lunedì 24 marzo 2014

Uno stile da camaleonte che procura disagio

Dieci dicembre
(Tenth of December)
di George Saunders

minumum fax, 2013
pp. 222


Se dovessi inchinarmi alla quarta di copertina, timorato dinanzi a nomi quali Jonathan Franzen e Thomas Pynchon, testate come “The Guardian”, critiche di rango come Zadie Smith e Michiko Kakutani, che pare sia veramente terribile – se uno passa indenne sotto le forche caudine delle sue recensioni è già candidato al Pulitzer – neanche dovrei scrivere una parola su questa celebratissima raccolta di racconti.

Jonathan Franzen dice che siamo fortunati ad avere uno scrittore come Saunders perché come lui non ce ne sono – non vi suona un po’ strano questo endorsement da parte di uno che svolge analoga professione ed è pure dotato di un certo ego? Thomas Pynchon, che dal mio punto di vista esagera sempre un po’ nell’arzigogolare, ritiene Saunders «una voce piena di grazia – neanche fosse l’Ave Maria – inquietante, sincera ed esilarante». Esilarante? Pare di sì, ce lo conferma Jennifer Egan: «sovversivo, spassoso ed emotivamente penetrante». Quando poi balena davanti agli occhi il giudizio del “New York Times Magazine” stampato addirittura in copertina – «Il libro più bello che leggerete quest’anno» non resta che sospirare amen.
Cominciamo da qui: se l’anno di riferimento è il 2014, registro che mancano nove mesi al panettone per cui non mi azzarderei in previsioni senza appello. Siamo sicuri che fino a dicembre non uscirà qualcosa di meglio? Avrete già capito: per me ci sono ottime possibilità che accada. Se l’anno preso in considerazione è quello di uscita, l’appena trascorso 2013, il sottoscritto, essere umano dotato di gusti letterari, gusto non lo so ma gusti di sicuro, rivendica la saggezza latina del non disputandum est: solo a restare in terra americana, “Canada” di Richard Ford e “Yellow Birds” di Kevin Powers lasciano “Dieci dicembre” a debita distanza.

Arriviamo all’ironia. Sì, emergono licenze spassose ma non ho trovato queste storie divertenti. Dieci dicembre” è un libro disagevole, sia in termini di lettura sia in termini di disagio che procura. E questo va bene, la letteratura ha da essere offensiva, strizzare lo stomaco, pure altre parti del corpo. Questi dieci racconti, nella loro diversità, offrono uno spaccato della società contemporanea: genitori e figli, famiglie vincenti e famiglie perdenti, malattia e disperazione, solitudine e frustrazione, esseri umani che possono diventare cavie da laboratorio. La vita è amara, fatta di sforzi per ottenere il riconoscimento sociale e ricadute nella frustrazione. Ancora: incomunicabilità, ipocrisie della provincia americana, invidie, spietatezze.

Entriamo nel dettaglio: viene subito da citare “Fuga dall’aracnotesta perché scritta apposta per avvinghiare. Prigionieri, di cui si coglie l’efferatezza dei delitti commessi, devono prestarsi loro malgrado alla sperimentazione di farmaci che condizionano le emozioni in vista di una società, tendenzialmente, priva di violenza. C’è qualcosa di nuovo in questo tema? Devo citare Orwell, Dick, Burgess e di conseguenza Kubrick? Inoltre, la chiusura mi è parsa troppo repentina.
Veniamo a Casa”: Mikey, un soldato appena tornato dalla guerra, deve vedersela con i cambiamenti familiari. La madre e il nuovo fidanzato vengono sfrattati, l’ex moglie sta con lo stronzo della situazione, chissà se per lui si profila un qualche riscatto. Tuttavia se vogliamo leggere di vecchie reclute ammaccate possiamo ricorrere all’immenso, e troppo dimenticato, Richard Yates di “Undici solitudini”.

L’ultimo racconto dà il titolo al libro: un bambino solitario rischia di annegare per la rottura del ghiaccio di un laghetto e un vecchio malato di cancro, che in realtà vorrebbe suicidarsi, lo salva. Interessante che quest’ultima storia faccia da specchio alla prima, “Giro d’onore”. Anche in essa giovani creature trovano scampo. Altruismo e speranza sono ancora possibili.


Il problema è questo: Saunders è un abile camaleonte, adotta vari registri e soluzioni formali, di modo che il lettore debba resettarsi a ogni racconto. Ma a forza di giochi di stile, il singolo personaggio si staglia con una forza sminuita. L’artificio rischia di lasciare tiepidi, privi di carica emotiva. È peraltro normale che, fra tanti, qualche racconto convinca di più ma distratti dalle differenti voci narranti, dalle invenzioni linguistiche e dall’alternanza dei toni perdiamo di vista la statura dei protagonisti, che anzi si trascinano, a volte umoristici, altre volte cinici, raramente coinvolgenti.