sabato 1 marzo 2014

Spettatori del viale del tramonto: Geologia di un padre e Vita e morte di un ingegnere a confronto



Capita di rendersi conto – può essere in un giorno specifico, o grazie ad un evento singolo – che i propri genitori abbiano imboccato il sentiero della vecchiaia e si ha una strana paura, quella di dover cambiare il proprio ruolo: da figli da sostenere, a sostegno. È una responsabilità vaga e quotidiana che cresce al crescere degli ostacoli fisiologici che s’imbattono su di loro, ma è anche una possibilità di riscoprire delle persone vicine, ma quanto mai ignote: di questo parlano Geologia di un padre e Vita e morte di un ingegnere.

Le situazioni di partenza sono lontane: Magrelli s’incammina per un percorso di riscoperta che si basa su ricordi per lo più positivi, un avvio che è segnato dalla lontananza certo, ma non da un’esplicità alterità. Albinati, invece, ha a che fare con uno straniero sferzante e ironico, un titano refrattario e distante: un autorità monumentale.
Magrelli ha così la possibilità di portare a maturazione un percorso rituale, quasi metamorfico in cui Giacinto diventa un lare custode e consigliere delle soglie da varcare, un «disco che […] colpisce» (p.137) per renderlo simile e uguale al genitore. Un cammino di fusione tra le generazioni per preservare la propria persona, le proprie radici, e quindi non essere più orfani.
Albinati invece, sembra essere da subito orfano, senza alcuna possibilità di contatto con il proprio padre, Carlo (nome che viene scritto molto raramente, quasi incidentalmente). La sua strada è di combattere contro questa dimensione in maniera impaurita e incerta, fino all’ultimo momento, ma fallendo per un pervinace rifiuto di contatto della controparte. Il percorso porta l’autore a rinchiudersi in un lancinante nichilismo (alcuni sostengono che ci sia una dipendenza tra il rapporto con il proprio padre e quello con la divinità), una figliolanza che rimane irredenta e perdurante, perché senza confronto reale.
Da una parte proprio i brevi dialoghi e i ricordi si fanno anelli di una catena, materiale filamentoso in cui intrecciare passato e presente; dall’altra diventano residui organici da bruciare in una pira di lacerante disagio. La forma frammentaria è piuttosto simile quanto i contenuti, ma le prospettive sono antitetiche e quanto mai produttive: gli stessi temi, passaggi delle malattie quasi identici e ricordi a tratti sovrapponibili vengono rifratti in opposte coscienze. Quello che per uno è un contatto con la scarna e sacrale umanità paterna (Magrelli cita persino passi biblici), per l’altro è carnale e purulento decadimento: leggendo in parallello i libri si ha la sensazione di un canto e controcanto che dà alla riflessione la possibilità di estendersi in un uno sguardo sinfonico.

Alla conclusione si hanno due distanti prospettive: da un lato un orfano che non è più tale perché si è riapropriato del proprio genitore; dall’altro un uomo da sempre orfano e che non riesce a superare la propria condizione di figlio solo, oppresso dalla fatica di una obbligata mutazione in adulto («Malgrado mio padre non ci sia più e io abbia i mie bambini e tutto faccia ritenere che il tempo della mia giovinezza sia trascorso, sento di essere rimasto un figlio, e rimarrò figlio per sempre» p.88).

Sia Geologia di un padre, sia Vita e morte di un ingegnere sono opere molto riuscite che possono divenire un sostegno e un confronto molto fruttuoso in momenti difficili, magari compagnia riflessiva in un percorso di riavvicinamento al proprio genitore: una luce per mettere meglio a fuoco una fisionomia, come quella del padre che spesso sfugge, alle volte incombe, ma da cui sempre dobbiamo passare (drammaticamente o no) per divenire adulti.

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