lunedì 10 marzo 2014

#PagineCritiche - Bauman e "Le sorgenti del male"

Le sorgenti del male

di Zygmunt Bauman,
a cura di Yong-June Park,
con introduzione di Riccardo Mazzeo,
Erickson Saggi sociali.

Il potere non unifica e non livella le differenze né verso l’alto, né verso il basso: il potere divide e oppone. Il potere è nemico giurato e soppressore della simmetria, della reciprocità, della mutualità. La forza del potere consiste nella sua capacità di manipolare le probabilità di differenziare le possibilità così come le potenzialità e le opzioni di successo: tutto ciò suggellando le divisioni che ne emergono e immunizzando le ineguaglianze.[1]

L’elemento unificante della produzione saggistica precedente di Zygmunt Bauman  è il tentativo di definire le coordinate della rinnovata condizione umana emersa nel Novecento. Mentre nella prima parte della sua formazione e conseguente produzione intellettuale, Bauman ha sviluppato principalmente ciò che i critici definiscono “una sociologia critica ed emancipatoria”, nei decenni successivi i suoi studi si sono concentrati sull’analisi ed elaborazione dei problemi connessi alla società dei consumi e dei relativi processi di globalizzazione. Il critico e sociologo tedesco ha cercato di porre in evidenza i rischi dell’individualismo moderno.
In questo saggio Bauman affronta un altro aspetto della condizione umana dai risvolti imprevedibili e terrificanti allo stesso tempo: le radici di ciò che può essere definito  “il male”.
Il volume è diviso in 12 capitoli che affrontano il significato del male inteso come negazione, distruzione del livello morale e comportamentale di ogni individuo con annesse le conseguenze che ne derivano, e che configurano una catena di azioni irrimediabilmente devastanti.
Che cos’è il male nella società odierna? In che modo si determina e si manifesta? Quali sono le cause scatenanti, le spinte, le modalità di aggressione dei tessuti sociali, culturali, ideologici e morali in cui si manifesta e si propaga?
Il saggio parte dalla ricezione degli studi di Adorno che hanno delineato una società occidentale “caratterizzata da forme di dominio interpersonale e da fenomeni di violento rigetto verso tutti i gruppi non integrati nella comunità amministrata”; Adorno punta ad una definizione della “personalità autoritaria” e propone una teoria che si basa fondamentalmente sull’idea di un’“autoselezione del malfattore,” determinata da fattori naturali più che culturali che caratterizza il carattere individuale di alcune persone. Cosa spinge un individuo apparentemente normale, in una qualsiasi società e in  circostanze  comuni, a partecipare ad atti violenti o alla perpetuazione di gesta malvagie?
Hannah Arendt, filosofa tedesca, ripercorrendo il processo storico all’origine delle dittature europee, delinea i momenti decisivi di tale processo: antisemitismo, imperialismo e trasformazione plebiscitaria delle democrazie e li interpreta come il risultato di una complessiva “politicizzazione” della cultura moderna. “La banalità del male”  per Arendt sta nel fatto che
le mostruosità non hanno bisogno di mostri, che gli oltraggi esistono anche senza che vi siano personaggi oltraggiosi e che il problema a proposito di Eichmann (crudele sterminatore) era precisamente nel fatto che secondo le valutazioni dei luminari supremi della psicologia e della psichiatria e insieme a lui  numerosissimi suoi compagni  di malefatte,  non era né un mostro, né un sadico ed era invece esorbitantemente, terribilmente e spaventosamente normale.[2]
E qui sta il problema: finché si continuerà a definire “il malvagio” una persone malata, mentre egli è un individuo normale e dotato di una personalità “eccezionalmente desiderabile” che compie atti di questa entità, non potrà esserci una giustizia adeguata, perché la tendenza è quella di scorciatoie che portano ad attenuare ciò che invece non è giustificabile per nulla.
Come sarebbe sicuro e confortevole il mondo, quanto sarebbe gradevole e amichevole se a perpetuare azioni mostruose fossero dei mostri e soltanto dei mostri.[3]
Nel saggio Modernità e Olocausto il genocidio viene interpretato da Bauman come un fenomeno legato  a un “filo doppio alla logica della modernità occidentale e ai suoi spaventosi processi di razionalizzazione frutto dell’incontro tra gli sconvolgimenti sociali provocati dalla modernizzazione stessa fornita all’uomo occidentale.
Bauman delinea altre strade per affrontare il significato del male nella società odierna: l’approccio antropologico e metafisico di Günter Anders: l’interpretazione data dal filosofo tedesco  è incentrata sull’idea di svolta che avviene dopo Hiroshima e Nagasaki: “la coscienza dell’irreversibile vulnerabilità del genere umano e dell’incombente fine del tempo storico, segna una cesura tra la condizione nichilistica di un uomo senza mondo e quella apocalittica di un mondo senza uomo,” tra le possibilità d’invenzione dell’individuo e dei limiti nel controllarne la portata.
Dalle Sorgenti del male di Bauman riflettiamo su argomenti che hanno segnato profondamente il Novecento e che dobbiamo “cementare” perché, come denuncia Liliana Segre in una bella intervista in occasione della Giornata della Memoria, la parola INDIFFERENZA possa essere riportata con fermezza alla luce e non dimenticata, poiché è stato il fiammifero da cui è partito tanto orrore.

M. Lando


[1] Zygmunt Bauman, Le sorgenti del male, a cura di Yong-June Park, Erickson Saggi sociali, p. 38.
[2] Ivi, 52.
[3] Ivi, 53.

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