, da leggere in unione al precedente. Tra le riflessioni che il Bardo fa sull'amore mi colpisce un parallelo con la citazione di Elisabeth Bishop, quando egli afferma:

Così, per la tua immagine o per il mio amore,
anche se lontano sei sempre in me presente;
perché non puoi andare oltre i miei pensieri
e sempre io son con loro ed essi son con te


Non ci sono lontananze o stasi che possono disorientare un amore autentico. E l'amore per l'altro, per la vita, nonostante tutto, è forse la necessità della ricerca di senso, del progetto che anima e struttura l'esistenza  come ricorda l'insegnamento di Socrate: “Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta” (Platone, Apologia di Socrate 38a).