mercoledì 19 marzo 2014

#vivasheherazade - Sognando Jane Austen a Baghdad



Sognando Jane Austen a Baghdad
di Bee Rowlatt & May Witwit
traduzione di Fabrizia Fossati,
Milano, Piemme,  2010

pp. 376.

MAY: È un po’ come nei romanzi di Jane Austen; qui in Iraq i matrimoni, in realtà avvengono tra le famiglie. Ma in vita mia non ho mai obbedito alle regole sociali. Le obiezioni dei parenti invece riguardano il fatto che sono più vecchia, che sono già stata sposata e che provengo da un ambiente sciita che loro detestano.
BEE: Eppure conosco un sacco di persone la cui vita è talmente assorbita dal lavoro che non hanno tempo per una vita affettiva né per una famiglia. Potersi sedere alla fine di una lunga giornata e parlare con qualcuno a cui importa quello che dici e ciò che provi, May è così bello che non c’è lavoro, titolo, successo o status sociale che regga il confronto. Justin mi ha appena telefonato che sta tornando a casa. Stasera per cena abbiamo salsicce e una bottiglia di buon vino. Le bambine  stanno leggendo a letto ed Elsa è lì lì per addormentarsi nel suo lettino.[1]

Questo romanzo è una splendida testimonianza di un’amicizia forte, duratura e solidale tra due donne che hanno uno stile di vita e ideali  molto differenti tra loro; un racconto che è un esempio di lealtà e straordinaria vicinanza tutt’altro che scontato. Le due amiche instaurano un rapporto di amicizia a distanza e comunicano unicamente attraverso una fitta corrispondenza via mail.
 La vicenda prende avvio nel 2005: Bee Rowlatt è ormai diventata una donna adulta. Abita in Inghilterra a Londra, è sposata con un giornalista e vive un  matrimonio felice allietato dalla nascita di tre bambine. Dopo un periodo di assenza dal lavoro, sta faticosamente cercando di rientrare nel mondo professionale, anche se il ruolo di madre e di moglie la appaga molto. May Witwit è una docente di letteratura inglese e insegna all’Università di Baghdad nell’unico corso riservato alle studentesse. Ha alle spalle un matrimonio infelice, caratterizzato da soprusi e violenze, conclusosi con la morte del marito per alcolismo. Si sposerà altre due volte compiendo scelte sentimentali criticate nel suo paese d’origine e per le quali sarà costretta a chiudere i rapporti parentali.
La situazione politica e sociale a Baghdad è drammatica: siamo alla vigilia della cattura di Saddam Husseim e la vita di May è scandita da un dilagante terrore che si propaga nella sua stessa Università: spesso infatti le studentesse non arrivano a lezione o perché i mezzi di trasporto smettono di circolare (anche a causa della mancanza di carburante), o perché preferiscono rimanere in luoghi protetti e sicuri; inoltre scarseggiano i viveri e May è costretta a percorrere chilometri per assicurarsi un minimo di sussistenza per poter vivere.
In questi terribili frangenti, aggravati anche dalle notizie di attentati a colleghi docenti della sua stessa università, l’amicizia con Bee si rafforza giorno dopo giorno; le due donne si confidano molto; attraverso una scrittura diaristica, ognuna arriva a scoprire l’identità dell’altra (frutto del passato e del presente), e sono le stesse differenze caratteriali a creare un ponte di collegamento tra loro. La paura per un domani incerto per May trova rassicurazione e conforto nel sostegno costante dell’amica inglese, che si prodiga (apparentemente senza risultati concreti) anche per tentare di  trovare una via di espatrio per May.
17/01/07
May! Ciao carissima! Non mi sembra molto prudente che tu esca di casa, ma non ti biasimo: immagino perfettamente che altrimenti impazziresti. […] Ho altre notizie. Sempre cattive. Un amico che conosce un avvocato specializzato in immigrazione gli ha chiesto informazioni: sono pessime. In sostanza non hai nessuna possibilità di chiedere asilo legalmente. In via del tutto confidenziale, l’avvocato gli ha detto: devi decidere se ce la fai a reggere la condizione di essere un immigrato illegale. In questo caso potresti fare solo lavori orribili, ma forse è comunque meglio che restare a Baghdad rischiando quotidianamente la vita.[2]
Al contempo anche Bee, pur vivendo in un paese civile e democratico sente a tratti il peso di una scelta legata alla maternità e al desiderio di famiglia, a discapito della propria crescita professionale, e assiste, non con invidia, ma certamente da “spettatrice” ad una diffusa discriminazione e distinzione di genere, che porta invece all’avanzamento della carriera del marito.
Ecco come il confine tra queste due donne sia assolutamente secondario e come invece si rafforzi quell’energia da cui le donne traggono costantemente linfa per alimentare speranze e desideri che in definitiva rappresentano il futuro di ogni persona.
È una storia di solidarietà molto forte, persistente. Bee fa recapitare spesso all’amica doni e piccole somme di denaro che aiutano May nella lotta per la sopravvivenza.  Nonostante il succedersi degli avvenimenti che seguono la scomparsa di Saddam, con l’assurdo aggravio delle condizioni di vita in Iraq, si riesce a respirare, dal tono delle missive, un’aria di normalità esistenziale tra le due donne divise da una situazione politica assai differente, da un passato che ha accompagnato la loro formazione, da un’appartenenza religiosa e sociale differente, ma unite nell’amicizia che si rinsalda quotidianamente, accomunate dall’insicurezza all’interno dei rapporti relazionali con i rispettivi coniugi, dai progetti comuni e dal forte desiderio di un possibile incontro che rappresenta un obiettivo da raggiungere per entrambe.
Una narrazione scorrevole e bene articolata, una bella storia ricca di emozioni per le due protagoniste del racconto che hanno la meglio sulle politiche dittatoriali, sull’opportunismo, sulle ragion di Stato, sugli atti discriminatori, sul destino… due donne che presto si incontreranno…
Ancora una tazza di tè e poi potrò avventurarmi nel vento autunnale[3]


M. Lando
  



[1] Bee Rowlatt & May Witwit, Sognando Jane Austen a Baghdad, traduzione di Fabrizia Fossati, Milano, Piemme,  2010, pp. 54-59.
[2] Ivi, p. 93.
[3] Ivi, 367.

2 commenti:

@ilmondoperfetto

il titolo richiama troppo pervicacemente quello del bestseller "Leggendo Lolita a Teheran";operazione furbastra,anzichenò

@ilmondoperfetto

il titolo richiama troppo pervicacemente quello del bestseller "Leggendo Lolita a Teheran";operazione furbastra,anzichenò.
Operazioni come queste non fanno bene alla letteratura.