venerdì 21 marzo 2014

#PagineCritiche - Addio, ghettizzazione critica: Liala, la regina del rosa

Liala. Una protagonista dell’editoria rosa tra romanzi e stampa periodica
Atti del convegno di Milano, 19 aprile 2011
a cura di Luisa Finocchi e Ada Gigli Marchetti
FrancoAngeli. Milano 2013



«Io non ho bisogno che i critici parlino di me: di me parla bene il mio pubblico, è al mio pubblico che io devo rendere conto di ciò che scrivo. Ma vorrei che molti critici, prima di criticare, facessero almeno la fatica di leggere quello che hanno deciso di criticare»

Questi auspici di Liala trovano realizzazione nel convegno milanese che, nell’aprile del 2011, riabilita gli studi sulla scrittrice che dal lago di Como ha incantato milioni di lettrici e migliaia di lettori. Il convegno muove dalla più recente apertura agli studi sulla letteratura di consumo, al fine di stabilire le ragioni del duraturo “sortilegio” lialesco. Imprescindibile, il taglio trasversale degli studi, che fin da una prima scorsa all’indice testimoniano l’impiego di strumenti critici molteplici e diversissimi, per mettere in luce gli angoli più reconditi di quello che non è stato solo un fenomeno editoriale. Infatti, negli anni Liala ha attirato più critiche che analisi dedicate e approfondite: è finalmente ora di cambiare lo sguardo prospettico, e grandi accademici si sono misurati con la scrittrice comasca.

In ogni caso, è inevitabile un approccio alternato di studi tematici ed editoriali (che forse avrebbero giovato di maggiore consequenzialità), per passare quindi allo stile, alla frequentazione di para-letteratura con i fotoromanzi, al giornalismo. Infine, una sezione un po' ardita prova ad analizzare la ricezione dell'opera lialesca. 

La relazione introduttiva di Vittorio Spinazzola sul “tremendismo” di Liala propone i temi più frequenti: dalle pulsioni irrefrenabili alle conseguenti illogicità delle protagoniste, fino a una happy end rassicurante, ovvero il matrimonio con un valido sostituto paterno, plasmato a misura della ragazza. Se da un lato si registra lo sdoganamento del patriarcato maschilista in sinossi innovative, dall’altro però lo stile falsamente signorile ricorre a «una affettazione mondana d’accatto» (p. 13) che raffredda gli spiriti critici.
Dopo questo primo efficace inquadramento, Ada Gigli Marchetti si dedica al rapporto travagliato di Liala con l’editoria, dal primo Signorsì (Mondadori) del 1931 fino al parziale raffreddamento dei rapporti con il grande padre dell’editoria milanese; quindi, passa attraverso i contratti non pienamente soddisfacenti con Vitagliano, Sonzogno, Cappelli, Rizzoli.
Si torna allo studio tematico dell’opera con Giovanna Rosa che, già autrice di un’indagine sulla scrittrice nel 1985, rileva la propensione lialesca a sfruttare la «legge del ritorno» quale strategia narrativa, come nella trilogia su Lalla Acquaviva. Le allusioni fantasmatiche e il ritorno di coppia, trattate con uno stile simil-dannunziano, sembrano a Rosa il trait d’union di un successo innegabile.
Bruno Pischedda si dedica quindi alla collaborazione tra Liala e Arnoldo Mondadori, che da Signorsì ha dato il via al romanzo rosa-aviatorio e a una meno scontata satira di costume. Secondo Pischedda, la popolarità di Liala è da rapportarsi alla modernizzazione del panorama tra gli anni Venti e Trenta: nel progressivo allargamento del pubblico, Liala si incunea con precisione, introducendo e influenzando il genere aviatorio in Mondadori. Da non tralasciare, inoltre, il legame dei romanzi di Liala con l’italiano del regime, attestato nella prima edizione di Signorsì da motti, simbologie e scene, che saranno poi espunti nelle riedizioni.

Inevitabile a questo punto parlare di stile: Silvia Morgana attesta la notevole letterarietà della grammatica e del lessico, quasi impermeabile alle innovazioni novecentesche, come pure la mimesi del parlato. Fa da contraltare una sintassi semplice, per accattivarsi un pubblico variegato. Accanto all’ipertrofia aggettivale e alla ripetitività inter- e intratestuale di formule, in netto contrasto si trovano dialoghi aforistici e lapidari, che sfiorano la sentenziosità del narratore onnisciente e giudicante. D’altra parte, l’influenza dannunziana è palese: ad Arturo Carlo Quintavalle basta analizzare Signorsì e Donna delizia per trovare, a distanza di oltre dieci anni, costanti nello stile e nei modelli: una strutturazione a feuilletton; personaggi di cartapesta che rispecchiano nel carattere il loro aspetto fisico; un giudizio morale evidente; ambientazioni che ruotano attorno agli interni e alle note paesaggistiche; l’assenza di una trama forte; un’attenzione “dal basso” al lavoro; la moda; e tra le due guerre la tendenza ad assecondare le mitologie del regime (patria, famiglia e religione). 
Sempre a proposito delle ambientazioni, Enzo Laforgia sfrutta Signorsì per muovere un più ampio studio sulla penetrazione dell’idea di Africa nella letteratura tra 1926 e 1935, ovvero quando si rinnova l’interesse per l’esotico e risorge il romanzo coloniale. L’analisi tematica prosegue con le figure dell’amore, che per Gloria Bianchino hanno delle costanti ravvisabili fin dalle copertine, di cui si offre un apparato iconografico a colori. La scelta del disegno al posto della fotografia, in uno stile semplificato e mitizzante, nonché imparentato con il manifesto cinematografico, non è casuale: le donne solitamente sole e più raramente in coppia segnalano la focalizzazione lialesca sull’eroina, secondo una «comune regia» che resiste al passaggio da un editore all’altro.

La seconda ideale sezione del volume fuoriesce dai romanzi, per dedicarsi alle altre esperienze para-letterarie e giornalistiche di Liala. Silvia Cassamagnaghi studia la parabola discendente delle «Confidenze», rivista fortemente voluta da Mondadori, che dal 1946 segna un percorso accidentato nella carriera giornalistica di Liala. 
In parallelo, la scrittrice si misura con i fotoromanzi: Giuseppe Sergio gliene attribuisce certamente due, Piccole mani colme d’addio e Una fiaba per Rose May: oltre a delineare utilmente le caratteristiche peculiari del genere, si riconoscono stereotipi e motivi, nonché scelte linguistiche e stilistico-retoriche dei romanzi di Liala. 

L’ultima parte degli atti vira verso la ricezione dell’opera e delle tematiche lialesche. Patrizia Caccia e Sabina Ciminari si cimentano a ricostruire le strategie di Liala per accattivarsi il pubblico femminile. Centrale, in questo processo, la corrispondenza: attraverso un ottimo apparato documentario, prezioso e piacevole, le studiose verificano la funzione di scrittura su «Intimità» come «antidepressivo» per Liala stessa e per le lettrici, nonché la profonda interdipendenza tra lettere e narrativa.
Piuttosto deludente perché frettolosa e poco incentrata su Liala, la rassegna di Carlo Pagetti sulla letteratura rosa (da Austen a Brönte) fino all’esperienza di Betty Neels di An Unlikely Romance e alla più recente chick-lit


Nonostante l’organizzazione e la successione dei saggi non siano particolarmente soddisfacenti, il volume ha l’innegabile merito di sfatare un doppio pregiudizio paludato: ovvero che per la letteratura di consumo e il romanzo rosa non si spendano energie e strumenti ermeneutici di primordine. Se avesse potuto leggere gli atti, la stessa Liala avrebbe addolcito parzialmente la sua opinione severa sulla lettura corriva da parte della critica.

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